venerdì 11 novembre 2011

Due occhi diabolici - Two evil eyes

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1990, George Andrew Romero, Dario Argento.

Dall'episodio: “I Fatti nel caso di Mr.Valdemar”:

Jessica Valdemar/Adrienne Barbeau :- “Ho sposato un vecchio ricco. Ho lasciato che mi usasse , per il suo piacere e per esibirmi. Ora ho intenzione di lasciare che mi paghi per i miei servizi.”

Poliziotto/Jeff Howell :- “Abbiamo trovato del sangue nel congelatore giù in cantina.”
Det.Crogan/Tom Atkins :- “Cristo! I ricchi ... La roba da malati risulta sempre essere dei ricchi.”

Dr. Robert Hoffmann/Ramy Zada :- “Provate a pensare logicamente. C'è una spiegazione logica per tutto.”

“Sono andato a Baltimora […] e nel piccolo, segreto giardino di una chiesa gotica ho trovato non una, ma due tombe del mio sventurato, nevrotico e miserabile amico [Edgar Allan Poe] senza un penny, che resta a mio parere il più grande romantico della sofferenza umana e della paura. Così ho deciso di girare un piccolo film nel film per i titoli di testa e ho fermato l'occhio della mia cinepresa un po' perversa sulla prima tomba di Poe, che è completamente coperta di pennies di “copper” (rame) perchè i suoi estimatori continuano per lui a fare una povera colletta. […] Poe ha saputo “sognare sogni che nessuno aveva mai osato sognare prima” e perchè in epoca d'angoscia i suoi racconti, le sue ombre, i suoi protagonisti ci portano per mano nel carcere, o meglio, nell'abisso senza fondo della sua e delle nostre fantasie.”
Dario Argento, in Giovanna Grassi, Nuovo brivido firmato Argento, “Corriere della Sera” 17 gennaio 1990.

Questo altalenante e insipido film horror antologico sarebbe probabilmente svanito nell'etere se non fosse per il fatto che George A. Romero e Dario Argento lo abbiano firmato. Romero e Argento stavano in quel periodo (alla fine degli anni '80) concludendo la loro parte di carriera più fertilmente creativa di due decenni prima e il cui risultato opus è stato per Romero il capolavoro totale “Dawn of the Dead - Zombi”, nel 1978. Che differenza hanno portato i dodici anni trascorsi, fino al 1990? I giorni migliori di entrambi i registi erano intanto oramai dietro di loro e questo progetto sa un poco di opportunismo e di una sorta di disperazione per tornare ai bei vecchi tempi degli anni '70 e '80. Anche già per il 1990 questo si sentiva come una sorta di ritorno al passato e questo non ha aiutato l'operazione ad andare particolarmente bene. Il crollo delle fortune vissute da entrambi i registi sarebbe continuato in misura sempre maggiore, per tutti gli anni '90, e per Argento ben oltre. Per Argento è diventato un declino terminale, mentre Romero è riuscito a progettare qualcosa seppur in ritardo sugli altri, di un ritorno creativo nel filone zombesco tornato di grande seguito e successo per merito di “Resident Evil” (2002) di Paul W. Anderson, e “28 giorni dopo” (28 days later) (2003) di Danny Boyle, ma anche di sua ossessione e “creazione primigenia” - che ha fatto sì che egli riuscisse ancora una volta a sostenere il manto di essere uno dei più importanti creatori di film horror, anche in epoca contemporanea.

Il problema affrontato da qualsiasi antologia cinematografica è cercare di mantenere la qualità ad un livello non diseguale in ciascuno dei suoi episodi. Nella storia dei film horror antologici io personalmente non credo che questo sia quasi mai stato realizzato. Di solito ci troviamo di fronte tre o quattro mini racconti, che naturalmente aumentano le probabilità di un risultante catafalco. “Due occhi diabolici” riduce le probabilità di trovarsi di fronte ad un prodotto mediocre, offrendo ai due episodi ca. 50 min. Il problema è che sono entrambi adattamenti di racconti dallo stimato Edgar Allan Poe che non è mai stato lo scrittore più semplice da adattare per lo schermo se non per Corman e non molti altri. Argento potrebbe avere sentito un debito di riconoscenza a Poe, ma il suo progetto fin dall'inizio è stato bislacco, ed i risultati dello sforzo collettivo suo e di Romero abbastanza inutile, dimostrando come anche i grandi ammiratori di uno scrittore come Poe possano assolutamente perdere le qualità che hanno per loro reso Poe una tale fonte di ispirazione. Poe era andato troppo oltre e a lungo, e non ha mai dovuto in tutto ciò che ha mai scritto sostenere un respiro narrativo affanoso come è invece quello dell'episodio romeriano de “I Fatti nel caso di Mr. Valdemar”. Eppure, nelle intenzioni doveva essere una delle storie “bandiera” di Poe, da trasporre, per cui lo sforzo è risultato inutile e vacillante, mentre il lavoro dei due registi cerca invano e prosciugandosi, di venire a patti con la complessità delle sue storie.



