lunedì 6 febbraio 2012

Nella città perduta di Sarzana

10
1980, Luigi M. Faccini.

E' una recensione molto lunga. Chi ha poco tempo ripassi un'altra volta, chi lo ha si metta comodo... I fatti storici narrati e l'eccelsa qualità del film, che m'ha procurato grande emozione, meritano una trattazione approfondita.
Chi scrive sta curando una monografia di Luigi Faccini, regista e uomo di cultura che forse non molti conoscono, ma è 6° nella classifica del Dizionario Morandini per i migliori Registi del Cinema Italiano di tutti i tempi. Mi onoro di avere con lui un ricco scambio di email che preferiamo chiamare Lettere. Abusando della disponibilità che mi riserva, gli ho chiesto un contributo, sia in termini storici della vicenda rappresentata, sia riguardo alla non facile produzione del film stesso. E' stato disponibile e cortese, a lui quindi è affidata la narrazione di questi aspetti.


Cominciamo dalla trama, e la prendo come da lui pubblicata nel sito ufficiale:
Il più sanguinoso episodio di “guerra civile” che precedette la marcia su Roma e la presa del potere mussoliniana... Nella notte tra il 20 e il 21 luglio 1921, una squadra di seicento fascisti toscani, guidati da Amerigo Dumini, raggiunge Sarzana per liberare Renato Ricci e una decina dei suoi reduci da una spedizione punitiva che ha fatto cinque morti nell’interno della Lunigiana. Sono armati, provvisti di benzina. Vogliono impartire una lezione alla città “rossa”. Sarzana è mobilitata. Il sindaco socialista della città presiede un Comitato di Difesa di cui fanno parte tutte le forze politiche democratiche. Pattuglie di volontari, fra i quali spiccano i bracciali rossi degli arditi del popolo, presidiano le campagne in accordo con i carabinieri e l’esercito. A Roma, in Parlamento, mentre l’aggressione fascista è in corso, si sta discutendo il programma di governo di Ivanoe Bonomi, designato dal Re quale successore di Giolitti. I socialisti, che Bonomi vorrebbe con sé, tentennano. Il programma di governo è di stampo conservatore e la promessa della repressione del fascismo non è convincente...
Il capitano dei carabinieri Jurgens, con una pattuglia di dodici uomini, blocca la colonna fascista nel piazzale della stazione ferroviaria di Sarzana. Un fascista spara. Un giovane caporale muore. Jurgens ordina il fuoco. Tra i fascisti che si sbandano ci sono morti e feriti. Lo scontro frontale con la popolazione è stato evitato, ma, nelle campagne circostanti, i fascisti subiscono muove perdite ad opera dei contadini armati e degli arditi del popolo...
Bonomi invia un suo plenipotenziario in Lunigiana. È l’Ispettore Generale Vincenzo Trani, Questore di Roma, il miglior poliziotto di cui disponga, che dovrà pacificare gli animi, ma anche raccogliere prove contro i fascisti, affinché Bonomi possa disarmarli su tutto il territorio nazionale, inducendoli ad un accordo con i socialisti e le componenti moderate della sinistra. I socialisti, in Parlamento, voteranno contro il programma di governo. La missione di Trani diventerà inutile e verrà richiamato a Roma. Gli subentrerà il viceprefetto di Genova, gradito alle forze di destra e nazionaliste che hanno appoggiato Bonomi. Fu così che ebbe inizio il disfacimento dello Stato liberale e la “scalata” di Mussolini...

Un film così non si fa in 2 giorni. Uscito nel 1980 ebbe inizio come progetto e lavoro nel 1976. Leggiamo dallo stesso Faccini tutta la travagliata genesi dalla quale trapelano le difficoltà, la determinazione del regista, e tante altre cose che saranno evidenti:

