domenica 19 febbraio 2012

Sassalbo provincia di Sydney

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1981, Luigi M. Faccini.

Ancora una volta, prima di esprimere le mie considerazioni - comincia a diventare prassi -, uso le parole dello stesso Faccini per descrivere questo piccolo gioiello della documentaristica italiana:

un viaggio lungo dieci anni...
Già nel rigidissimo novembre del 1970, quando ‘giravo’ sull’Appennino tosco-emiliano Niente meno di più, sapevo che non sarei stato in pace con me stesso finché non avessi raccontato anche la realtà umana dei paesi che facevano da sfondo al film di fiction nel quale ero impegnato. Quando Adelmo Fiorini ed Emilio Bertolini arrivarono sul set di Niente meno di più per suonare fisarmonica e chitarra durante il matrimonio che precede la conclusione del film, subito mi apparvero come i testimoni autentici di una preziosa cultura in estinzione, portatori di verità ben più connesse della mia fiction a quella terra. Sentii subito, parlando con loro due, la vanità del piano-sequenza che utilizzavo quale sonda stilistica per tradurre l’isolamento del giovane prete, ma anche l’impotenza parolaia dei suoi amici. Adelmo ed Emilio mi fecero intravedere un altro mondo: il loro. Entrai in contraddizione con me stesso: da un lato difendevo le ragioni e i valori di un film comunque da completare; dall’altro mi facevo invadere dalle “storie” di cui Adelmo ed Emilio erano portatori. Ne gioivo, spaesato, riscoprendo le mie radici, il “fondo” oscuro da cui provenivo, io lunigiano di costa emigrato a Roma a sette anni, inconsapevolmente sradicato, sofferente. Le loro scorribande giovanili, strumenti in spalla, lungo le mulattiere che si arrampicavano fino ai nidi d’aquila sassosi che portavano i nomi di Bottignana, Comano, Vendaso, Mommio, luoghi appena segnati sulle mappe, riempirono le mie serate. Viaggi a piedi, di ore e ore, per suonare fino a notte fonda, quando la fatica e il vino facevano stramazzare i ballerini. E poi il lavoro nei boschi: abbattere faggi, costruire carbonaie, vivendo in capanni di frasche, con il maiale, la capra e le pulci che divoravano. E il fascismo. L’Abissinia. La guerra. La deportazione in Germania. L’emigrazione in Australia, Francia, Belgio, Svizzera. Qualcosa di oscuro, poi, un dolore muto, c’era in Adelmo, che contrastava con l’ironia e la serenità di Emilio, padre di dieci figli. Ero attratto dalla tristezza di Adelmo. Suonarono per il mio film di fiction, all’aperto, in una giornata di sole gelido. Li lasciai con l’impegno di tornare. Accadde dopo che Niente meno di più venne programmato dalla Rai. Li incontrai nello spaccio di Sassalbo. Adelmo aveva gli occhi lustri e il fiato vinoso. Confessò che, a causa del mio film, aveva infranto un “voto”: di non imbracciare mai più la fisarmonica. Anni prima un figlio di venticinque anni, straordinario violinista diplomato al Conservatorio di Lucca, gli era morto di cancro, all’improvviso. Era stato lui, carbonaio semi-analfabeta, ad iniziarlo ai segreti della musica. Quel figlio era stato il suo ponte verso il futuro. Ma tutto gli era miserevolmente crollato intorno. Insieme decidemmo di “rivangare” quel dolore. Quanto parlò Adelmo! E quanto ascoltai! Bisognava che quel dolore diventasse film. Ma passarono altri nove anni, a causa della lunghissima gestazione e il faticoso esito di Nella città perduta di Sarzana. Fu merito di Marina Piperno e della sua partecipazione co-produttiva se Rai 3 finanziò Sassalbo provincia di Sidney, il film con il quale risarcii Adelmo per quel voto infranto, ritrovando la mia identità dispersa. Sassalbo provincia di Sidney, terzo dei film che in dieci anni ho girato in Lunigiana, costituisce una svolta fondamentale nel mio percorso di autore e di ricercatore...

