domenica 10 febbraio 2013

Dredd

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2012, Pete Travis.

Mega-City One, in un futuro non specificato: ottocento milioni di persone inscatolate le une sulle (e contro) altre, diciasettemila crimini riportati quotidianamente, un'unica figura “professionale”, il Giudice, che riassumendo in sé la triplice caratteristica di agente di sicurezza, legislatore e boia, contrasta il crimine organizzato, commina sentenze e impartisce punizioni esemplari (e spesso letali) a chiunque non rispetti i sacri ordinamenti costituzionali. Dredd fa parte di questa casta intoccabile ma sovente corrotta, e quando insieme a una collega resta intrappolato in un casermone popolare, covo di spietati narcotrafficanti, dovrà combattere in solitudine l'orda di temprati guerriglieri al soldo dell'affascinante Madeline Madrigal, la regina della droga.

Sarà per l'inveterata consuetudine alla “rimasticazione” cinematografica, cui le ganasce hollywoodiane sottopongono soggetti e tematiche di un certo successo popolare, ma è innegabile che quando si pensa a Dredd vengono in mente due sole cose, ovvero l'asimmetrica spigolosità di un Sylvester Stallone ancora all'apice del gonfiaggio ormonale e, secondariamente, il celebre fumetto scritto da John Wagner, quello di History of Violence. Tutto ciò che si muove tra queste fisicità lunari, oscillando pericolosamente nell'orbita gravitazionale ora dell'una ora dell'altra, finisce o finirebbe, se almeno non fosse per un cavillo, un ghiribizzo o una più banale congiuntura del fato, per scomparire eclissato nel campo magnetico delle relative maestranze.

Eppure questo nuovo Dredd potrebbe costituirne l'eccezione, se almeno qualcuno si decidesse a notarlo lungo le frastagliate coste italiche, dove ancora galleggia alla ricerca di un distributore. Sì, perché la “revisione” del più celebre giudice-giustiziere della storia del fumetto è di un rigore e di una simpatia che conserva del disarmante, e se anche permane nella mente dello spettatore l'idea di un “già fatto” o “già visto”, non si potrebbe comunque negare l'inventiva di chi, nonostante il predecessore, è riuscito forse non a riscriverne la storia ma almeno ad aggiungerne un capitolo inedito. Il suo pregio si divide infatti, difficile stabilire in che percentuale, tra il regista e lo sceneggiatore: il primo, di nome Pete Travis, è quello che ha diretto un paio di cosucce quali Prospettive di un delitto (2008) e Endgame (2009), il secondo, invece, dopo aver dato alle stampe il romanzo The Beach, da cui Danny Boyle trasse a suo tempo l'omonima pellicola, è cascato sotto l'ala protettrice di quest'ultimo, sceneggiando per la di lui regia 28 giorni dopo (2001) e Sunshine (2007).


Eppure questo Dredd conserva più le caratteristiche della “variante interpretativa” che del ramake, giacché del concept di Danny Cannon non si ravvisa traccia alcuna; per fortuna, sarebbe lecito dire, anche perché l'opera di Travis sa essere al contempo tamarra e originale, e se la funzionalità del primo attributo è per l'appunto il contegno di chi riesce a non strafare, dosando bizzarria e autenticità nel modo più equilibrato, la profondità del secondo è piuttosto il suo essere cattivo ma in modo compiaciuto, violento benché mai (troppo) fumettistico. Il nostro giudice che (difetto eclatante) è scolpito con l'accetta, per quanto un po' meno ottuso del suo clone bande dessinée, non si toglie mai l'elmo protettivo, assurgendo a concetto metonimico più che dispensatore di assoluzioni e condanne; e quantunque applichi le normative con meno sofisticheria del fumetto, la sua presenza, interpretata da Karl Urban, pare una pessima caricatura di John Wayne: troppo difficile affezionarsi alle sue movenze, assai arduo dargli la fiducia che al solito si riserva a un eroe cinematografico. Vengono in aiuto i comprimari, Olivia Thirlby, nel ruolo del giudice Anderson, e soprattutto la bellissima Lena Headey, britannica in carriera seppur ai più misconosciuta che qui, nei panni della perfida Madeline Madrigal, signora dello spaccio, è così sensuale che da sola riscatterebbe un film orribile dal limbo, e ne eleverebbe uno mediocre all'empireo dei meritevoli. Una bellezza sfatta, la sua, piena di cicatrici, figurate e non, tatuaggi, e tutte quelle piccolezze che consentirebbero persino di scomodare la Lisbeth Salander di scandinava memoria.