Tra burocrazia e censura
1976: propongo a Giovanni Leto, Rai 2, un film sui “fatti di Sarzana del 21 luglio 1921”. È giugno.
1977: il progetto è definito «costoso» e vengo invitato ad elaborare un’ipotesi narrativa più economica. Identifico un “io narrante” nella figura dell’Ispettore Generale Vincenzo Trani. Attorno alla sua inchiesta strutturo il racconto. È agosto. Giovanni Leto presenta il progetto al CdA della Rai. Viene approvato. A ottobre firmo il contratto per la sceneggiatura. Non vuol dire che la realizzazione del film sia garantita. È il passaggio che consente alla Rai di diventare proprietaria della proposta.
1978: a fine gennaio è pronta una stesura in tre puntate. Giovanni Leto osserva: «Voglio un film non uno sceneggiato televisivo». Tagliare è divertente. In capo ad un mese c’è la sceneggiatura per un film di due ore. Intanto coltivo il mio rapporto con l’amministrazione comunale di Sarzana e con la struttura esecutiva della Filmcoop, cooperativa di cui sono socio, delegata a produrre, dopo Garofano rosso, anche questo film. Nascono le prime difficoltà. Il film dovrebbe essere a “doppia destinazione”: tv e cinema. Cerco ed ottengo un contratto di distribuzione cinematografica con un “minimo garantito” di cento milioni, oltre ad un art. 28 pari a cinquanta milioni. A tutto questo aggiungo la “compartecipazione” della Filmcoop. La Rai dovrebbe entrare nel film con una quota produttiva di duecentocinquanta milioni. Ma il suo CdA non ha ancora definito la procedura riguardante i film a ”doppia destinazione” e il meccanismo della co-produzione con le strutture esterne. Giovanni Leto mi propone una realizzazione “interna Rai”, con telecamere o pellicola. Punto i piedi. Cominciano i litigi. La città di Sarzana metterà a disposizione ambienti, servizi, logistica, comparse. Mi faccio forte del risparmio che si realizzerebbe se a produrre fosse la mia cooperativa. La Rai non sente ragioni. Nemmeno quelle economiche. Si manifestano anche le preclusioni nei confronti delle cooperative di produzione culturale.
1979: il rischio che il film “salti” è forte. Giovanni Leto non può perorare la causa della mia cooperativa. Già deve difendere il film dalle censure politiche nel quale potrebbe incorrere («Se vuol fare il film nessuno deve leggere la sceneggiatura...», mi disse un bel giorno). Sono io che devo scegliere. Cedo, per salvare il film. Con la Filmcoop viviamo l’episodio per quello che è: una discriminazione politica e una sconfitta del movimento della cooperazione culturale. Escludo una realizzazione con le telecamere. Si farà un film in pellicola, tutto a Sarzana. Le dotazioni che l’amministrazione comunale aveva promesso alla Filmcoop passano alla Rai, segnatamente al centro di produzione di Milano, che quantifica il costo del film in trecento milioni “sotto la linea”, esclusi cioè attori, auto d’epoca, effetti speciali, sviluppo e stampa, edizione, ecc.: insomma circa novecento milioni. Praticamente il doppio di quanto sarebbe costato se l’avesse prodotto la Filmcoop. È luglio quando iniziano le riprese. Ho a disposizione una troupe di cinquanta e più persone, nella quasi totalità provenienti da esperienze di studio televisivo, che in esterni si smarriscono. La determinazione e la rabbia, ma anche il sostegno della città di Sarzana, mi consentono di arrivare in fondo ad una galoppata di due mesi. Ma i litigi con la Rai non finiscono. Dopo un felice montaggio milanese, in compagnia di un montatore, Gianni Lari, che via via si entusiasma, ma anche il sereno incontro con gli attori che vengono a doppiarsi, ecco che inciampo in una incapacità a missare professionalmente il film. Interruzione della lavorazione. Scontri tempestosi. Giovanni Leto ne ottiene il trasferimento a Roma; e, finalmente, tutta la fatica di anni si compie. Un vecchio pirata del cinema romano, Romano Checcacci, fonico, presta orecchie e mani alle voci, ai rumori, alle musiche del film. È giugno. Si può andare al taglio del negativo. Carlo Lizzani, nuovo direttore di Venezia, vuol vederlo...

Verrà proiettato alla Biennale di Venezia (1980), sezione controcampo. Poi a Milano, Panoramica ’80, Valladolid (1980), Incontri d’autore di Carrara (1980), Nizza (1981), Villerupt (1981). Al Festival del cinema neorealistico di Avellino (1981) ottiene la Targa d’Argento Pietro Bianchi. Ancora: proiettato a Bologna, Firenze, Parma, Reggio Emilia, Torino e in altre numerose città italiane. A Sarzana la programmazione durò dieci giorni.
In onda, il 22 e 29 agosto 1981, alle ore 20 e 40, su Rai 2, seguito da un prestigioso dibattito tra i massimi storici del tempo Renzo De Felice e Paolo Spriano.
Il film non è mai stato replicato. Oggetto, invece, di tesi e seminari su “cinema e storia” nelle maggiori università italiane.

La programmazione della Rai, che pure aveva prodotto il film, non fu scontata, anzi:

Dopo l’esordio al festival di Venezia e il grande successo di critica e di pubblico (a Lizzani fu rimproverato di non averlo presentato in concorso), su Nella città perduta di Sarzana cadde il silenzio. Attraverso Beniamino Placido, e una sua telefonata  ad Antonio Maccanico, allora Segretario generale di Sandro Pertini, Presidente della Repubblica, trovai il grimaldello che scardinò la porta della cella (socialista e craxiana) in cui stava rinchiuso. Placido propose una visione del film al Quirinale. Maccanico si mise a disposizione. Una frotta di generali con signora, in attesa di rinfresco, videro la copia in assoluto silenzio, aspettando che Pertini emettesse il suo giudizio. Che non veniva. Io gli camminavo a fianco lungo un interminabile corridoio. E un po’ friggevo. “Io c’ero!”, disse Pertini. “Nel 1921, Presidente?”, dissi io. Gli invitati si fermarono, mentre Il Presidente ed io proseguimmo. “Io commemorai i fatti di Sarzana...”, disse. “Nel ’46...”, aggiunse. “Chissà quante favole le avranno raccontato i sarzanesi...”, dissi io, ma mi sarei morso la lingua. “Giovanotto, ho l’aria di uno a cui si raccontano bubbole?”, disse, ma mi sembrò che si divertisse. “I sarzanesi vanno orgogliosi delle gesta dei loro padri. Ma a volte esagerano...”. Assentì, portando la pipa alla bocca. “Il film è bello! Andò proprio così!”, disse ad alta voce. La frotta dei generali, con signora, si avvicinò, ricomponendo un corteo animato.
Avevo proiettato una copia del film non restituita alla Rai dopo il Festival del Cinema Neorealistico di Avellino, dove aveva ricevuto la Targa d’Argento Pietro Bianchi. La Rai era all’oscuro di tutto, naturalmente. E la sorpresa di coloro che avevano brigato, invano, per impedire l’accesso del film a Venezia, fu davvero grande quando trapelò il plauso di Pertini, che da socialista, ligure, disse pubblicamente che loro, a Savona, il patto di pacificazione con i fascisti non l’avevano firmato. La Rai dovette programmare il film. Immaginate quando? Alla fine di agosto del 1981. Sulla seconda rete, ma in prima serata. E seguito da un dibattito che più prestigioso non poteva essere, tra Renzo Del Felice e Paolo Spriano, i massimi storici dell’epoca. Io venni invitato mentre ero in viaggio verso il sud, per le mie vacanze. Il dibattito, uno straordinario duello alla spada, lo vidi in tv. Da quella sera dovetti girare al largo dalla fiction televisiva. Per me non ci fu più posto. Una specie di fortuna, poiché da quegli anni sviluppai le mie doti di ricercatore selvaggio, nelle strade, tra i poveri, i marginali, i devianti, nella campagne abbandonate, tra i migranti. Sono quello che sono perché un potere, caduco (ma recidivo nella replica berlusconiana), credette di potermi soffocare. Sono ancora qui a raccontare ciò che vivo e penso...