Cosa potrei dire di più sui contenuti? Già dovrebbero invogliare la visione. Consiglio di leggere anche il resto dalla pagina del sito menzionata dove ci sono due articoli gravidi, scritti a riguardo di quest'opera. Uno di Mario Soldati, non occorre presentarlo in questa sede. L'altro è di Marco Ferrari, scrittore e giornalista.
Dopo la visione del film posso dire che di quei due articoli condivido ogni dettaglio. Eppure non hanno risolto un mio dubbio: quale Magia aveva dentro di sé Faccini mentre girava? Saper far parlare le persone di sé è un'Arte Sublime, davanti a una macchina da presa poi, ché anche se una 16mm sempre macchina è. Parliamo di gente normalmente umile e schiva, non per vergogna ma semplicemente per pudore, mica di cercatori d'effimera gloria nei talk-show. Emilio, e soprattutto Adelmo, hanno vite alle spalle degne di Ulisse anche se il loro peregrinare per il mondo aveva a sprone solo una necessità: mangiare. Le mogli, Videlma Fiorini e Anita Bertolini (10 figli ha fatto Anita, "perché?" - gli chiede Faccini -"eh, venivano! non sapevamo quello che si sa oggi..." [per evitarli, n.d.r.]) sempre indaffarate anche nel film, lavoro perenne, non avevano tempo da perdere a ricamare e disfare tele mentre i mariti erano lontani, c'erano i figli d'accudire. Roba seria, gente vera. In poco più un'ora ho spesso sorriso, per il candore di Emilio e di altri personaggi che compaiono tutti spogli d'ogni maschera, ma alla fine avevo gli occhi lucidi per l'eroica vita di Adelmo, uomo con una sofferenza irrisolta, indossata quasi tutta la vita. Impossibile scrivere questa recensione a caldo, necessario far decantare. Mi ha ricordato molto il carbonaio che compare nel finale de "Il taglio del bosco", stessa professione e stesso dramma, film col quale "Sassalbo provincia di Sidney" ha più di un punto di contatto.

Tornando alla domanda, la magia di cui parlo non è descrivibile semplicemente dicendo "Faccini ama quella gente". Non basta, troppo semplice, è una non-risposta, non mi soddisfa, e basta coi "non". Io sono tendenzialmente materialista, quando mi dicono che una cosa "devi sentirla dentro" mi altero, cosa devo sentire dentro cosa? Le orecchie le ho fuori, tutti i miei sensi operano fuori. Quel che ho dentro al limite è il cervello, devo cercare di capire, almeno qualcosa.

La Magia del Tango
L'incipit è estremamente efficace, t'immerge nel tema e nei luoghi. Siamo sulla corriera che sale al paese. Faccini racconta, voce fuori campo che sarà presente in tutto il film, che ha preso un bosco di faggi da legname appositamente per far fare ad Adelmo, con l'aiuto di Emilio, una carbonaia come da tradizione, un'arte ormai persa. Questo lavoro metodico, di precisione e dai tempi necessariamente lunghi sarà il filo rosso di tutto il film. Un'idea intelligente oltre che bella. Fare il proprio mestiere, lavorare, appaga e aiuta a sciogliere la lingua, la soddisfazione professionale aumenta la sicurezza di sé in particolare ad uomini che han sempre lavorato. Parlare ha una ragione, non è più solo perdita di tempo. Mentre che Faccini racconta, ancora sulla corriera, parte in accompagnamento Libertango di Astor Piazzolla, lo riconosco immediatamente. Tango?!? Cosa c'entra? A parte le musiche suonate dall'orchestrina alla gara di ballo, tornerà il tema, e sarà sempre di Piazzolla, fino ai titoli di coda. Il brano in questione è Meditango, pezzo che a questo punto direi che è il caso di sentire:


Passata la commozione per Adelmo, goduto il piacere per la visione (io amo quel genere di luoghi e persone che quando posso vado a ricercare nei miei giri in moto), lasciato decantare tutto, m'è rimasto il Tango come retrogusto persistente e gradevole. Decido di lavorarci, per curiosità. Cerco nel web materiale sul Tango, musica e danza che mi piace, che come tutti la penso sensuale, erotica, quasi un rituale d'accoppiamento. Ho scoperto la mia essere una visione molto limitativa e superficiale, vittima d'ignoranza come sempre, del male per eccellenza, ma anche di pubblicistica di ogni genere che ha sfruttato del tango sempre e soltanto quell'aspetto, che c'è è innegabile, però il Tango ho scoperto essere molto di più. Dobbiamo parlarne un attimo poi torniamo a Faccini, nostro oggetto d'analisi, su di lui ho il mirino puntato.

