giovedì 19 maggio 2011

Il maestro di Vigevano

25
1963, Elio Petri.

Per film come questi io vado in visibilio, lo dico subito. E' il Cinema d'impegno e intrattenimento (drammatico) per eccellenza, pregno di significati, ben girato, attori da sogno, semplice e diretto, ti fa fare anche qualche pur amarissima risata. Grandi ovviamente i meriti del romanzo omonimo di Lucio Mastronardi. Visto oggi poi si aggiunge ai meriti anche l'interesse storico, per la società e lo stile di vita di allora. Olimpo ovviamente, e mi divertirò a farne un foto-racconto, entro i limiti imposti dall'evitare spoiler.

Intanto passo un attimo la parola all'amica Petrolio (al secolo Milena), grande estimatrice come me di Elio Petri, alla quale ho chiesto un contributo a riguardo.

Il ricordo della lettura del libro è troppo vivo quando scelgo di vedere questo film nel 1995 e rimangono fortemente radicate in me l'amarezza e la sottile ma incisiva vena di sconforto quando lo rivedo oggi. Ho sempre scelto di posticipare la visione rispetto alla lettura. Il motivo è da ricercare nella grande e fondamentale passione che mi cuce a doppio filo ai libri. È assai potente la forza della immaginazione che scaturisce dalle pagine e dalle parole e l'immagine che ne prende forma è viva e reale: il tono di voce, l'espressione del viso, le movenze del corpo, i luoghi, gli oggetti, la gente, gli sguardi, i mormorii. È perciò grande, spesso, la delusione che segue il momento in cui assisto alla rappresentazione visiva della vicenda scritta. In questo specifico caso è velatamente legata alla esperienza da lettrice, come un errore facilmente eludibile grazie all'ammirazione nutrita nei confronti di Petri e Sordi: l'origine romana del protagonista nel film, quando quella originale nel libro era lombarda. Nulla toglie alla bravura del regista che io amo follemente, nulla sottrae alla carriera magnifica dell'attore del quale m'affascina la mobilità e l'intelligenza dello sguardo, la metamorfosi a cui sottopone tutto il viso. Intatta e degna di nota l'immagine grottesca e caricaturale, una grande linea rossa segnata con pugno duro sotto quello che era il mondo piccolo borghese dell'Italia del dopo guerra nel quale ancor più risaltano i tratti dei vincitori e attenuati, fino a scomparire, sono la mitezza, la caparbietà e la sofferenza dei vinti. La scuola, l'ambiente in cui si svolge la vicenda, che avrebbe dovuto esercitare il ruolo (suo proprio) di educatrice, preparatrice e far da trampolino perché spiccassero il volo le coraggiose intenzioni e si concretizzassero gli slanci, è invece la fucina della mediocrità, è fonte di umiliazione e oppressione. Mombelli, avvilito, passivo, non è artefice del proprio destino, sprofonda nella gretta realtà in cui è immerso… quanto amaro è questo ritratto? Troppo, così opprimente da schiacciare e sopprimere qualsiasi emozione, persino il lato comico, troppo esasperato a volte; tutto è vacuo, devitalizzato, distaccato, la vicenda, così come l'avventura di cambiamento, di intraprendenza, di successo vissuta da Mombelli, l'insegnante che diventa industriale per poi miseramente fallire, inizia e finisce. La voglia di riscatto, appena spiccato, compie un volo breve e il tonfo non si sente, come quello del martello pesante che scaglia sul ponticello di legno alla vista della moglie in dolce compagnia. Tradito, sbeffeggiato, fedele. Si rimane vuoti, ma illesi. E allora? Forse l'avrei resa più amara, io. Cosa, altrimenti, pretendere da una nera scrittrice di nero?


Contributo strepitoso al solito. Grazie di cuore a Milena.
Il mio parere, come avete letto e leggerete, è decisamente più entusiasta del suo, ma va detto che non ho letto il libro, fattore importantissimo.

Vigevano è una località in provincia di Pavia, meta obbligatoria anche per i milanesi per qualche gita in primavera. La piazza inquadrata qui dall'alto, anche se non grandissima, è considerata tra le più belle d'Italia e, fidatevi, la fama è meritata. E' un contesto classico di "provincia lombarda" dei tempi, credente ma non troppo bigotta, operosa... Vigevano è nota ancora oggi come "città delle scarpe", rinomata per qualità e quantità di produzione del particolare capo d'abbigliamento. Ai tempi era piena di "fabbrichette".

Simpaticissimo inizio che inquadra dal basso pedoni in piazza. Questo è il nostro protagonista, Antonio Mombelli, che ci racconta la storia. "...ognuno qui a vigevano porta le scarpe che può, che deve e che merita...", parte del suo incipit, frase che vuol già dire molto, perché se il Può è scontato, quel Deve e quel Merita sono segno di una società che esige che ognuno stia al suo posto, con ruoli e gerarchie definite. Non siamo alle caste però, le gerarchie non sono inviolabili.