Faccini esce quindi dalla Rai ed entra nell'Olimpo dei registi che fanno del Cinema un mezzo d'espressione visiva e comunicazione/divulgazione a un tempo, senza più alcun compromesso da dover subire. Mi ha inviato anche 2 grandi pezzi che metto stavolta in appendice, e sono appunto il dibattito citato, tra gli storici De Felice e Spriano, e l'intervista che rilasciò a Morando Morandini. Letture obbligatorie.

Cosa pensa Robydick del film, a ruota libera...
Due ore mi son parse poche e quando dico questo la ragione è sempre la stessa: la mia insaziabilità di fronte a prodotti che mi accrescono, umanamente intendo. Non conoscevo "I fatti di Sarzana" ed era un peccato, perché conoscerli, conoscere la propria storia è fondamentale. Sapere che in quegli anni di cui possiamo solo vergognarci, di fronte a noi stessi e al mondo, c'erano "sacche di resistenza di civiltà" non solo inorgoglisce, quanto incoraggia a pensare che persino nel buio più totale ci sono uomini che hanno il coraggio di difendere i propri diritti e principi, che ragionano e prendono delle scelte a rischio della propria vita non solo per difendere un proprio interesse privato ma per un bene comune. Sì, è molto incoraggiante. Forse per questo Faccini, coadiuvato da eccellenti prove attoriali - tra le quali segnalo quella del mio amato Riccardo Cucciolla nei panni del sindaco socialista di Sarzana - non teme e calca invece la mano sui primi piani dei suoi protagonisti, come quelli sul Prefetto Trani (Franco Graziosi, ottimo!) o sul comunista Giuliani (Bruno Corazzari, imponente in ogni senso) capo degli Arditi del Popolo e sola figura di pura invenzione quanto importante, della quale invito a leggerne nel Dibattito in appendice. Primi piani bellissimi anche dei sarzanesi, a valorizzare la gente comune e la genuinità della loro forza.




Un nemico comune, i fascisti spezzini e toscani che minacciano continuamente, e la difficoltà di restare uniti. Da Roma arrivano segnali contrastanti, i Carabinieri e la Guardia Regia non è mai ben chiaro da che parte stanno, e la popolazione che alla fine, tutti, donne comprese, decide che la legge si rispetta se aiuta il popolo a vivere mentre se serve solo a vessarlo allora no! Condivido. Fecero bene a tenersi le armi i sarzanesi, fino a quando fu possibile farlo, infliggendo una durissima lezione a quei porci, gente di caratura umana sottozero che solo nell'avvento di un regime violento, cafone e ignorante poteva trovare spazio per emergere. Voglio vedere da vicino le loro facce! Sì, quelle dei sarzanesi, di Trani, di Giuliani, del sindaco ma anche quelle dei porci, e il trasporto emotivo quando finisce mi porta a stimare quegli attori in camicia nera e fez, per aver interpretato una parte che io, colmo di disprezzo per quei personaggi, non avrei mai potuto fare. Il saluto fascista mi è impossibile...
Cosa potrà pensare un fascista - e l'Italia ancora ne è piena e incinta - di un film del genere? E' una domanda che mi sono posto. Faccini li ritrae per quel che erano. Non ci sono le stupide caricature fatte da registi da oscar, non ci risparmia le sofferenze che dovettero subire. La caccia di cui furono lepri è un momento d'azione entusiasmante come cinema, drammatico nella sostanza. Una donna che schiaffeggia un "bocia" in nero che chiama la mamma glielo sputa in faccia: "...e le mamme di quelli che assassinate voi che devono dire?", per poi risparmiarlo. Mi piacerebbe sentire l'opinione di un fascista contemporaneo, l'accoglierei nei commenti col massimo rispetto. Non mi venga però a dire "Faccini è di sinistra, questo spiega tutto" perché sarebbe una cazzata. Perché un film così non lo fa uno di loro allora? Mi rendo disponibile da subito a parlarne... Non c'è "partigianeria", qua è tutto alla luce del sole, e se i colori sono "anticati" come si conviene la luce invece abbonda. Le scene notturne poche, ma grandiosa ed epica quella della notte tra il 20 e il 21 Luglio 1921 alla stazione quando un piccolo manipolo di carabinieri comandati da Jurgens affronta centinaia di fascisti in spedizione.





Le scene si "aprono" in alcuni interni a grandangolo che sottolineano la solitudine di alcuni momenti, o la grande partecipazione in altri. Campi lunghi sul fiume, o a riprendere meravigliosamente la scena che compare nella copertina del DVD, altro momento ad altissima tensione, pochi carabinieri comandati da Nicodemi, il quale piazzerà un categorico schiaffone sulla faccia del ras di Carrara, Renato Ricci, prima di arrestarlo insieme ad altri camerati.

Capolavoro da mostrare in tutte le scuole, con una coraggiosa e riuscitissima colonna sonora originale composta da Vittorio e Gianni Nocenzi. Fratelli fondatori del noto gruppo "Banco del Mutuo Soccorso", ancora in attività, già collaborarono con Faccini per "Garofano Rosso", prossima recensione. Rock-progressive senza essere estremo, pezzi solo musicali, che accompagnano quasi come un effetto sonoro certi momenti, come le marce dei soldati dove l'elettronica cadenza la marcia. Per chi ama il genere come me è un piacere. Adorna il film di un'aura di modernità che penso agevoli ancora oggi la visione anche ad un pubblico molto giovane.