Sul sito di Francesco De Benedetto trovo una pagina che spiega l'etimologia della parola Tango. Ne riporto una parte:
  • Deriva dal termine francese tangage che significa beccheggio. In tale ipotesi, si paragona al movimento oscillatorio delle imbarcazioni una iniziale figura caratteristica del ballo consistente in una specie di dondolio.
  • Deriva dal verbo latino tangere che significa toccare. Il riferimento, in tale ipotesi, è allo stretto contatto dei partners.
  • E' un termine di origine giapponese che corrisponde ad una città nipponica e ad una festa che in quella città si svolgeva. Il termine sarebbe stato mutuato dalla lingua parlata dalle comunità giapponesi trasferitesi a Cuba alla fine del XIX secolo.
  • E' un termine spagnolo che significa ossicino.
  • Deriva da fandango, una danza andalusa di provenienza araba. Il fandango si diffuse in Spagna durante il secolo XVIII e da qui fu portato in Argentina.
  • Deriva da tango flamenco (tanguillo) che si sviluppò in Spagna alla fine del XIX secolo e si incanalò in un duplice filone: il tango gitano che esasperò le figure femminili ad aperto contenuto sessuale, suscitando scandalo. I partners ballavano a distanza; ma la dama assumeva atteggiamenti sensuali molto provocatori; il tango delle scuole, che fu limato e reso compatibile con i costumi dominanti.
  • Deriva da tangos, nome dato ai locali che rappresentavano i ritrovi dei neri e degli immigrati in genere; molte feste di neri si svolgevano in case private: tali case stesse erano chiamate tangos.
  • Deriva dal termine africano tambo che significa tamburo.
  • Deriva da tangano, nome di un ballo che gli schiavi negri portarono in Argentina.
  • Il Diccionario de la Real Academia Espanola, del 1803, riporta che il termine tango esiste dal 1836 col significato di ossicino.
  • Horacio Salas non ha dubbi sulla derivazione portoghese del termine.
  • Secondo Enrico Corominas tango indica genericamente una danza argentina. Nel suo Diccionario etimologico afferma che il termine tango, inizialmente indicava una danza dell'isola Fer, e dopo è stato introdotto nelle Americhe con due significati paralleli: "Riunione di neri per ballare al suono del tamburo"; "Nome del tamburo stesso".
  • L'ipotesi della derivazione da tambo è sostenuta sia dal sociologo uruguaiano Daniel Vidart (Teoria del Tango, Montevideo, Ed. de la Banda oriental, 1964) che da Blas Matamoro. Vidart non esclude la derivazione da tangir, tocar, nel significato di suonare uno strumento. Per Blas Matamoro (La ciudad del tango, Buenos Aires, Galerna, 1959) tango e tambo sono onomatopee: nelle feste nere era immancabile la presenza del candombe, uno strumento a percussione fondamentale per qualsiasi tipo di danza.
  • Lydia Cabrera, studiosa di religioni caraibiche, ha inserito nel suo Vocabolario Congo il termine tango col significato di sole.
  • Fernando Ortiz sostiene che tangos è parola di derivazione cubana, ed è legata ad una tradizione tipica dell'Avana, le cui tracce portano alla fine dell'Ottocento: durante la festa dei Re Magi, gruppi di uomini mascherati da diavoli correvano e ballavano per le strade al suono di strumenti primitivi.
  • Carlos Vega, che è uno dei più grandi studiosi di folklore latino-americano, ha trovato: in Messico le tracce di un ballo chiamato tango, risalente al XVIII secolo; in Argentina un tango andaluso con caratteristiche zigane, già presente nel 1880. Egli esclude in ogni caso, nella formazione di tale danza, elementi di origine nera.
  • Meri Lao suggerisce l'ipotesi che "il termine tango designasse il porto dell'Africa dove i trafficanti raccoglievano i cosiddetti 'pezzi d'ebano', e anche il posto in terra americana dove li vendevano." (lao MERI, T come Tango, Roma, Elle U Multimedia, 2001).
Non si tratta di mera curiosità. L'origine di una parola è la sua cultura. Spagna, Portogallo, Messico, Argentina, Cuba sono tutti paesi latini che non stupisce di leggere, ma il Giappone? Si abbraccia buona parte del mondo aggiungendoci poi l'Africa, o meglio, frammenti di Africa deportati nelle americhe.
L'etimo di Tango ne avvalora l'opportunità in questo film. Una musica e danza di valore planetario, oggi più che mai grazie anche ai media che ne abusano, ma già allora. La danza dei "pezzi d'ebano" prelevati a forza dalle loro terre e costretti in schiavitù in altri mondi, che definire "liberatoria" in questo senso diventa esegetico. Per Emilio e Adelmo il mondo era piccolo e dove c'era lavoro si andava, non importava la lingua, si correva anche qualche rischio se serviva. "Io lavorare tu pagare" e fine della conversazione, banalizzo. Dove si poteva, come in Australia, si viveva coi compatrioti e al bar era sufficiente saper ordinare birra o vino. Senza catene, certo, ma sempre costretti ad emigrare furono, fenomeno del nostro paese mai abbastanza ricordato visto i comportamenti e gli "ideali" di taluni. Rischiando di uscire dal tema, ricordiamo anche che l'emigrazione non fu frutto solo d'iniziativa privata ma persino di accordi politici, come il "Patto del carbone" firmato dal governo De Gasperi col Belgio: uomini in cambio di carbone. Come la vogliamo chiamare questa cosa? L'Italia ottenne l'energia che serviva. Gli uomini ottennero da mangiare, silicosi e Marcinelle. Le donne li seguirono a vivere nelle baracche vicino alle miniere, dei villaggi-ghetto, e spesso il loro rientro in Italia vedeva il marito non fiero al loro fianco ma disteso in una bara.
Il Tango è tra le migliori musiche che si possono dedicare ai nostri emigranti.

