mercoledì 8 agosto 2012

Tras el cristal (aka: In a glass cage)

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1987, Agusti Villaronga.

Dico subito, per scoraggiare i c.d. "sensibili", che questo è un horror veramente estremo, non per mirabolanti effetti, al contrario, per realismo e contenuti che ti scuotono profondamente. Provo anche però ad incoraggiarli questi sensibili, facendo loro notare che l'ho messo nell'Olimpo e sottolineo che non vi risiede per meriti di genere ma per valore assoluto inestimabile. Vediamo perché...

Scena iniziale omaggiata dalla locandina: un uomo sta torturando in un capanno un ragazzino. Lo ama, lo desidera e lo tortura, fino alla morte. Altri occhi guardano da fuori in soggettiva. C'è un diario per terra, pieno di note e appunti, illustrato da disegni. L'uomo sconvolto esce e si getta da un dirupo per suicidarsi, mentre la soggettiva entra e prende possesso del diario.
Cambia la scena e vediamo un uomo, completamente paralizzato, costretto a vivere dentro un macchinario che lo fa respirare e l'avvolge tutto, lasciando fuori solo la testa. Ha una moglie e una figlia. C'è anche una governante ma non basta, serve un infermiere fisso. Si presenta un giovane per il lavoro, lo pretende quel posto e il paralizzato pretenderà lui. Il paralizzato è l'uomo della prima scena. Il giovane è il bambino che aveva preso quel diario dal capanno dopo aver assistito alla tortura di un suo coetaneo. Conserveranno un reciproco segreto fino alla fine. Noi lo scopriremo con la lettura del diario che avviene da parte del giovane ad alta voce, il quale poi metterà in pratica quanto vi è descritto.

L'uomo ha un passato di torturatore e terminatore di bambini in un lager. Li uccideva con un'iniezione di benzina direttamente nel cuore. Era una morte lenta e lentamente l'uomo prese ad eccitarsi per la morte. Raffinò le tecniche, ci aggiunse altre "prestazioni" che quei bambini in sua balia non potevano rifiutargli, ma la conclusione non cambiava, dovevano morire e lui provava il massimo piacere nel cogliere quell'ultimo istante. (aspetto che ricorda un po' il più recente "Martyrs" (2008, Pascal Laugier)). Un piacere irrefrenabile che finita la guerra non seppe frenare, proseguendolo, continuando a descriverlo nel suo diario, fino a quel giorno nel capanno.
Il giovane prese il diario quel giorno e cominciò a leggerlo, in continuazione, senza provare orrore, anzi cominciando ad entrare nella mente dell'uomo, a sognarne gli stessi piaceri. Adesso ha l'autore dell'opera che lo ha formato davanti a lui, completamente succube, e comincerà a fare in sua presenza, ad altri bambini, quello che lui fece prima. Superandolo, perché torturerà lo stesso uomo, ne abuserà anche sessualmente, gli farà sentire tutte le colpe possibili compreso quella di averlo influenzato, portandolo ad amare le sue stesse perversioni folli.


Klaus il nome dell'uomo. Angelo quello del ragazzo, ma nomen omen è uno di quelli caduti dal cielo, più pesantemente di altri. Lascio godere alla visione ogni singola scena, di come in un crescendo di spietatezza sconvolgente si scoperchierà il peggior inferno possibile dell'animo umano, con un finale "circolare" assolutamente non rivelabile.

Salvo rari esterni il film è piuttosto claustrofobico e non perde mai il filo, è sempre sul pezzo in costante tensione. Fotografia scura, come detto non esibisce sempre le violenze. A volte lo fa. Altre, e sono le più, te la fa intendere e sono forse le più dure: ricostruisci te spettatore quello che se non lo capisci prima che avviene lo capisci dopo, e sono sempre peggiori di quelle che l'hanno preceduta. Può fare di peggio Angelo? La risposta è sempre Sì. Sono repliche di quanto fatto da Klaus nei lager e fuori, con l'aggiunta che Klaus è obbligato ad essere spettatore, a volte persino costretto a partecipare.