Ci sono quei dettagli che amo sottolineare, ce n'è tanti. I piedi nudi dei paesani in festa, ne ho quasi sentito l'odore mentre roteavano sulla pista da ballo coperta di sabbia, per ospitare chi le scarpe non le aveva. Il corpo del musicista gratuitamente ucciso dalla squadraccia di Ricci è in croce come lo vedremmo se guardassimo verso l'alto il Lui famoso del Golgota.
Ne scelgo uno su cui soffermarmi, poi chiudo, ed è quello della preparazione del corpo di un anziano contadino ucciso senza alcun senso, mentre lavorava nei campi e il regista non ha degnato nemmeno di un ritratto l'assassino: sarà mica stato un essere umano quello! Si vedranno solo le brache e la mano della bestia che spara, il primo piano è sulla vittima, quello è un Uomo, imperlato dal sudore, dalla fatica del lavoro e di una impossibile fuga. Il solo risultato finale vero, reale, certo, che nessuno potrà mai confutare, di ogni violenza o guerra, sono i morti.



Quella vestizione lunga, dettagliata nella sua minuziosità, è una Cerimonia silente e commovente come poche scene lo sono state nella storia del Cinema. Ho pianto. Carica di dignità, senza strazi di urla che impediscono alla mente di raccogliersi, con una luce accecante dalla finestra a sottolineare un dramma non cupo e un cielo che attende di accogliere l'ospite, quel frame sembra un quadro di Caravaggio solo meno colorato, quei gesti cancellano tutta l'esclusiva che vogliamo trovare in oriente su questi temi quando invece ce l'abbiamo in casa. La morte è davvero una Livella, tra classi, epoche e culture... Le donne, sempre loro a svolgere compiti ingrati, ma non è vero che questo è un compito ingrato!, è solo che gli uomini emotivamente pavidi e pigri si risparmiano servigi che costringono ad entrare in empatia col divino. La fiamma delle 2 candele sul comò è verticale, non circola aria, l'ambiente odora di morte e forse incenso, nessuna parola viene detta e quel rosario è fermo nelle mani di una donna che appare incredula per quella morte inutile, restando presente, non si assenta al rito officiato solo da una, credo la moglie dell'uomo che compie il suo ultimo gesto d'amore, facendo quanto occorre e rimandando i Perché ad un altro momento, ora non le serve saperlo.
Robydick