E' stato leggendo il ricco saggio di Silvia Pastorino "Il racconto del Tango" che ho risolto la magia di Faccini, involontariamente. Anzitutto mi ha fatto uscire dallo stereotipo comune del Tango prima citato, spiegandomi ad esempio che " [...] spesso si  ignora che è un ballo di  improvvisazione, multiforme e senza coreografie  predefinite. Il tango non si descrive ma si suggerisce. Al di fuori del contesto  dello spettacolo, infatti, funziona grazie ad un dialogo estemporaneo messo  in atto dai ballerini dove l’uomo propone un movimento che la donna sente e  segue. [...] E come sempre nelle improvvisazioni «l’assenza di uno schema comune  di  riferimento crea la necessità d’una particolare comunicazione interna al  gruppo [...]» (Fabbri 2005).  «Si tratta di un paradigma per tutte le forme di improvvisazione collettiva, senza  (o quasi) la rete di protezione di spartiti e copioni... [...]. Il game delle regole fisse non  sovrasta l’esecuzione, diventa se mai una componente nel play... Una coordinazione  miope che non procede alla cieca, ma che va creando le proprie forme di prevedibilità  [...]» (ibidem). ". Il saggio è una lucida analisi che parte da una locandina, già solo per questo interessantissimo per un cinefilo, per uno che cioè alle immagini deve imparare a prestare un'attenzione particolare. Dall'immagine Silvia passa a riassumere nelle conclusioni, motivando e documentando, l'essenza di questo ballo. Quella parte che ho riportato pare una piccola lezione su come un documentario sulle persone debba essere girato, ed è talmente perfetta che non richiede commenti o spiegazioni. L'improvvisazione di cui si parla non è dilettantesca. Questa danza prevede gesti tecnici (passi) importanti, come tutte le danze complesse avrà i suoi "standard", e sono tanti. Quanto letto mi fa pensare poi al fatto che il Tango abbia più codificato una sorta di stilema, di movimenti e in essi di comunicazione, quest'ultima in essere certo tra i protagonisti come tra loro e chi li ammira. L'estetica è un valore che nasce introverso e trova una ragione nel diventare estroverso.
A leggere sopra, e a non conoscere la danza, sembrerebbe che la donna sia ridotta a un ruolo abbastanza passivo. Non è così, e uno dei più grandi danzatori viventi ce lo spiega. Dice Miguel Angel Zotto: "Il tango non è maschio, è coppia: cinquanta per cento uomo e cinquanta donna, anche se il passo più importante, l’“otto”, che è come il cuore del tango, lo fa la donna. Nessuna danza popolare raggiunge lo stesso livello di comunicazione tra i corpi: emozione, energia, respirazione, abbraccio, palpitazione. Un circolo virtuoso che consente poi l'improvvisazione". I movimenti della donna andrebbero quindi intesi, azzardo una definizione, più che come una reazione a quelli dell'uomo come una coazione virtuosa. Avere in mano il pallino può apparire un privilegio dal punto di vista della creatività però molto più talento richiede esprimere creatività, abilità armonica di movimenti rispondendo non solo al proprio desiderio ma anche a quello del partner che ha avviato il dialogo. Improvvisare dal nulla è più facile che improvvisare a tema. L'uomo, se è un grande danzatore, non è dispotico: deve conoscere la donna che ha di fronte e quindi essere capace di stimolarla, suggerire quei movimenti dove lei si esprime al meglio e non solo per un fatto tecnico: deve cogliere in ogni istante cosa è meglio fare. Penso che l'uomo sempre si aspetti che la donna risponda in determinati movenze alle sue. Penso anche che questo non sempre accada e quello è uno dei momenti che fa la differenza tra un grande e un mediocre danzatore. Stesso discorso per le danzatrici, con un'aggiunta: sanno quando non fanno ciò che l'uomo s'aspetta, e in quel momento la loro decisione non deve sapere di ribellione ma di stimolo. C'è un continuo contagio tra i due. Lo spiega benissimo Silvia qua: "Siamo di fronte ad un particolare regime di interazione produttore di senso dove è in gioco la sensibilità degli interattanti (e non più la loro competenza modale che li muove al vaglio critico e alla scelta intenzionale), e cioè il regime che Landowski chiama di “aggiustamento”. Qui gli attori si influenzano vicendevolmente «attraverso il contatto (“contagioso”) che implica una problematica dell’ “unione”» (Landowski 2010: 51). Siamo di fronte ad una forma di intelligenza sensibile dove i due attori si adattano l’uno all’altro utilizzando una competenza di natura non cognitiva. Un’interazione «in cui le parti coordinano le loro rispettive dinamiche secondo un fare insieme» (ibidem), grazie alla capacità di sentirsi l’un l’altro e utilizzando una competenza estesica. «L’interazione non si fonderà più sul far credere ma sul far sentire – non più sulla persuasione, fra intelligenze, ma sul contagio, fra delle sensibilità» (ibidem). Il tango è “passionale”, dunque, in questo modo: perché riguarda le reazioni del corpo, le nostre “antenne tese” che nella vita ci guidano nella conoscenza di noi stessi e di ciò che ci appassiona (e che in definitiva ci permettono di coltivare un hobby, di realizzare un progetto, di inseguire la nostra felicità)."


