martedì 20 settembre 2011

Campo de' fiori

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1943, Mario Bonnard.

Oggi inizio la recensione con un sentito omaggio ad una delle attrici presenti in quest'opera: Caterina Boratto (fotogramma in basso). Grande personaggio italiano dell'arte della recitazione, ha cominciato giovanissima a calcare set e palcoscenici continuando fino alla fine dei suoi giorni, spaziando su ogni genere sia cinematografico che teatrale. Pochi giorni fa, il 14 settembre, ricorreva un anno dalla sua morte, all'invidiabile età di 95 anni.

Se leggete in giro di questo film ve ne parleranno bene chi più chi meno, ma forse sono l'unico a definirlo un capolavoro. Vero, confesso ed è noto che ho un debole per Aldo Fabrizi ma non basta la sua presenza, per non parlare di quella di Peppino De Filippo e della divina Anna Magnani, a giudicarlo tale. C'è molto altro.

Premessa: chiamerò gli attori coi nomi di battesimo perché il personaggio di Aldo Fabrizi si chiama Peppino, creerebbe confusione ché in Italia quando si dice Peppino... "...e ho detto tutto!".

Siamo nel 1943 a Roma, nella famosa piazza di Campo de' Fiori. Aldo è un pescivendolo, Anna una fruttarola, Peppino un barbiere. Aldo e Peppino fanno gli scapoli d'oro, hanno un buon lavoro per i tempi, vantano improbabili conquiste femminili. Anna è dispettosa con Aldo in piazza, in realtà è con evidenza innamorata di lui, solo che Aldo punta in alto, ha una scuffia per una bellissima donna "molto fine" come la definisce, alta, bionda, fare aristocratico: Caterina Boratto. Aldo porterà regali, si occuperà del figlioletto della bramata mentre lei sarà in carcere, poi però il marito di Caterina si rifarà vivo dopo che l'aveva abbandonata, ecc... Non rivelo di più ma certo non siamo di fronte a un thriller, la trama per buona parte si prevede prima, è un film molto facile da vedere, che non significa che è banale.

Bella la pagina wiki che ne parla, solo che il suo carattere giustamente enciclopedico in questo caso risulta sufficiente solo a farne un ottimo canovaccio (sotto in grassetto corsivo) per considerazioni che meritano un po' di approfondimento.

"Campo de' fiori" è un film diretto dal regista Mario Bonnard nei primi mesi del 1943 che fu proiettato nelle sale cinematografiche nel giugno dello stesso anno.
In piena guerra si riesce a fare un film!
Certo, ancora non è arrivato l'8 settembre. Siamo coi tedeschi e non ancora sotto la loro occupazione. Quando verrà proiettato il film le forze alleate sono ancora alle prese con le battaglie in Sicilia. Roma vive un momento "tranquillo", molto tra virgolette ovviamente, ma i bombardamenti (19 Luglio 1943 quello del quartiere San Lorenzo), le rappresaglie e quant'altro arriveranno dopo. La guerra pare non esserci nel film, solo qualche piccolo dettaglio la ricorda, come qualche battuta sul sapone, il razionamento della fornitura del gas, il prezzo dell'olio d'oliva al mercato nero.
In fondo, anche se costretto da ovvii motivi a non "osare" sull'argomento coevo, è bello che si sia potuto fare e far vedere un film così in quel periodo, per più di una ragione. Anzitutto è una forma di resistenza dell'arte, che nonostante tutto prosegue, "show must go on" direbbero alcuni. Poi anche m'immagino le facce degli spettatori, a godersi quell'apparente pace nel contesto che li circondava, quel mondo pieno di sana umanità, a chiedersi una volta di più il Perché di quella follia mondiale.

La pellicola fa parte della trilogia comprendente "Avanti c'è posto" e "L'ultima carrozzella", dove Aldo Fabrizi interpreta personaggi del popolo come il tranviere, il vetturino e, qui, il pescivendolo.
Dico già che i film citati compariranno qua, e ridico per l'ennesima volta perché amo Aldo Fabrizi: è un grande attore che viene dal popolo e non s'è mai dimenticato questa cosa. Molti suoi ruoli, non solo in questa trilogia, calcano personaggi e mestieri popolari, e vengono da lui interpretati in modo sentito e profondo, non sono "solo tecnica" interpretativa. Si vede e si sente questa cosa. Ha pure diretto film su argomenti ostici, come l'emigrazione o la bigamia, usando sia il tatto sia il realismo, nelle dosi che ne potessero permettere il vaglio della censura e l'apprezzamento del pubblico. La censura l'ha passata sempre (o almeno credo) mentre il pubblico non sempre l'ha premiato e questa cosa certo l'ha fatto un po' soffrire, molto più che eventuali critiche da parte dei sapientoni.