C'è un realismo che non saprei descrivere, che il bravissimo Augustì Villaronga esprime persino nel quasi onirico finale. Quando me la sentirò di riguardarlo cercherò di concentrarmi anche sulla tecnica, cosa che non m'è riuscita, rapito com'ero dalla vicenda. Ti spaventa, penso di non essermi mai spaventato tanto come con "Tras el cristal", mi vengono i brividi persino a scrivere questa recensione a giorni di distanza dalla visione. Solo con "Salò o le 120 giornate di Sodoma" (1975, Pier Paolo Pasolini) ho provato un'esperienza simile, film tra l'altro con diversi punti in comune con questo.

E' forse la paura che nasce dallo scoprire fin dove la crudeltà umana e la perversione si possono spingere, esprimendo questo con giudizi di merito. Più "scientificamente" la paura è nella somatizzazione di quello che vedi avvenire e ti fa interrogare su quanto è labile il confine tra amore e odio e come la parola Piacere possa contenere entrambe e portare a comportamenti (ri-cado nel giudizio morale) disumani.
E' forse, anche, la paura di vedere come questi comportamenti possano facilmente essere indotti, trasmessi a successori, eredi non di sangue ma di "gusto". C'è una sorta di sinapsi sempre in essere nella mente collettiva della nostra specie che rende questi personaggi mai unici. Occorre quindi disilludersi, di "mostri" ne avremo sempre, ne siamo circondati, si nascondono dietro le maschere meno sospettabili e solo fra di loro si riconoscono. Noi ne veniamo a conoscenza quando arrivano alla ribalta della cronaca, cosa che avviene raramente perché i più mostruosi tra loro sono anche uomini di potere, godono di molte protezioni. Basti pensare, per fare qualche esempio parlando di "pedofilia criminale", a quanto combinato dal vaticano o alle vicende messicane denunciate coraggiosamente da Lydia Cacho.

Quando l'uomo riesce a vedere la realtà senza filtri morali, non per accettarla o emularla ma per comprenderla diventa un superuomo, così diceva - tra le righe - Uno che ammiro molto. "Tras el cristal" ti costringe ad "esercitarti" nella grande arte della comprensione, dove nulla avviene per caso e ciò che rimane inspiegabile non viene spiegato ma semplicemente mostrato per quello che è, nella realtà.

Non cercatelo in italiano, si trova solo coi sottotitoli ma si trova, e non perdetevelo.
Robydick



























3 commenti:

  1. un film bellissimo, di quelli che ti strappa il cuore dal petto come fosse una creatura demoniaca per tanta crudeltà messa in immagini. E'stato il film con cui ho scoperto questo grandissimo regista.

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    1. ciao Bradipo. stessa scoperta anche per me, ne vedrò altri

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  2. Il film con il quale conobbi Villaronga, ancora oggi giustamente considerato il suo migliore. Mi piacque abbastanza, e anche alcuni dei suoi film successivi. Ma, a differenza che P.P.P. a cui è stato accostato e spesso per contiguità tematica e di allucinazioni, con Salò,Villaronga è rimasto ben maggiormente imprigionato nella sua ragnatela di suggestioni,simbologie e preziosismi stilistici innegabilmente della matrice letteraria e pittorica cultural-frocesca dalla quale proviene. Come molto cinema spagnolo della sua generazione -del quale lui è innegabilmente un pò il gene "imapazzito"-rappresenta l'ostentazione e l'orgoglio creativo di molti altri cineasti a lui coevi come naturalmente Almodovar, di essere dei più o meno moderati, oltre che scardinatori della vecchia morale e delle vecchie convenzioni del mostrabile nel cinema iberico precedente, di essere appunto anche dei modesti o meno scardinatori di culi.

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