Queste ultime righe sono persino emozionanti e le applico al cinema di Faccini, che comincio a conoscere intimamente. Opera di Intelligenza Sensibile, senza il minimo indugio, "Sassalbo provincia di Sydney" è un film che supera largamente, con la passione per il soggetto e la storia che possiede, il concetto di documentario. Non è inutilmente minimalista né contiene frivolezze stilistiche: è Giusto. Le immagini scelte in fase di montaggio valorizzano le persone che sono il centro, lo scopo. Ho scoperto, leggendo altri suoi scritti, avere Faccini un legame affettivo con la fisarmonica, come col violino, che risale all'infanzia, e penso che la scelta della musica, avvenuta in post-produzione, sia stata dettata anzitutto da questo gusto. Sassalbo è terra delle sue origini, la musica scelta anche. Chissà se poteva immaginare che invece il Tango poteva essere interpretato come una splendida metafora del lavoro che ha fatto, una chiave di lettura che potesse spiegare le emozioni che suscita.

Penso che questo film racconti il tango tra Emilio e Anita Bertolini, quello tra Adelmo e Videlma Fiorini, quello dei Sassalbesi di ieri ed oggi con le difficoltà della vita. Faccini s'è introdotto nella danza, lui e la piccola troupe, rispettandone le regole. Una magia cessa d'essere tale se, anche solo in parte, spiegata? Affatto! Diventa una lezione.
Robydick
credits:
Ringrazio ancora, e molto, i citati Francesco De Benedetto e Silvia Pastorino, per il loro lavoro che m'è stato preziosissimo. Il web è un mondo meraviglioso, c'è il peggio ma anche il meglio dell'umanità, qua siamo nel secondo caso. Ho scritto loro semplicemente per dire un Grazie e mi hanno risposto entrambi con cortesia. Un'altra bella esperienza che lego a questo film.




























5 commenti:

  1. Già solo dal titolo e dal tema, mi piace e m'interessa parecchio.

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  2. Dove posso trovare questo film? Sassalbo è il paese dei miei nonni.
    Umberto

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  3. ciao Umberto, vai sulla home del sito di Faccini e Piperno http://www.pipernofaccini.it/HOME.htm trovi contatti telefonici ed email per ordinare direttamente a loro il cd. Buona visione

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  4. Ciao Umberto !
    Anch'io mi piacerebbe avere questo film !
    Te, l'hai trovato? Scusa, sono francesa, il nonno e di Sassalbo; non scrivo bene l'italiano
    Ecco il mio mail, mi puoi scrivere cua : laetitia.italia@hotmail.fr

    graazie!

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