sabato 25 febbraio 2012

Flandres

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2006, Bruno Dumont.

L'età inquieta. L'umanità. Flandres. Tre schegge di un cinema che non è cinema, ma un tessuto amorfo in costante mutazione e forse nemmeno quello. Tre visioni culturalmente assonanti, la prima che determina la seconda, la seconda che presuppone la terza, e l'ultima che ne sintetizza gli opposti. Vederne una significa non vedere nulla, vederle tutte significa vedere tutto. Nel trittico, un unico comune denominatore: Bruno Dumont, che con questo suo quarto lungometraggio vince (meritatamente) il Gran Premio della Giuria Cannes 2006, costituendo una filmografia mai veramente completata, in cui ogni tassello è propedeutico al successivo e la cui composizione si rivela puntualmente maggiore delle sue parti.
Sì, perché il regista francese, pur mantenendosi fedele a un formalismo metafisico, dechirichiano in alcuni tratti, antonioniano in altri, ha di fatto ricostruito lo stesso film, girando, con accentuato amore per il paradosso, versioni completamente diverse della sua opera prima. Come se, non soddisfatto a sufficienza, avesse sentito il bisogno di riscrivere la medesima pellicola, rimaneggiandola così tanto da renderla altra rispetto a se stessa, diversa da quanto la sua mano sicura aveva in principio diretto.

Allora che cos'è Flandres, e quindi, per compensatoria sineddoche, che cos'è l'intero cinema di Dumont? La risposta, a volerne trovare una, è racchiusa nella domanda, perché come L'umanità era un film sull'umanità, e quindi sul bene e sul male, sulla colpa e sulla redenzione, Flandres è un film che si riassume in ciò che il suo titolo, tautologicamente, esibisce: le Fiandre, il paesaggio fiammingo che riempie di splendore e desolazione buona parte dei suoi lavori, i campi lunghissimi su questo cielo piovigginoso, fatto di nuvole plumbee, colline verdeggianti in attesa di un temporale che non verrà mai. Flandres non ha una narrazione, o se ce l'ha è talmente minimale da confondersi con le sue immagini; e anche quando la sua impostazione, a uno sguardo disattento o superficiale, sembra palleggiarsi tra gli estremi del social drama e quelli dei contes moraux, questi sì dumontianissimi, nessuna delle sue storie senza storia cade mai nella retorica (politica, sociale) o nell'allegoria gratuita. No, è piuttosto il simbolismo a dettare le regole, a impregnare l'aria elettrica di primavera dei suoi campi incolti, a bilanciare i suoi ineluttabili cicli fino a raggiungere un perfetto equilibrio tra stile e contenuto, organicità ed essenza. Flandres è allora e innanzitutto uno stato d'animo, col quale nasci e insieme al quale muori. È amore e bellezza, dolore e passione, natura e cultura che si scontrano (e convivono con altrettanto contraddittoria inevitabilità) in un mondo dove la biologia determina quanto la spiritualità rinnega, e dove la ricerca di un dio è in fin dei conti subordinata alla presenza del male.

Eppure Flandres cambia, costantemente e impercettibilmente, fino a diventare qualcos'altro rispetto a L'età inquieta, fino a integrare, come complemento speculare e simmetrico, il discorso estetico perseguito ne L'umanità. C'è André (Samuel Boidin), un giovane contadino che, in questo villaggio sperduto nel mezzo della campagna, si divide tra i campi, gli amici e la fidanzata Barbe (Adélaïde Leroux). Ogni giorno trascorre uguale a tutti gli altri, nella stessa rustica monotonia, il lavoro, gli incontri al bar, il sesso sporco e selvaggio, consumato nei fienili, tra i prati e gli alberi. Tutto è di un verde scuro, materno ma inquietante, spruzzato di arbusti sporadici, di elettricità baluginante, di bagnato e fradiciume che si respira in ogni angolo. Riesci quasi a intrecciare le dita nel ventre butirroso della terra, ad affondarci dentro le mani, tanto lo senti, tanto ti entra a fondo la sua forza greve e onnipresente. Ma quella di André è una vita troppo disillusa e ordinaria perché il ragazzo si renda conto della morte che lentamente lo corrode. E anche se tutto quel verde lo distrugge, contaminandolo, infettandolo con le sue estensioni piovigginose, fatte di argilla e terriccio, la sua mente è troppo abitudinaria per fargli sognare un'esistenza diversa da quella che ha sempre avuto. Almeno fino a quando l'esercito non arruola tutti i giovani in forze del paese e li spedisce a farsi ammazzare in un non meglio precisato conflitto mediorientale. Allora Flandres, in un déroulement tanto radicale quanto sorprendente, tinge quel verde profondo di un giallo luccicante e implacabile, e le sue colline cedono il posto a una distesa eterna fatta di sabbia e roccia, i suoi prati rugiadosi a scheggiate pietraie che divampano nel sole. Il puzzo di temporale, di pioggia, di primavera si trasforma in pelle bruciata, in zolfo, in gragnole di proiettili scoppiettanti. L'odore di sesso in odore di carne.

Lo sguardo di Dumont è essenziale e impietoso, tanto nel seguire le vicende belliche di André, tanto nel delineare la quotidianità di un villaggio francese spopolato di uomini, dove le donne, Barbe e la sua amica, si lasciano sedurre da ogni maschio disponibile. La violenza della guerra e gli accoppiamenti bestiali determinati dalle più ataviche connessioni alchemiche e neurali. Lo stupro di gruppo di una guerrigliera mediorientale, concluso con una vendetta ancora più atroce dell'atto, e parallelamente la carnalità debordante delle due compaesane di André. E quando la guerra finisce, senza né vincitori né vinti, con le sue cicatrici che mai si dimenticano e mai si cancellano nel sangue, André torna alla vita di sempre. Alle sue Fiandre, ai campi da coltivare, alla sua fattoria, alla fidanzata. Nulla è cambiato per davvero, se non nell'animo del giovane. Nei suoi occhi restano i ricordi degli abusi, degli stupri, delle mutilazioni di prigionieri, civili e soldati. Le pallottole che incendiano la polvere, l'odio che accende gli animi di chi s'è votato alla ferocia, il puzzo del sangue che inebria e penetra nelle narici.

Flandres non è mai un film sulla guerra, come non lo è mai sulla vita di provincia, sulle sue ipocrisie, sul senso di frustrazione che la mancanza di stimoli intellettuali presuppone. È piuttosto una pellicola epica, cosmogonica, una riflessione sul Grande Tutto che ci rende uomini e al quale, indipendentemente dalla moralità delle nostre azioni, tutti quanti torneremo. Inesorabilmente. Flandres è la condanna e la sua remissione, la macchia e la salvezza, la grazia e l'afflizione. Quando ci sei dentro, non ne puoi più uscire. Cerchi disperatamente di urlare, di fuggire, di arrampicarti lungo quelle colline ondulate e mostruose. Correndo in preda all'orrore come Pharaon De Winter, il poliziotto de L'umanità, amando come il giovane Kader de L'età inquieta, o restando a margine degli eventi, impotente e impietrito da tanta incomprensibile crudeltà, come il disperato protagonista di questo film. Ma ovunque andrai, ovunque si poseranno i tuoi occhi, avrai sempre quella distesa dentro di te, verde, sinuosa e infinita. Le Fiandre.

Marco Marchetti


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