Renzo De Felice - Paolo Spriano
29 agosto 1981: dibattito sul film
conduce Arrigo Petacco
Renzo De Felice: Ci sono due tipi di impressione che mi provoca il film. Da un lato è molto suggestivo, prende, direi che rende l’atmosfera dell’epoca e della vicenda specifica di Sarzana. Dall’altro, mi sembra inevitabile che nella trasposizione cinematografica di una vicenda storica ci sia, ogni tanto, qualche cosa che forza la realtà. È certo un espediente drammaturgico. In fondo c’è una vicenda corale, c’è una serie di protagonisti, ma poi direi che il regista ne ha scelto due, essenzialmente, quelli che più rendono la dialettica del racconto. Uno, l’Ispettore Generale Trani, mandato da Roma, l’altro è l’esponente comunista, Giuliani. Sono questi due personaggi, molto efficaci peraltro, che sento un pochino forzati, che risentono più degli altri del senno di poi. Penso che il comunista sia addirittura un personaggio di invenzione, che non parla come un comunista del ’21, ma dei giorni nostri...
Paolo Spriano: La mia impressione è che si tratti di un racconto storicamente fondato, non solo suggestivo, ma emozionante. Sono passati sessant’anni da allora ed è abbastanza naturale che lo spettatore da un lato si stupisca di quelle cose, dall’altro tenda a leggerle in una chiave attuale. Questo è inevitabile per ogni ricostruzione storica, in quanto è anche spettacolo. Lo stesso Petacco mi insegna che basta far dire in una certa maniera una battuta tratta da un documento, che quelle parole assumono un significato più forte (o più debole, a seconda della strategia narrativa del regista) di quella scritta.
Ma l’impressione di fondo, al di là dei protagonisti singoli, è che il film punti in alto e raggiunga il suo obiettivo. Lo dico proprio entrando nel merito di ciò che De Felice ci invita a fare, cioè distinguere tra fascismo come fenomeno e l’insieme della classe dirigente della borghesia, perché i fatti di Sarzana sono un episodio di guerra civile, ed uso queste parole nel significato che più loro competono, un episodio particolarmente drammatico della lotta di classe in Italia. Perché il fascismo appare in Italia, non sulla luna, e nei singoli paesi italiani, dove vengono assaltate le case del popolo, le cooperative, le sezioni socialiste, le leghe bracciantili, mostrandosi come il braccio armato di chi sfrutta gli operai e i contadini. Protagonisti del film sono, da un lato, il popolo di Sarzana, dall’altro c’è lo Stato, drammaticamente impersonato sia dal Capitano dei Carabinieri, che dall’Ispettore Generale di Pubblica Sicurezza, un funzionario tradizionale, di stampo giolittian-nittiano; e poi ci sono i fascisti, che vengono in forze, nel tentativo di imporre con la violenza un ordine antiproletario. Per me il discorso critico sul film incomincia da qui...
Arrigo Petacco: Il sindaco di Sarzana, Franco Baudone, grande sostenitore del film, mi ha confermato che il comunista Giuliani è una invenzione di Luigi Faccini, il quale parrebbe essersi ispirato ad un capo lega socialista di nome Luciani. Ma a parte questo fatto secondario, quello che vorrei chiedere a Renzo De Felice e Paolo Spriano, è se un comunista, nel luglio del ’21, a pochi mesi dalla scissione di Livorno e dalla fondazione del Partito Comunista d’Italia, poteva parlare così...
Paolo Spriano: La lezione di fondo della storia di quell’epoca è la lezione di un fascismo che trionfa anche per le divisioni della sinistra e della classe operaia, ma anche della divisione del fronte antifascista. Senza spirito di parte, vediamo le cose come stanno. Il problema se Giuliani sia esistito, in carne ed ossa, così come ci viene mostrato, è del tutto secondario. Se voi avete notato, anche nell’ultimo episodio, dopo la strage di Roccastrada, quando la popolazione di Sarzana è accorsa in municipio, questo personaggio, bellissimo personaggio direi, legge l’Ordine Nuovo e parafrasa, leggendolo, un articolo famoso che Gramsci scrisse proprio dopo “i fatti di Sarzana”. Sono parole di allora, scritte da un uomo di allora, lette in pubblico da un uomo di allora. Dov’è il problema? Gramsci era un maestro per i militanti comunisti! Quello che mi interessa mettere in evidenza è che esistevano posizioni molto differenti, rispetto al modo in cui rispondere allo squadrismo. L’articolo di Gramsci comincia con una lista di morti, seimila in un anno e mezzo, forse eccessiva, ma bisognerebbe riscontrarla sui documenti della polizia di quegli anni, parla di cose estremamente vere, cioè di quelle migliaia e migliaia di operai e contadini già uccisi dalla violenza fascista. Di fronte a questo ci sono due tipi di risposta, in quel momento. Io non dò un giudizio morale, ma c’é una risposta comunista, quella di non lasciarsi vincere dalla violenza, che trova uno sbocco nella comparsa degli arditi del popolo. Dall’altra parte c’è la posizione socialista, che culmina nel patto di pacificazione, siglato soltanto da loro, insieme alla CGL-Confederazione Generale del Lavoro, e i fascisti. I comunisti non ci sono. Ma nemmeno i popolari e i repubblicani. Esistevano grandi differenze di atteggiamenti, parole e scelte, nei confronti del fascismo. È da lì che dobbiamo partire...
Arrigo Petacco: Partiamoci...
Renzo De Felice: Sono completamente d’accordo con quello che dice Spriano. Quando io dicevo che Giuliani parla più con il linguaggio di oggi che con quello del ’21, mi riferivo al linguaggio in senso proprio e anche un po’ alla sicurezza di analisi che c’è nelle parole di quel personaggio. Nella realtà questa sicurezza era molto minore...
Paolo Spriano: Ma sono le analisi di Gramsci che il personaggio fa proprie!
Arrigo Petacco: A volte c’è anche nel sindaco socialista di Sarzana, Terzi, una certa sistemazione storicistica...
Renzo De Felice: Tu m’insegni, Spriano, che il Partito Comunista, lo stesso Gramsci, elaborarono un giudizio sul fascismo con estrema fatica, per lo meno in quel periodo. E anche con oscillazioni molto forti. A un certo punto, se non ricordo male, Giuliani, usa l’espressione «colpo di Stato»...
Paolo Spriano: È sempre Gramsci, in quell’articolo...
Renzo De Felice: Però, direi, quand’è che i comunisti parlavano di «colpo di Stato»?
Paolo Spriano: Si parlava di colpo di Stato monarchico...
Renzo De Felice: Ecco...
Paolo Spriano: Militarista...
Renzo De Felice: Ripeto, si sente una chiarezza che allora non c’era...
Paolo Spriano: C’erano posizioni molto differenziate. C’erano diversi gradi di chiarezza. Gli stessi fascisti che chiarezza avevano su se stessi?
Renzo De Felice: Infatti, loro stessi non sanno bene come autoimmaginarsi. Quello che mi colpisce
nel film è ascoltare giudizi che sanno dell’acquisizione morale, storica e politica, di decenni dopo...
Paolo Spriano: Ma le parole pronunciate dal comunista Giuliani sono quelle che legge dal giornale! È noto che Gramsci fosse abbastanza favorevole agli arditi del popolo, mentre Bordiga, allora capo del partito, pensava che i comunisti dovessero rispondere al fascismo con proprie squadre. È una questione che io e De Felice abbiamo dibattuto lungamente. Ma al di là di questo, il tipo di risposta, attiva, quel non cedere alla violenza, dentro uno Stato i cui caratteri di classe erano evidenti, dentro la sovversione fascista, diventarono una condizione necessaria. Ecco allora Sarzana, Empoli, Scandicci, Roccastrada, Parma, tragedie della sconfitta, ma battendosi. È proprio quel battersi che diventa tradizione e memoria. Voglio ricordare un episodio: Ilio Barontini di Livorno, Picelli di Parma, Francesco Leone di Vercelli, arditi del popolo nel ’21 che diventano comandanti garibaldini in Spagna, riversando quella esperienza nella tradizione garibaldina della Resistenza, dopo aver digerito la lezione delle divisioni tra le varie anime della sinistra. Perché non ci sia equivoco e prima di discutere del “patto di pacificazione”, voglio soffermarmi un attimo su Turati. Avete visto, nel film, verso la fine, si parla di lui in occasione del voto di sfiducia socialista a Bonomi, il 23 luglio 1921. Turati non è teoricamente contro una resistenza di massa al fascismo. Turati è l’uomo che nell’agosto del 1922 è per lo sciopero legalitario. Quando la situazione è compromessa, Turati è l’uomo che si batte di più perché ci sia una risposta di massa. Ma è tardi. È tardi e di qui si comincia la discesa verso la presa del potere di Mussolini...