Il nuovo Dredd è rustico, sanguinario, ha insomma qualcosa di così intrinsecamente materico da renderlo divertente e a tratti ilare, e se la sua ambientazione aristotelica (unità di tempo, luogo e azione, nel caso specifico un labirintico palazzo infestato da delinquenti da suburra) gli conferisce quel qualcosa di sporco, gli eccessi iper-violenti lo trasmutano in un arzigogolato gioiello con rifiniture splatter: teste squarciate da proiettili sparati al ralenti, corpi dilaniati da bombe ed esplosioni, bodycount più da videogioco che comic strip. Il film di Pete Travis non è un capolavoro, e di sicuro farà storcere il naso a molti seguaci di Cannon, ciononostante ha quella attrattiva contagiosa, qualità tanto rara quanto preziosa, capace di infondere il sorriso anche al più inamovibile detrattore. Il giudice Dredd sarà anche troppo tetragono per risultare credibile, ma le numerose scene di sangue eviteranno di sicuro al film la condanna al dimenticatoio, rendendolo un godurioso divertissement per palati grossi. Soddisfa all'80% o qualcosa meno, ma per una volta divertitevi senza rompere le scatole.
Marco Marchetti




























6 commenti:

  1. sottoscrivo il giudizio di Marco, veramente divertente anche negli eccessi! ora subito alla caccia di quello con Stallone ovviamente...

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    1. Quello con Stallone è sublime, ma anche questo fa una bellissima figura. Il fumetto è divertentissimo, in una puntata il giudice Dredd o un suo sostituto, non ricordo bene, commina svariati anni di prigione a una vecchietta che s'era dimenticata di inserire gli spiccioli nel parchimetro...

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    2. Sì, prima mi rivedo quello con Stallone, poi passo subito a questo, che non ho ancora visto.

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  2. Bellissimo, uno dei migliori comics movie del 2012, e l'unico che è stato un insuccesso al botteghino, ha molti detrattori che come al solito e ovvio non capiscono una beneamata fava. Mi è talmente piaciuto che io non vedo soltanto le cose a sbafo, domani il corriere TNT mi porta un pacco di dvd Import in cui c'è anche il Blu-ray U.K. proprio di questo film, con una pletora di extra. Splendida come al solito anche ricoperta di cicatrici, e veramente inquietante, Lena Hadley. Vincente anche il non far mai togliere il casco a Karl Urban, fedelmente al fumetto -tanto lo si riconosce subito, è stato scelto anche per come è inconfondibile dalla parte inferiore del viso-, a differenza che nel vecchio "Dredd" stalloniano di Danny Cannon('95), il quale per esigenze divistiche, se lo levava anche un pò troppo.
    Film di Danny Cannon non da disprezzare completamente come è stato, ma che in confronto a questo...Bella la rappresentata estrema crudeltà e violenza grafica a là "Robocop",l'ambientazione "concentrazionaria"in un futuristico e angosciante mega complesso fatiscente abitativo-commerciale, e carpenterianamente "d'assedio", sempre fra le mie preferite, che solo per una coincidenza temporale (i tempi di lavorazione sono praticamente stati i medesimi), ricorda un pò e ai più quella narrativa dello straordinario "The Raid"(2012) indonesiano.

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  3. Molto belli e anche espressivamente con un "qualcosa in più"di originalità i rallenty provocati dall'uso della droga del film,ricordo che i costumi originali come la corazza e il casco di Dredd del film del 1995 di Danny Cannon furono opera di Gianni Versace, ed erano forse la cosa migliore del film, l'unica volta che egli creò appositamente i costumi -e non gli abiti- di un film.

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  4. Il fumetto originale almeno per i primi tre anni dal 1977 era semplicemente stupendo, una delle migliori creazioni del comics britannico di quel fecondissimo e ispirato periodo. Ha ispirato moltissimo cyber-punk a venire, dalla fantascienza ai videogames agli altri comics. e non ultimo certo al cinema degli anni '80. Vi sono delle influenze più o meno marcate e palesi perfino nel capolavoro di Carpenter "Escape from New Tork", fino ovviamente a "Robocop" di Verhoeven.

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