Il film non fu girato in studio ma in luoghi reali e popolari com'era già accaduto brevemente in alcuni film girati a Milano nei primi anni Trenta ("Gli uomini, che mascalzoni...", "Giallo", "Tempo massimo").
L'uso di set naturali come la piazza, l'appartamento da scapolo di Fabrizi, la bottega di barbiere di Peppino de Filippo, e l'utilizzo di attori spontanei, provenienti dall'avanspettacolo come Anna Magnani, tutto questo è stato ritenuto dalla critica come un segno di un primo emergere del realismo cinematografico.

Hai detto niente: "... ritenuto dalla critica come un segno di un primo emergere del realismo cinematografico". Siamo stati gli antesignani, i maestri del realismo! Neo, post, metteteci i prefissi che preferite, e questo film è uno dei suoi primordi e già per questo bisogna scappellarsi.
Luoghi reali quindi, nulla di ricostruito. La frase di wiki è poco chiara, non ho ben capito se l'appartamento di Aldo era il suo nella vita privata o se quella di Peppino fosse una sua bottega di barbiere, ne dubito visto che faceva l'attore dai primi anni '30 in teatro. Però per ragioni che non conosco Peppino amava tantissimo quel mestiere, in tanti film lo vediamo, coi suoi baffetti curatissimi che s'alliscia sempre tra pollice e indice, interpretare ruoli di barbiere con maestria, un lavoro che amava e che chissà, magari ha fatto anche da ragazzino. Non manca il garzone nel suo negozio, al solito maltrattato e pure "paccariato". C'è molto di Peppino in queste sue rappresentazioni, mi sa che le sceneggiava da solo quelle scene. Se quando penso ad Aldo Fabrizi penso subito a un ferrotramviere in divisa e cappello, a Peppino De Filippo lo vedo con grembiule bianco, schiena diritta, né altezzoso né servile, pettine e forbici nel taschino.

L'uso dell'intercalare romano poi, meno dialettale delle altre parlate, comincia ad evidenziare nel cinema la regionalità linguistica divenuta in seguito caratteristica fissa dei film della commedia all'italiana.
E' stato tra gli antesignani anche in questo! Se l'inglese è la lingua internazionale universalmente riconosciuta, altrettanto va' detto del Romanesco come Intercalare Principale del Cinema Italiano. Molteplici i motivi del suo successo, che può disturbare solo certi bipedi verdevestiti ma per il resto è apprezzato da tutti gli ITALIANI, compreso chi scrive. Anzitutto il fatto che Roma sia stata (e ancora lo è) la città dove s'è prodotto più Cinema, centro nevralgico in materia, e con Cinecittà la prima ad avere una sede stabile di "studios". Roma è anche la sede della RAI, a lungo monopolista delle trasmissioni radiotelevisive nonché produttore (una volta, ora molto meno purtroppo) di eccellenti film. Ci sono anche altre ragioni, ma per farla breve bisogna appunto dire che il romanesco, anche nelle sue varianti che vanno dall'altezzoso-snob al coatto, non è proprio un Idioma come potrebbe esserlo il napoletano, o il veneziano, o tantissimi altri. Salvo pochi particolari termini che lo tipizzano, è soprattutto una cadenza, una sonorità, che lo rende facilmente comprensibile a tutti gli italiani. Anche il fiorentino è più o meno così, mentre gli altri no, sono dialetti con una loro grammatica più definita. Ci sarebbe molto da dire su quest'argomento, ma l'affronterò in altre rece, magari in occasione di una commedia di Edoardo De Filippo, che tra non molto metterò.

Protagonista del film è anche la bella piazza di Campo de' fiori, ora luogo d'incontro notturno, ma che ai tempi in cui fu girato il film, frequentata da una varia umanità di piazzaroli, era vivo esempio dello spirito popolare romanesco.
Le grida dei venditori che esaltavano la loro merce e i battibecchi con gli acquirenti che ne mettevano in dubbio la freschezza, resi magnificamente da Anna Magnani, fanno da sottofondo sonoro alla storia.