Arrigo Petacco: Non dimentichiamoci che nel giugno del ’21 da Mosca si chiedeva l’espulsione di Turati dal Partito Socialista...
Paolo Spriano: La scissione di Livorno tra socialisti e comunisti era avvenuta nel gennaio del ’21. Chi è anche molto critico nei confronti dell’Internazionale Comunista, deve riconoscere che nel ’21 fu proprio il Partito Socialista ad essere settario. Perché Lenin, Bucharin, Trotskij, Zinoviev, consigliavano invece un’unità d’azione. Lenin disse a Terracini, adesso basta con la lotta ai socialisti, espellete Turati e poi alleatevi con lui! Ed è Bucharin che consiglia i comunisti di sviluppare gli arditi del popolo, mentre tra i bordighiani c’è una forte volontà negativa a seguire quella strada...
Arrigo Petacco: A proposito del “patto di pacificazione”! Nel film si potrebbe decifrare questo messaggio: i socialisti, firmando il “patto di pacificazione”, danno ai fascisti il grimaldello per conquistare il potere. È così? È accaduto così?
Renzo De Felice: Su questo direi nettamente di no. Nel film si parla molto del “patto di pacificazione”. Anche perché, in quei giorni, tra l’inizio delle trattative e la stipula, che avviene il 3 agosto, non si può non parlarne. Però il “patto di pacificazione” bisogna vederlo da più punti di vista. È un patto estremamente importante, se vediamo gli avvenimenti nell’ottica dei fascisti. Si tratta di un momento di svolta per Mussolini, perché lui, a torto o a ragione, forse a ragione, è convinto che, militarmente, il fascismo (dopo i primi grandi fatti squadristici, Palazzo d’Accursio, la primavera-estate del ’21, soprattutto nella Val Padana) avesse vinto e che insistere in un’azione militare di quella drammatica violenza gli si poteva rivolgere contro, politicamente. Sia perché le simpatie che il fascismo aveva conquistato nel campo borghese potevano venir meno. Sia perché un fascismo così violento, continuando una guerra che aveva ormai vinto, poteva sfuggire al suo controllo, finendo totalmente nelle mani degli agrari e delle forze che lo utilizzavano. Quindi il “patto di pacificazione” è, per Mussolini, in vista del potere, un fatto molto preciso, soprattutto perché, in una fase iniziale, l’operazione voluta da Mussolini fallisce. Gran parte del fascismo non accetta il “patto di pacificazione” e pone in discussione perfino la guida di Mussolini. Direi che il “patto di pacificazione” è l’episodio più importante della storia del fascismo in quei due anni, 1921-22. Intendo storia interna... Per gli altri, i socialisti, l’importanza del “patto di pacificazione” è molto minore. I socialisti, con infinite incertezze, in mezzo a contrasti laceranti, lo accettano. Ma perché lo accettano? Alcuni per avere una pausa, per riorganizzarsi, perché i colpi dello squadrismo sono stati tali che accettarlo diventa una scelta obbligata. Altri lo accettano perché si rendono conto che i fascisti non lo potranno attuare e che, quindi, toglierà loro la maschera, per lo meno a Mussolini, il quale sostiene di essere cosa diversa dai suoi squadristi. Poi c’è una terza cosa che nel film si percepisce: che il “patto di pacificazione” viene firmato da fascisti, socialisti e Confederazione Generale del Lavoro. Un modo per tenere unita quella sinistra, come dice Spriano, già tanto divisa. Perché il rischio, per la Direzione socialista, qual’era? Che alla firma del “patto di pacificazione” ci andasse soltanto la Confederazione, cosa che sarebbe stata la completa rovina della sinistra...
Paolo Spriano: Il “patto di pacificazione” fu un errore dei socialisti. Il giudizio che ne dette Pietro Nenni fu estremamente negativo. Come negativo fu quello di tutta la storiografia socialista. Addirittura si parla di obnubilamento socialista, di incomprensione. Incomprensione di che cosa? Qui voglio mettere in rilievo due elementi che si trovano proprio nel capitolo che De Felice ha dedicato al “patto di pacificazione”. E i fatti di Sarzana sono legatissimi al processo di stipula del “patto di pacificazione”, condizionandolo. Il primo elemento è che i socialisti si illudono di mettere in crisi il fascismo, ma non capiscono che la dinamica del fascismo è quella di continuare nella loro azione doppia, di inserimento nella macchina statale e di violenza pura. Tanto è vero che Mussolini, a un certo punto, deve fare marcia indietro, rispetto a Grandi, rispetto a Farinacci. Soprattutto i socialisti non comprendono che, disarmando le capacità di resistenza attiva delle masse, tutta la situazione passava più a destra, aprendo il varco nel quale la medesima destra sarebbe poi passata. E bisogna aggiungere un’altra cosa: che nelle intenzioni di Bonomi (De Nicola si limitò a fare da levatrice) il “patto di pacificazione” è volto ad isolare i comunisti, l’ala meno disposta alla transigenza con il fascismo. In Mussolini c’è un’intenzione molto nebulosa di fare di questo patto lo strumento per costruire una maggioranza a tre. C’è un suo articolo, o discorso, non ricordo bene, in cui si parla delle tre grandi forze nazionali, il socialismo, i popolari e il fascismo, che dovrebbero formare una maggioranza di governo. Ora, anche nella reazione settaria di Gramsci, più del partito che di Gramsci, c’è però la convinzione che non si arriverà a nulla su quella strada. Anche De Felice si è posto la domanda se comunisti e anarchici non avessero ragione su l'errore di quel patto...
Renzo De Felice: Ma saranno i fascisti a non applicarlo...
Paolo Spriano: Anche i socialisti non lo applicarono dappertutto...
Renzo De Felice: Però l’iniziativa di denunciarlo è dei fascisti e, poi, di Mussolini, che altrimenti non riuscirebbe a controllare un movimento che non è ancora partito. Direi che la nascita del Partito Nazionale Fascista è conseguenza di queste vicende. La denuncia del “patto di pacificazione” da parte dei fascisti è un grosso scacco per loro. Ed è un successo per i socialisti, perché se nel 1922 una serie di forze liberali cominciano a fare il discorso dell’accordo antifascista con i socialisti, vedi Giovanni Amendola e altri, è proprio perché il Partito Socialista ha dimostrato agli occhi di questi liberali una sua autonomia dalle forze più sovversive, anarchici e comunisti. Se era disposto a pacificarsi con i fascisti, il Partito Socialista, a maggior ragione, dimostra di essere disposto a collaborare con i liberali...
Paolo Spriano: Un successo ben effimero, tardivo, per i socialisti, posto che lo sia stato. Personalmente non sono d’accordo che sia stato un successo. La sinistra, nel suo complesso, si scompaginò, e i socialisti rimasero soli...
Renzo De Felice: La marcia su Roma è una corsa ad impedire la formazione di una nuova realtà politica italiana. «Ora o mai più!», fu la famosa espressione di Pareto che Mussolini fece sua. Che tradotto vuol dire: o prendo il potere subito o non lo prendo più. Perché si sta manifestando l’ipotesi di una alleanza tra forze cattoliche, liberali e socialiste, che gli taglia l’erba sotto i piedi...
Paolo Spriano: Però, e prima ancora dell’agosto 1922, il governo Bonomi e lo Stato si erano compromessi ulteriormente con il fascismo, consentendo lo scatenamento di un nuovo squadrismo urbano. Io penso che il film, in via di sintesi, si chiuda correttamente, all’alba del disastro che porterà Mussolini a raccogliere quello che la sua abilità e gli errori della sinistra gli scodellarono sul piatto della monarchia...