Mi sembra a tratti di essere un po' ingeneroso perché la versione di Argento de “Il gatto nero” ha alcuni momenti memorabili e riusciti. Ma mai comunque, “Due occhi diabolici” recupera completamente da un andamento strascicato e terribile, soprattutto certo, il francamente patetico episodio scritto da Romero e tratto da “I fatti, nel caso di Mr. Valdemar”. Il ritmo narrativo di Romero è spesso noioso e faticoso, mentre visivamente l'episodio è quasi sempre bloccato e inerte. Fino a quel punto, probabilmente questa era la cosa più blanda e inutile che Romero avesse mai realizzato. Invece di sottolineare le stranezze della scienza implicite nella storia, Romero opta per alcuni sciocchi cliché, imperniati su testamenti e ricchezze ereditate. Al massimo in quest'episodio ci troviamo quindi come negli episodi improntati ad una ilare amoralità degli omnibus Amicus e EC Comics, che sono un mondo veramente lontano dal signor Poe. Nel tentativo di dare al racconto un tocco contemporaneo Romero perde totalmente il punto di ciò che ha reso il racconto originale, nei modi agghiaccianti e terrificanti che ogni lettore di Poe ben ricorda. La parte interessante della storia che coinvolge l'ipnotizzazione di una persona prima della morte è qualcosa che nella sceneggiatura di Romero sembra non si riesca ad affrontare, cercando solo di riuscire a capire cosa farne. Romero sembra anzi più interessato alle scene in cui la Barbeau conduce la sua trama personale e il suo schema di corte per appropriarsi dell'ingente patrimonio dell'eredità. Ora questo potrebbe anche essere interessante se non fosse che le interpretazioni -tranne il solito Tom Atkins nei panni del Det. Crogan, il poliziotto che indaga sul caso- sono tutte inconcludenti e prive di incisività. Il tutto, è generalmente lento e ha il sapore e l'aspetto di un mero film per la televisione.




L'istante in cui si si passa all'episodio di Argento “Due occhi diabolici” improvvisamente si rianima e ci si sente riappropiare dal cinema, al posto della precedente estetica e narrazione televisiva. Argento riesce qui ancora, almeno mantenere il suo abituale standard visivo, mentre la sua cinepresa con il suo occhio si muove nella maniera impressionante a cui siamo abituati. “Il gatto nero” è anche occasione di un ottimo ruolo e un'eccellente prestazione del -quasi- sempre grande Harvey Keitel come fotografo di cronaca nera dalla curiosità morbosa, che alla fine lo porta anche ad uccidere. Un intermezzo con un bel sogno-incubo in un villaggio medievale porta il film fuori dai luoghi urbani in cui è costretto, e ci viene offerto un momento veramente eccitante a livello visivo e immaginativo, oltre che un maggior livello di violenza. La narrazione è abbastanza fedele alla storia e agli elementi necessari per modernizzarne il racconto, in generale con successo. Ma quello della follia e del crollo psicologico del protagonista, insito nella storia, dov'è? Non ha un reale senso che Keitel sia torturato da demoni interiori e dal bisogno di uccidere, e che le sue azioni e i suoi comportamenti che si incontrano siano interpretati più come strani e bizzarri, se non invece il risultato di una frammentazione della sua psiche. E anche se è una bella trovata, ben congegnata e con un buon ritmo di montaggio, alla fine che cosa esattamente sta cercando di fare Usher? - Il cui risultato è soltanto la sua accidentale impiccagione. A parte alcuni esempi isolati “Due occhi diabolici” è quindi sostanzialmente un'operazione filmica flaccida e che non descrive e restituisce nulla di nuovo e cinematograficamente originale, ben lontana da quello che ci si sarebbe potuto aspettare dato il talento dei due coinvolti. Ma è anche un film stranamente preveggente e profetico perché sembrava proprio già intravisto e da venire il tempo di un decennio terribile per entrambi i registi.

Alcune note aggiuntive e necessarie mie da Wiki:

“Due occhi diabolici” è un film in due episodi, diretti rispettivamente da George A. Romero e da Argento. Il film nasce come un omaggio al grande scrittore Edgar Allan Poe ed originariamente gli episodi dovevano essere quattro, rispettivamente di Romero, Argento, Wes Craven e John Carpenter. Il film è uscito nei cinema italiani il 25 gennaio 1990.

