domenica 3 febbraio 2013

Lebanon

6

2009, Samuel Maoz.

La Prima Guerra del Libano vista attraverso il mirino di un carro armato israeliano. Questa idea, coraggiosa e geniale allo stesso tempo, ci permette di guardare attraverso il buco della serratura quello che avvenne in quel 1982, quando Israele decise di punire il Libano, accusato di ospitare guerriglieri del OLP nel suo territorio.

Il cast è ridotto all'osso, con una trama estremamente semplice. Tutto si svolge all'interno di un carro armato il cui equipaggio formato da quattro militari (interpretati da Yoav Donat, Itay Tiran, Oshri Cohen e Michael Moshonov) vede ciò che accade all'esterno attraverso il mirino dell'obice; occasionalmente il loro comandante, Jamil (Zohar Shtrauss) si fa vivo spiegando loro il significato di ciò che vedono, anche se lui stesso ha difficoltà a capirlo. Ospiti del carro saranno anche un cadavere, poi estratto da un elicottero; un prigioniero siriano – che comprensibilmente i protagonisti non capiscono cosa ci facesse lì; ed infine, un falangista. I falangisti libanesi erano un gruppo paramilitare di arabi cristiani, alleati degli israeliani. Anche la loro presenza risulta misteriosa ai militari. Si tratta degli stessi falangisti responsabili del Massacro di Sabra e Shatila, avvenuto nel medesimo conflitto e rappresentato in un altro capolavoro: Valzer con Bashir.

La fotografia di Giora Bejach – dove il verde regna sovrano – con l'espediente del mirino riesce a dare alle scene una forza drammatica incredibile. La sensazione di spiare delle situazioni reali non può lasciare indifferenti. Meravigliosa l'interpretazione di Reymonde Amsalem, nei panni di una madre che in pochi secondi si trova sola con la casa ridotta ad un rudere, perdendo persino i vestiti. Non parla, la sua espressività è talmente forte che la minima parola sarebbe stata superflua. Altre scene mute, come quella del vecchio seduto al tavolo di un bar affianco ad un cadavere col cranio maciullato, giustificano la scelta di una trama così semplice e breve: Pochi secondi di immagini ed il loro profondo significato, valgono da sole più di un'ora di pellicola. Come diceva il buon vecchio Hemingway, «show, don't tell!», non raccontare, mostra. Samuel Maoz in questo è stato magistrale. Quel mirino che scruta le varie scene sono anche gli occhi del regista, il quale è stato a vent'anni uno dei primi carristi israeliani a entrare in Libano nel 1982.

La colonna sonora – se così possiamo chiamarla – è costituita dai rumori della guerra; dal motore del carro armato, all'elicottero che passa sopra di loro a recuperare un cadavere; dalle comunicazioni radio, che si inseriscono perfettamente nella storia, ai colpi di artiglieria.

Interessante l'idea di aprire e chiudere il film con l'immagine del carro armato in mezzo ad un campo di girasoli. Nella scena della madre libanese in mezzo ai ruderi della sua casa, si vedono riproduzioni di quadri famosi, che poi vengono distrutti da un colpo partito dal carro armato. Un'altra scena suggestiva è quella in cui i protagonisti si posizionano vicino ai resti di una agenzia turistica, così che dal mirino vediamo – come in un dagherrotipo – le immagini della Torre Eiffel; di New York; ed infine, le rovine della città libanese in cui si trovano. I dialoghi e la situazione grottesca in cui si trovano i protagonisti denuncia una situazione di totale distacco dagli orrori della guerra, che non si limita a noi occidentali, ma raggiunge gli stessi militari, che osservano attraverso uno strumento ciò che accade; il loro compito consiste nell'eseguire gesti meccanici sentiti per radio attraverso la grande macchina all'interno della quale vivono, al riparo dalle conseguenze della guerra. Non sanno dove si trovano, né il significato di ciò che vedono.

In questo film tutte le guerre vengono rappresentate attraverso una in particolare. Certamente lo scopo principale era quello di denunciare i crimini di Israele (per esempio l'utilizzo di armi chimiche proibite dalla comunità internazionale, come il famigerato fosforo bianco, che i militari sono tenuti a chiamare "fumogeno"), non di meno, se la storia fosse stata ambientata in un altro conflitto, si sarebbero dovuti cambiare ben pochi dettagli, perché il crimine principale è la guerra in sé.

Voto: 4 stelle.

Giovanni Pili


6 commenti:

  1. Sopravvalutato. Meglio "Valzer con Bashir"('09)(capolavoro), e "Kippur"('01) di Amos Gitai.

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    1. Senza dubbio. Valzer con Bashir ha molti punti in più.

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    2. Una trama più strutturata non avrebbe guastato.

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  2. L'ho visto un po' troppo tempo fa per ricordarmelo a dovere (il che già di per sé non depone bene).
    Più che altro non mi piacque molto la retorica che trasudava.
    Senza voler per questo entrare nel suo merito "politico" (e da dire ce ne sarebbe), il film mi lasciò come l'impressione di essere quasi autoassolutorio, nel suo anti-militarismo un tantinello israelo-centrico (assurdo ma è così) in cui alla fine l'unico belligerante "monolitico" e del tutto privo di sfaccettature resta l'elemento arabo.
    Come se i veri poveracci fossero i ragazzotti ebrei mandati ad un "massacro" che a stento capiscono.
    Mah... Pellicola alquanto paracula, ecco.

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    1. Dovresti rivederlo. Mi ha dato una impressione diametralmente opposta su ogni punto che hai descritto.

      Non l'ho trovato per niente retorico, ti fa vedere papale papale cosa succedeva. Gli unici arabi che si vedono sono delle vittime civili, mentre fin dai primi minuti Israele non ci fa una bella figura. Lo fa vedere con gli occhi della realtà: i singoli militari erano ragazzi come noi, non degli assassini professionisti. E' la risposta all'eterna domanda "com'è possibile che un popolo di persone così sia stato capace di fare questo?".

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