La faccia di Alberto Sordi nei panni del maestro è indimenticabile. Una parte che è di grande drammaticità, eppure a vederlo, in molti momenti, seppure amaramente non si può fare a meno di ridere. Ruoli che quando ricoperti da attori così diventano un marchio, nessuno potrà mai Osare confrontarsi con l'albertone su questa parte. "...maestro elementare di gruppo b, quarto scatto, coefficiente 271, 19 anni di servizio... mancavano 6 mesi e 1 giorno alla pensione. in fondo i maestri sono come i bambini, basta un nulla per farli felici."

Ada Badalassi in Mombelli (Claire Bloom), la moglie di Antonio, si mostra a lui con mutande riciclate dal marito, ché lei non ha i soldi per comprarsene di nuove e femminili. Ada soffre tantissimo la povertà, non ne può più, vuole andare a lavorare, far lavorare il figlio. "Quando ti avevo sposato un maestro sembrava chissà che, oggi guadagni meno di un operaio!", così più o meno gli dice.

Il solo "spettacolo" che si possono permettere. Uscire e andare al bar a guardare la televisione. Lo facevano in tanti. A molti non pesava, era un modo per stare in compagnia dopotutto, ma Ada non è tra quelli... Parlo da uomo fatto e quasi ormai finito: Ada è un personaggio odioso. Difficile immaginare per un uomo, certo umile ma dignitoso come Antonio, una moglie peggiore. E' incredibilmente frustrante sapere che la propria moglie non è soddisfatta di quello che gli si può offrire, di avere coscienza di non poter fare di più e, benzina sul fuoco, sentirselo sempre dire, fatto pesare.

L'insopportabile, spocchioso, autoritario tam quam ignorante direttore della scuola. Qui fa fare ad Antonio una sceneggiata con un improbabile cannocchiale, come se lui fosse di vedetta sulla caravella di Colombo ad avvistare "Terra! Terra!", umiliandolo davanti persino i suoi alunni. Peccato che Galileo Galilei sia nato nel 1564... Il cancro italiano (non solo nostro, ma eccelliamo) per cui in certe posizioni si arriva per calcinculo più che per meriti ha radici antiche e il film, giustamente, non manca di evidenziarlo, nei suoi nefasti effetti. Mancano ancora molti anni allo statuto dei lavoratori e Antonio non ha molte alternative, rischia il posto, quindi soccombe, obtorto collo, e solo nei sogni potrà immaginare di espettorare in faccia a quell'essere quello che pensa.

La moglie prende le prime indicazioni su come lavorare, e lui è lì mortificato, umiliato, impotente, alla finestra. Qua l'immagine parla...

Altra immagine parlante... primi tentativi di cucinare in assenza di Ada. Potrebbe far ridere e molto questa scena, invece no.

Mensa aziendale? Se se... panino da casa e pedalare! nel migliore dei casi la "schiscetta". E quanto dura la pausa pranzo? poco, molto poco. Il ciglio della strada diventa buono come posto per riposare e nutrirsi, giusto perché è primavera.

Antonio, che marito premuroso... gli porta da mangiare, poi nota un orologio. Se l'è preso lei, nessuno potrà mai credere che lui è stato in grado di fare un regalo simile alla moglie, e torniamo al discorso delle scarpe, quelle che uno Può, o Deve, o Merita.

Qua siamo in una situazione drammatica che però fa schiantare dal ridere. Antonio col collega Nanini, precario e supplente a vita che mai ha superato l'esame di abilitazione, suo amico, cercano di risolvere un contorto problema di matematica.

Passo, evito spoiler. Scena breve e significativa che dovevo ricordare, una mazzata!

C'è poco da fare: se uno non è abituato fin da piccolo alla manualità, poi imparare in età avanzata è quasi impossibile. Momento esilarante... Antonio ha dato le dimissioni a scuola, spinto da Ada e dal fratello di lei, per poter comprare con la liquidazione l'occorrente ad impiantare una fabbrichetta in casa.

Il lavoro non manca e la domenica a messa, al Duomo di Sant'Ambrogio, in piazza, la famiglia Mombelli è tirata di gran lusso! Tutti se ne avvedono. Lui vorrebbe dar meno nell'occhio ma lei no, anzi!

L'ingenuità di Antonio... va a raccontare i trucchetti attuati da moglie e cognato per evadere le tasse proprio ad uno che si guadagna degli extra facendo le soffiate alla tributaria! Disastro totale.



"Ma la mamma dov'è che va che torna sempre tardi tutte le sere?" chiede il pargolo al padre che si è rimesso a studiare per riottenere il posto da maestro. Bella domanda!