Morando Morandini intervista Luigi Faccini
Il Giorno, 8 marzo 1980
Nel film ricostruisci un fatto ormai dimenticato. Nella sua Storia d’Italia Dennis Mack Smith gli dedica meno di due righe (“Più tardi fu creata tutta la leggenda sui martiri fascisti uccisi nel massacro di Sarzana”) e nel Dizionario Enciclopedico UTET del 1938 si legge: “Sarzana è rimasta tristemente celebre nella storia della Rivoluzione Fascista per l’efferato eccidio di 18 fascisti avvenuto il 21 luglio 1921.”
«Ma non si trattò di un eccidio! La parola implica una condizione di inermità della vittima di fronte allo strapotere e alla violenza del carnefice. A Sarzana accadde ben altro. Seicento fascisti, provenienti dalla Toscana e guidati da Amerigo Dumini, raggiunsero di notte la città, lungo la ferrovia, armati e provvisti di latte di benzina. Avevano due scopi: liberare Renato Ricci, poi  gerarca di punta del regime, e una decina di fascisti, catturati e incarcerati dopo una spedizione punitiva in Lunigiana durante la quale avevano ammazzato cinque persone, e dare una lezione a
Sarzana, città “rossa”, amministrata da un partito socialista egemone...»
Fu un attacco a sorpresa?
«Al corrente dei preparativi della spedizione, a Sarzana s’era costituito un comitato d’autodifesa che
coordinava le forze politiche della sinistra e quelle formazioni, Arditi del Popolo in testa, che s’erano spontaneamente organizzate e armate. Nello stesso tempo era stato stipulato un tacito accordo con le forze dell’ordine che presidiavano la città, in virtù del quale le organizzazioni armate delle campagne e della città pattugliavano intensamente il territorio. Dumini e i suoi furono bloccati sul piazzale della stazione da una pattuglia al comando del capitano dei carabinieri Jurgens. Dopo che un caporale della sua pattuglia fu colpito a morte, Jurgens ordinò di aprire il fuoco. Come scrisse in una relazione ufficiale, furono sparati 28 colpi, cinque fascisti rimasero uccisi e molti
feriti...»
E gli altri fascisti uccisi?
«Il numero dei fascisti uccisi è rimasto sempre imprecisato. I contadini e le pattuglie popolari armate inseguirono gli sbandati che cercavano di raggiungere la Toscana. Gli altri morti sono da ascriversi a questa fase della reazione popolare. I ‘fatti di Sarzana’ non sono un eccidio, ma un’aggressione mal riuscita e una sconfitta dell’ala militare del fascismo toscano.»
Quali furono le conseguenze?
«Al di là del fatto che Dumini ottenne la riconsegna dei fascisti incarcerati, benché si trattasse di assassini, i fatti di Sarzana furono sfruttati abilmente da Mussolini che, in Parlamento, e con l’aiuto della stampa, gridò al «martirio», rovesciando i termini di una sconfitta nel gioco politico finissimo che, un anno dopo, lo portò al potere. Riuscì, comunque, a occultare una circostanza che poteva diventare un pericoloso modello di comportamento antifascista: l’alleanza tra forze dell’ordine e popolazione armata.»
Che arco di tempo abbraccia l’azione del film?
«Pochi giorni: dal 22 luglio al 4 agosto 1921. Il tempo necessario allo svolgersi e all’interrompersi della missione di pacificazione condotta dall’Ispettore Generale di Pubblica Sicurezza Vincenzo Trani, plenipotenziario di Ivanoe Bonomi, allora capo del governo e ministro degli Interni. Il democratico Trani - definito da Mussolini «vecchio arnese nittiano», inviso alla prefettura di Genova e ai fascisti locali – fu sostituito.»
Da quale angolazione hai raccontato la vicenda, e quali ne sono i personaggi principali?
«La struttura del film segue il percorso compiuto da Trani nel ricostruire l’accaduto, ricercarne le cause e identificare le responsabilità. Il suo intento palese era quello di pacificare senza reprimere, ottenendo la fiducia delle popolazioni locali e dei loro dirigenti politici. Tuttavia, Trani era guidato da un obiettivo occulto: raccogliere prove che dimostrassero le responsabilità dei fascisti per fornire a Bonomi lo strumento politico che gli consentisse di disarmarli sull’intero territorio nazionale.»
Trani era l’esecutore di un progetto politico?
«In quel momento si gioca una partita assai delicata: Bonomi sta trattando con Turati l’adesione del Partito Socialista al suo programma di governo, in cambio della repressione del fascismo. Una sorta di centrosinistra ante litteram. Ma il 23 luglio 1921, votandogli contro, i socialisti restano all’opposizione. La fine della missione di Trani, e il suo richiamo a Roma, devono essere letti su questo sfondo. Per me l’epilogo dei ‘fatti di Sarzana’ costituisce una delle più grosse sconfitte dell’antifascismo. In particolare della sinistra socialista, ma anche di quella comunista...»
Il film è corale, ma si giova di personaggi che spiccano sugli altri...
«Certamente Trani e Terzi, il sindaco di Sarzana. Poi vengono Giuliani, il comunista che legge Gramsci e ne assume le analisi, e Jurgens, il capitano dei carabinieri che ordina il fuoco sui fascisti. Ma direi che Trani, con la sua inchiesta e la sua relazione, li ingloba tutti. Non ci sono personaggi ‘tradizionali’ nel mio film. Ognuno di loro è organizzato intorno a un nucleo politico che ne determina il dire o il fare. Psicologia e comportamento sono riassorbiti nella fisicità e credibilità degli attori...»
Che cosa ti ha indotto a scegliere questo argomento?
«Mi interessava l’impasto di spontaneismo, organizzazione politica e militare, che c’era a Sarzana prima e durante i ‘fatti’. Un insieme che ha nutrito la generazione che si è poi ritrovata nella Resistenza. A me interessava rileggere una serie di fatti storici sulla base di un’ipotesi politica: cooptazione del Partito Socialista nell’area di governo, ipotesi ricorrente dall’inizio del secolo e che risulta con evidenza assoluta sia dai libri di storia che dai documenti rinvenuti. Pensa che la fiducia al governo Bonomi, con il voto contrario dei socialisti, è del 23 luglio, due giorni dopo Sarzana. E che il 3 agosto 1921 il Partito Socialista e la CGL, sindacato dei lavoratori, stipulano con il movimento fascista, non ancora un partito, un ‘patto di pacificazione’. Patto che lasciò la sinistra italiana inerme e in balia del fascismo armato. A che serve discutere se l’Aventino fu un errore o no quando all’indomani del 3 agosto 1921 la sinistra non aveva più strumenti di lotta adeguati a quelli del fascismo armato, per giunta assistito e protetto dalla forza pubblica!
Ma c’è una ragione ulteriore a monte della mia scelta: che io sia nato nel Levante ligure e che mi senta profondamente lunigiano. I ‘fatti di Sarzana’ appartengono alla memoria storica della classe operaia cui appartiene, con tutti i suoi innesti di marineria, la mia famiglia. Con questo film ho dato ‘corpo’ linguistico alla memoria orale di un’intera comunità, di un intero territorio. Ho ‘scritto’ con il cinema quella che era ormai diventata una leggenda, con tutte le approssimazioni e le inesattezze che ci sono nel trascinarsi di una memoria esclusivamente orale...»
Quale è stata la formula produttiva?
«Una normale produzione della Rai, che si è avvalsa della collaborazione della città, dei suoi abitanti e della sua amministrazione. Esterni ed interni gratuiti, figuranti e comparse a ‘prezzo politico’, hanno consentito di realizzare un film che non disponeva di tutta la copertura. Un’attenzione e una generosità che non dimenticherò mai. La città e il territorio, in cambio, hanno visto la loro memoria, sostanzialmente orale, diventare “scritta”, per sempre ed infinitamente riproducibile. Attraverso il film i ‘fatti di Sarzana’ sono rientrati nella storiografia nazionale dalla quale il fascismo li aveva espulsi.»
Perché questo titolo?
«Mussolini riteneva ‘perduta’ Sarzana perché ‘rossa’, perché fiera e inconquistabile per il fascismo. Al di là del mito, trionfale ed inesatto, di una Sarzana vittoriosa sul fascismo1, ritengo che Sarzana fu perduta proprio quel 21 luglio 1921, quando la sinistra italiana - e il Partito Socialista, in special modo - non ascoltò i segnali politici chiarissimi che venivano da quell’esperienza di autodifesa contro il fascismo. Nella città perduta di Sarzana è la rielaborazione avventurosa e un po’ western di questa sconfitta della sinistra...»


