domenica 6 novembre 2011

L'iguana dalla lingua di fuoco

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1971, Riccardo Freda (as Willy Pareto).

Che bello che era il cinema bis italiano, e quanti capolavori di sventurata giovinezza hanno allietato i nostri incubi/sogni di amanti della settima arte più estrema. Prendiamo per esempio un caposaldo dell'horror nostrano, quell'Antropophagus che nei ricordi, almeno i miei, sembrava splendido e invece a conti fatti, rivedendolo, era cosa più di intenzioni che di effettiva riuscita.

Ma tant'é neanche Antropophagus sarebbe da disprezzare perchè a conti fatti possedeva quel certo genio sotterraneo che rendeva grandi anche le nostre opere più piccole del terrore, ora ci rimane solo un mucchietto di filmetti di genere (o degenere) che nulla di geniale ahimè hanno. Basti pensare alla scena magnifica dove una giovane Margaret Mazzantini (autrice nel 2002 del best seller Non ti muovere) emerge da una botte di sangue menando pericolosi fendenti all'aria con un coltellaccio per capire con malinconia quanto ci manchi oggi anche un brutto Massaccesi.

Quando ho deciso di recensire il giallo di Riccardo Freda Un'iguana dalla lingua di fuoco vi giuro ero animato dalle migliori intenzioni. Freda è stato negli anni 60 il pioniere con Mario Bava dell'horror italiano: i loro I vampiri e La maschera del demonio hanno dato il via ufficialmente alla stagione magnifica del cinema del terrore nostrano che è continuata con o senza intoppi, con grandi o piccoli successi fino almeno al 1992, anno di Dellamorte Dellamore, ultimo sussulto del genere prima di morire. Certo poi altri horror verranno girati, ma senza continuità e molte volte si tratterà di produzioni così scalcinate da sfiorare l'amatoriale.

Per strane ironie del destino a chi scrive di Freda è piaciuto soprattutto uno dei suoi lavori più disprezzati Estratto dagli archivi segreti di una capitale europea (Tragica cerimonia in villa Alexander). Film sfortunatissimo, iniziato da Mario Bianchi, continuato da Freda e finito da Walter Filippo Ratti. Quindi frediano per un terzo e secondo voci di corridoio forse di un mezzo di quel terzo visto che Freda abbandonò lo scalcinato set dopo pochi giorni e di Estratto ne parlava poco o per niente negando la paternità. Eppure si tratta di un prodotto sì scalcinato, ma dotato di un fascino straordinario, avanguardistico persino nella struttura diabolica a scatole cinesi, figlio o fratello degenere del ben più compatto e riuscito Lisa e il Diavolo di Mario Bava. Certo a fare i pignoli si potrebbe dire che tutte le cose interessanti del film, gli intrighi lasciati a metà, i colpi di scena non sense, la storia incomprensibile sono frutto di una sceneggiatura che non sapeva dove parare. Ma per chi scrive c'è l'idea di un progetto avanti mille anni luce dai prodotti dell'epoca, quasi una totentanz prima che Dario Argento pensasse alla sua ballata macabra con Inferno.

L'iguana dalla lingua di fuoco è contemporaneo, ma sulla sua qualità non ci sono dubbi: è un film orribile. Questa volta niente su cui appellarsi: non il fascino rozzo, non la malìa del bizzarro, solo uno squallore narrativo e tecnico. Che a Freda del film non gliene fregasse niente lo si capisce da come costruisce le scene, dalla cretineria che pervade l'opera stessa. Non c'è traccia dell'autore de Lo spettro in questi lunghi zoom antiestetici, in questa piatta messa in scena qua e là ravvivata da un effettaccio sanguinolento. Ci si sente davvero prima presi in giro ad assistere a così tante cazzate poi ci si ammutolisce poi si resta solo sconfortati. Pensiamo alla scena dove l'assassino viene presentato: volto coperto da due grandi occhiali scuri intento ad uccidere una donna col vetriolo. Ecco, da lì ogni personaggio porterà gli stessi occhiali scuri e giù di zoom, sul suo volto come a chiedere ogni volta: è lui l'assassino? Solo uno spettatore che ha come letture Macchianera in campeggio potrebbe sussultare ogni volta, al più subentra l'irritazione al trecentesimo zoom. Poi prendiamo la scena dove l'assassino vuole uccidere la figlia del protagonista. Ecco Freda ci presenta la vecchia nonna un po' cieca e pure sorda che accoglie in casa la fidanzata del nostro eroe: una fighissima Dagmar Lassander. Il nostro killer non poteva sapere che la nonna non vedesse bene, però che fa? Si veste da Dagmar Lassander, approfittando che lei sta facendo altro, passa indisturbato davanti alla vecchiarella che gli fa pure ciao, e armato di coltello si avvicina alla sua vittima. Immaginate quest'omone con parrucca e minigonna: una cosa invedibile. Poi chi era questo killer? Uno che si è visto di sfuggita per 3 microsecondi a metà film. Non vi dirò chi per correttezza, ma è roba da dover riguardare il film per ricordarsi quando l'abbiamo per lo meno scorto.

Naturalmente non manca lo spiegone finale: “Non sopportava di essere diverso dagli altri”. Leggesi omosessuale, anche se non è ben chiaro. Intanto ci siamo sorbiti: un maggiordomo che guarda le persone male e si comporta da assassino senza esserlo, una saturazione con ago e filo senza effetti speciali, un indagato Luigi Pistilli che recita di un male che ti puoi chiedere se è un clone alieno di Alpha centauri.

Mannaggia Freda, pace all'anima tua, se non avessi avuto un curriculum di tutto rispetto era il caso di rubare la macchina del tempo per prenderti a calci in culo con gusto. Un film davvero sadico per come tortura le palle dei catecumeni del cinema bis.
Keoma








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5 commenti:

  1. recensione divertentissima..me la son goduta..ahah..ieri ti chiedevo e avevi fatto un salto nel mio blog per vedere i primi film caricati..e che ne pensavi...ciao

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  2. veramente... Keoma è uno spasso da leggere brazzz, hai proprio ragione! :D

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  3. oooops..non avevo guardato la firma del pezzo..eh eh..

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  4. Però il finale con l'animalesca lotta con l'assassino, di imitazione di quella certo ben più tesa e angosciante de "Il Gatto a nove code", non era male per come me lo ricordo, sia tecnicamente che come realizzazione visiva, mi pareva che almeno lì la proverbiale durezza cruda di Freda e del suo fare cinema scabro e poco conciliatorio si ravvisasse, e chiaramente. No...?

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  5. noi cantiamo solo per la dagmar, qui solo per la dagmar, alè alè siamo pronti a dar battaglia sempre e solo per la dagmaaaar!!

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