La moglie lavora ancora in una fabbrichetta, col fratello. Sono dei cottimisti per le fabbriche più grandi in realtà, comunque si guadagna bene. Notare il cognome cancellato dall'insegna.




Terribile dover negare persino le umiliazioni che vorrebbero riparazione di reputazione, umiliato per essere stato umiliato. E il film si ferma anche prima del romanzo, che invece prosegue con ancora meno pietà verso il povero Antonio! Un finale, per un film dell'epoca, forse troppo duro da proporre, e soprattutto da far passare con censura e produttori.



25 commenti:

  1. Condivisibile sotto molti aspetti la visione più "noir" della nostra grande Milena (in fondo siamo alle prime ombre del nuovo Incubo che avanza...), ma per mia indole e tendenza dico che per me il taglio tragicomico è (come quasi tutte le volte in cui viene usato - bene - nella narrativa e nel cinema) perfetto.

    RispondiElimina
  2. ciao nicola, grazie che riesci a passare nonostante il periodo... buon lavoro e in bocca al lupo :)

    RispondiElimina
  3. Un grandissimo film, tra i ritratti più amari interpretati da Sordi.
    Da brividi e attuale ancora oggi.

    RispondiElimina
  4. ciao mrford, d'accordissimo con te

    RispondiElimina
  5. Attenzione… non è che abbia dubbi sulla grandezza e sulla capacità di rendere il racconto da parte di Petri. Dico solo che per quanto mi riguarda è stata una sfida (vinta a metà) con un attore forse poco congeniale con le peculiarità del regista che di lì a poco sarebbe diventato uno dei più agguerriti critici e distruttori (a volte) del perbenismo, della superficialità e della falsa patina di 'tutto bene, tutto a posto'… a volte anche troppo politicizzato, ma a me calza'va' alla perfezione. Le scene che hai postato, poi, sono di quella perfezione e di quella consapevolezza che potrebbe non avere uguali e rivali (sempre se escludiamo altri registi da me amati). Per me è stata una sfida, altrettanto dura, tra l'altro, alla quale non avrei rinunciato per nulla al mondo. Quando ho letto nell'e.mail 'il maestro di vigevano', mi son venuti sù brividi di piacere e di nostalgia. Il ricordo di quegli anni è dolce e amaro allo stesso tempo: un tempo in cui Milano m'ha fatto scoprire tanto di cinema, teatro e arte che oggi al pensiero mi vien solo da piangere. Ho visto tanti capolavori in quegli anni in una polverosa sala d'essai grazie a un amico che non c'è più! Che altro dire? Petri per me è sempre il regista (al pari di De Sica, Germi e Paso) che lascia contraddizioni a strascico, quindi me lo fa apprezzare anche più! Considerando poi la storia delle origini del film sorrido e ammetto a me stessa che lui non avrebbe rinunciato a girare questo film: in contrasto con De Laurentis (che lo tacciava in continuazione di comunismo), in gioco per un altro film (avrebbe dovuto girare 'I mostri' con Sordi, che fu girato da Risi con Tognazzi e lo scambiò con 'il maestro…'). Consiglio comunque di leggere il romanzo: oggi, l'amarissimo ritratto di una professione (e quasi tutto il mondo del lavoro) come quella del Mombelli bistrattata, schiacciata tra una legge deforme e una società sempre più indifferente, quando privilegiata, e immune a ogni attacco da parte della tirannia e del potere. Scusate la foga. Sono molto delusa e giù in questi giorni.

    RispondiElimina
  6. sei stata chiarissima milena. :***

    ci sarebbe stato sicuramente volonté al posto di sordi se questo film petri l'avesse fatto qualche anno dopo. non ci sarebbe però stata la stessa vena tragicomica (molto tragi e pochissimo comica in verità) che diceva nicola e che m'è piaciuta tantissimo.

    RispondiElimina
  7. Sono stato a Vigevano per lavoro per 15 giorni, ma erano gli anni '90. Una valanga di negozi che vendevano scarpe, a prezzi davvero interessanti.
    Ottimo film, forse il libro è un po' troppo datato, ma di certo il suo autore è una di quelle personalità di cui ci si è dimenticati in fretta. Sordi è davvero grande se alle spalle ha un regista di polso. Lasciato a se stesso, tende a scivolare sulla macchietta; non che sia sempre successo. Ma secondo me ha sempre avuto timore di essere preso troppo sul serio, finendo per virare su esiti "troppo" divertenti.

    RispondiElimina
  8. questo credo mi manchi! mi hai incuriosito. poi a vigevano ci sono capitato l'anno scorso per lavoro e sono rimasto piacevolmente colpito, sia per la città che per la gente.