10 commenti:

  1. Bravo FaccinI, ma e' versiliese, percio' non m'e n'e sono piu' occupato da tanto tempo.

    RispondiElimina
  2. non c'è problema Napoleone, ghe pensi mì! Faccini è però più ligure che versiliese, e molto romano anche.

    RispondiElimina
  3. Risposte
    1. Ernest, questa è davvero roba per te, credimi

      Elimina
  4. Un'amicizia invidiabile, direi...

    Quando dici "capolavoro da mostrare in tutte le scuole" mi sento d'accordo con te, ma al tempo stesso, l'impossibilità che ciò avvenga (come per tutti i casi in cui lo abbiamo detto) mi fa, chissà perché, prudere le mani...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. caro Zio, sì, è una grande amicizia effettivamente.

      quella delle scuole è una battuta frequente, e qua la scriviamo sempre a proposito. c'è una lezione di storia d'italia veramente molto educativa. devo dire che Luigi Faccini e la compagna di una vita Marina Piperno nelle scuole ci vanno, in continuazione. gente che passa dalle parole ai fatti. tanto di cappello

      Elimina
  5. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. ahah! Bruno, lo conosci bene eh... certo che se lo merita.

      Elimina
    2. ...dicevo una cattiveria ( simpaticamente) e poi l'ho cancellata...beh dicevo che fra un po' Luigi ti porta via il blog e si mette a scrivere al posto tuo e tu....tu ti metti a fare il regista...:-)

      Elimina
  6. ma perché l'hai cancellata??? era simpatica infatti!!
    non ho il carattere per fare il regista, troppo da "comandanti di nave". però sto pensando di fare delle video-interviste, e non scherzo sai?

    RispondiElimina