Critica
Pur non mostrando di apprezzare particolarmente il film, il confronto tra due mostri sacri del cinema horror ha comunque destato interesse. Paolo Mereghetti assegna al film una stella e mezzo: "il primo episodio ha una certa tensione. Mentre il secondo, nonostante abbia meno manierismi argentiani del previsto, scende sensibilmente di tono". Di tutt'altro avviso è Rudy Salvagnini, che nel suo Dizionario dei film Horror dà al film tre stelle: "purtroppo, la versione di Romero non è più d'una diligente rielaborazione moderna del racconto di Poe. Prevedibile e quasi televisivo (!), l'episodio si ravviva solo a tratti (...), mentre Dario Argento se non raggiunge il capolavoro, lo sfiora. Sicuramente, è la cosa migliore fatta da Argento negli ultimi vent'anni, una morbosa e perversa attualizzazione del racconto di Poe che trattiene in pieno (...) lo spirito ossessivo del racconto (...), rende quasi imbarazzante il confronto con il primo episodio". Dello stesso avviso è Pino Farinotti: "Due stili diversi attraversano gli episodi: quello di Romero ha un taglio claustrofobico, quasi televisivo, mentre quello di Argento, di gran lunga migliore, crea suggestioni di taglio visionario che lo rendono inquietante. Particolarmente incisiva l'interpretazione di Harvey Keitel". Più freddo Morando Morandini che nel suo Dizionario dei film assegna al film due stelle: "i due mediometraggi non contano molto nella carriera dei due registi. Romero punta sull'apologo: lineare e scontato; Argento abusa di citazioni e ammiccamenti: macabro e orripilante con qualche zampata".

Il racconto di Poe aveva già ispirato “Black Cat (Gatto nero)” di Lucio Fulci, una trasposizione piuttosto infedele all'opera letteraria. Il regista avrebbe dovuto dirigerne un'altra versione all'inizio degli anni '90, ma alla fine fu Luigi Cozzi, anche sceneggiatore, a firmare la pellicola.

Durante la lavorazione vi furono molti litigi tra Romero e Argento, che lo accusava di aver girato svogliatamente.

Il film non fu un successo, ma “Il gatto nero” rappresenta probabilmente l'ultimo capolavoro di Argento prima della fase calante della sua carriera.

Argento in origine voleva che il film fosse una collaborazione tra quattro registi: lui, Romero, ma anche John Carpenter e Wes Craven. Carpenter e Craven si tirarono fuori, in modo che Argento e Romero hanno deciso di affrontare il progetto della sua storia in due parti, ciascuno dirigendo il suo segmento di parte.

E' stato il primo film e il primo ruolo recitato da quella gran SUPERFICA di Julie Benz, che fa dei pompini da urlo al Dexter della famosa serie tv omonima..

Asia Argento, ha doppiato (!) molte delle voci femminili per la versione Italiana, tra cui (!!) la voce di SUPERTOPA Julie Benz.

Argento originariamente avevo previsto uno spettacolo ricavato e basato sulle opere di Edgar Allan Poe. Romero aveva accettato di dirigere l'ora con “I Fatti nel caso di Mister Valdemar", Michele Soavi aveva firmato per "La maschera della morte rossa" (che era stato la scelta originale di Romero) e il grande Richard Stanley era stato scelto per "Il Barile di Amontillado" (addirittura Michael Gambon era stato scelto come Fortunato e Jonathan Pryce [!] come Montressor). Purtroppo Romero ha ritardato l'inizio delle riprese e solo un episodio ulteriore ("The Black Cat ") scritto e diretto dallo stesso Argento, è stato prodotto. Gli altri script sono finiti sullo scaffale.

Il segmento di "Black Cat" contiene diversi altri spunti dai racconti di Edgar Allan Poe così come i nomi dei personaggi. Due delle scene dei crimini registrate da “Rod Usher” sono de "Il pozzo e il pendolo" e "Berenice", il personaggio di Tom Savini nel secondo episodio è costituito ed è vestito per sembrare Poe stesso (che ha scritto "Berenice" in prima persona, di un uomo che apre la tomba di suo cugina e gli rimuove i denti). Poe ha, infatti, sposato la sua cugina, morta all'età di 25 anni. Il nome della moglie di Rod è Annabel (nata Lee, si suppone), la barista da cui torna il gatto si chiama Eleanor, e i vicini di casa sono chiamati Pym (nome, senza dubbio, Arthur Gordon). 

Napoleone Wilson


5 commenti:

  1. Quel gatto assomiglia in maniera inquietante a quello di mio padre.
    Grande film e recensione, as usual.
    P.s. occhio alle 11 e 11..Roberto Giacobbo Numero Uno!

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  2. ciao Harmo... non sto nella pelle per quell'ora! :)
    si dovrà stappare una bottiglia come a capodanno?

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  3. Mai visto e non mi ispira nemmeno!

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  4. Giacobbo meglio di un film di Emmerich: nazisti redivivi, tipo avvistamenti di hitler in argentina negli anni 50, poi ufo a go go, templari, graal, gesù cristo fuggito in india, etc etc. altro che sci-fi !

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