    RispondiElimina
  9. bravo marco! "timore di essere preso troppo sul serio..." mi piace, penso che a sordi sarebbe piaciuta :)

    eh caro frank, se non l'hai visto ti "manca" davvero, siamo nei fondamentali secondo me

    RispondiElimina
  10. Bellissimo pezzo.Molto bravi tutti e due.Robydick, ormai oltre il gajardo.Una delle regie piu' eleganti e meno "ossessive" di Petri, se mi é permesso il termine.Grande,un saluto!

    RispondiElimina
  11. grazie belushi, sempre gentile.
    ciao!

    RispondiElimina
  12. Devo vederlo perchè questo mi manca di Albertone.
    Domanda... ma allora ce lo meritiamo o no Alberto Sordi?!?

    RispondiElimina
  13. ernest, ahahah! mannagg'...
    quella battuta di Moretti non l'ho digerita troppo e parlo da suo fan, però ne capisco il senso e va trovato più che altro in certi suoi "film", soprattutto da regista.
    Sordi ce lo meritiamo eccome, e ce ne vantiamo anche! a mio modesto parere... ;-)

    RispondiElimina
  14. Purtroppo il film non l'ho mai visto, ma non è detta l'ultima parola. Invece mi ricordo bene il libro di Mastronardi, come anche il Calzolaio. Scrittore un po' dimenticato.

    RispondiElimina
  15. ciao alberto! confermo. non sono un grandissimo lettore ma insomma, un po' ne ho letti, e di mastronardi prima del film non sapevo nulla.

    RispondiElimina
  16. Poco tempo, solo un saluto. Sapevo ti sarebbe piaciuto! Leggerò rece e commenti domani. Ciao Roby!

    RispondiElimina
  17. ciao grazia! va bene, a domani allora :)

    RispondiElimina
  18. ...Perchè come mi ha ricordato in un 'intervista lo straordinario Kaurismaki stamattina, a propsito anche del suo ultimo film "Le Havre", che tutti dicono bellissimo e non ne dubito, in concorso al Festival di Cannes , sempre sui suoi protagonisti così irresistibilmente bohemièn...:-"Semplicemente non mi interessano i problemi delle coppie della classe media. Con tutto il dovuto rispetto per i valori della borghesia, non li trovo interessanti nè dal punto di vista cinematografico nè da quello drammaturgico."
    Petri con questo suo film (il più "stralunato" della sua intera filmografia)e la sua solidarietà tra esclusi , idealismo, bellissimo melànge tra tra la fredda malinconicità e il romanticismo più disperato,la commedia e la tragedia, non poteva dimostrarsi in una maniera migliore, d'accordo.
    Solo gli amori ostinati, sono quelli che valgono.

    RispondiElimina
  19. Anche qui l'impasto di rigore e comicità come nel cinema del grande Aki Kaurismaki funziona, una delle "messe in gioco" più rischiose e coraggiose poi messe in atto da Sordi nella sua intera luminosissima, abbagliante carriera, sempre gli va reso atto in merito, lui,scegliere di interpretare credibilmente un "lumbàrd", fuori quindi assolutamente dai comodi e rassicuranti vezzi della romanità.

    RispondiElimina
  20. Buonanotte, anzi buongiorno, tra poco. Questo mi manca, come mi mancano un paio di scarpe di Vigevano, visto il mio cronico mal di piedi..mannaggia.

    RispondiElimina
  21. napoleone, d'accordissimo con te e con aki. ma sei a cannes anche te ?

    ciao harmo. eh, vigevano non è proprio a 2 passi da casa tua ... :)

    RispondiElimina
  22. grazie compagno! ahahah!, mitico ernest....

    RispondiElimina
  23. visto ieri, dopo mesi che mi riproponevo di farlo. Ma forse è stato un bene perchè nel frattempo ho approfondito un po' Pasolini e qui siamo assolutamente in tema. Il boom preso da quest'angolazione (da sotto terra verrebbe da dire) mette a nudo l'appiattimento della società italiana sugli pseudovalori consumistici come immediata conseguenza del miglioramento delle condizioni economiche del paese. Albertone, come anche nel "Boom", è costretto ad assecondare le smanie della moglie. Nella provincia lombarda come nella capitale, sfoggiare un benessere reale o fittizio diventa una necessità quasi totalizzante, a cui si deve sacrificare la filosofia di una vita o un occhio della testa. Le figure femminili non ne escono benissimo in questi due film, ed è forse l'unico aspetto che me li fa apparire datati. O meglio da storicizzare. Quoto tutto il resto, belle recensioni di tutti e... Google is your friend Roby! il blog è sempre più su!!! :-)

    RispondiElimina
  24. grazie Roby, gran commento che condivido. dici che abbiamo tutto questo "successo"? bene, per il cinema... :)

    RispondiElimina