Qua mi limito a confermare e aggiungo poco.
E' una piazza che amo molto, dove campeggia un mio "oggetto di culto", la statua in bronzo in onore di Giordano Bruno, autore Ettore Ferrari nel 1889. Non sapevo che oggi è zona di movide capitoline. La cosa non mi rattrista, anche l'illustre intellettuale amava la vita, l'amore, la gente gioiosa. Spero solo che, sempre in suo onore, i giovani che lì si divertono non manchino di rispettare la sua effige, così come tutti gli altri monumenti della Città la cui incommensurabile bellezza sarebbe un delitto deturpare.
Detto ciò, chissà il "mio" Giordano com'era felice di sentir sguaiare i piazzaroli! Il film apre e chiude su panoramiche dall'alto della piazza brulicante e vociante, con la statua a vegliare su tutto. Uno spettacolo da lacrime agli occhi per me. Ben altri effetti invece fece la statua al pontefice regnante al momento in cui fu eretta, Leone XIII, che ruggì al punto da minacciare di abbandonare Roma a causa di ciò. Trattasi di occasione persa, fosse dipeso me da avrei tappezzato Roma e l'Italia tutta di cotanto amuleto, coniato monete con la sua effige, invocato il suo nome in ogni consesso pubblico, persino il nome della nazione avrei cambiato! da "Regno d'Italia" a "Regno di Giordano Bruno": un sogno.

Finito il canovaccio-wiki, non posso evitare un piccolo spoiler, ché desidero chiudere proprio con il dialogo tra Anna e Aldo che anticipa di poco il finale. Sono vis-a-vis davanti a un cinema, devono decidere se entrare o meno insieme a vedere il film in programma.
Anna: "Guardate che è un film triste, c'è un finale che fa' piagne"
Aldo: "Perché? Come finisce?"
Anna: "Col matrimonio"
Sceneggiato da Mario Bonnard, Aldo Fabrizi, Federico Fellini e Tullio Pinelli. Non so chi tra loro abbia ideato questo breve dialogo ma merita un Encomio Solenne solo per questo. E' talmente bello, semplice, soprattutto ricco di significati polivalenti e persino umoristico anche se Anna lo dice con un accoramento romantico da popolana appassionata, sincera e trasparente, con la faccia (vedi foto a lato, è proprio quel momento) che esprime commozione pur senza piangere, basta socchiudere gli occhi in un certo modo, posizionare le labbra in un altro: è talento innato. Meravigliosa la Magnani, ne ho parlato poco qua ma non me può volere per questo, l'ho fatto in altre sedi ("Bellissima", 1951, Luchino Visconti) ed ancora lo rifarò.

Mi sono commosso, divertito, anche istruito, con un solo film.
Non mi capita spesso.
Robydick

M'è toccata troncarla, era troppo lunga, ma potevo non mettere la splendida "Campo de' fiori" di Venditti ad accompagnare il frameshow? Bellissimo, senza modestie, è un piacere da vedere.


10 commenti:

  1. visto quest'estate, di sera tardi, su un'improbabile tv privata toscana. Eggià, in prima serata sulle reti nazionali c'è Miss Italia. Condivido con te l'entusiasmo, soprattutto per la bravura di Fabrizi. Sono quei film che ti catturano come un campo magnetico, quando ti ci imbatti come è successo a me, e non puoi evitare di vederli fino alla fine. E poi ti lasciano quel sapore di "buono"

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  2. Vabbè, l'entusiasmo era tale che l'ho scritto per ben due volte, modificandolo un po'...Scusa, è l'età.

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  3. devi ernest! ;-)

    manu, ahah! va' che siam lì con l'età, lassamo perde... grazie del bel commento :D

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  4. grazie nick, mi fa molto piacere :)

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  5. Grande scelta quella dell'accompagnamento con la struggente e inevitabile "Campo dè fiori" di Venditti. Bellissimo film, Bonnard sarebbe un'altro di quei gloriosi registiartigiani attivi anche fino ai generi popolari degli anni '50 e '60 come nel Peplum, da riscoprire e ristudiare approfonditamente e non è detto che ptoprio in occasione di Italian'50s non verrà fatto . "Gastone" con Sordi adesso è per te imprescindibile. Sommo Fabrizi come sempre in uno dei suoi ruoli cardine della vena popolaresca romana. E non da meno Peppino De Filippo, che come ti ricorderai ho avuto il grande onore e fatto in tempo di conoscere seppur fuggevolmente, di persona.

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  6. va bene napoleone, lo faccio io allora Gastone? pensavo appunto alla tua rassegna... ma ok, se dici così obbedisco :)

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  7. Eh, la Boratto era proprio ancora una bella donna negli anni'70, la vedevo spesso passare a piedi in V.le Bruno Buozzi ai Parioli, si vede abitava lì. Attiva fino a quelli anni e in diversi film di genere, mettendosi persino in gioco molto temerariamente nel suo famoso ruolo in "Salò" di P.P.P.

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  8. eh napoleone, volevo citarla per quella apparizione con PPP, ma è un film che proprio non me la sono sentita d'inserire in questa rece. ottimo invece farlo nei commenti, ti ringrazio.
    per quel che ho letto in teatro è andata avanti ancora a lungo, operette comprese.

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