venerdì 3 febbraio 2012

Nonhosonno (aka: Sleepless)

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2000, Dario Argento.

Nel 2000 era uscito da circa 5 anni “Se7en” ('95) di David Fincher, che aveva definito abbastanza le coordinate stilistiche di un nuovo tipo di thriller “psycho-killer”. Argento con “Nonhosonno” ci si era voluto evidentemente rifare.
Ma dell'intero film gli unici a funzionare e coinvolgere sono solo i primi dieci minuti, Tutto il resto non è né pauroso, appassionante, ed  è ferito a morte  da troppi innegabili difetti. Come al solito, la  trama è congegnata in maniera troppo  incongruente, e i comportamenti  complicati e assurdi dei personaggi  affettano il racconto come una peste  bubbonica, rendendo anche questo film dell'Argento più “recente” completamente irrilevante nell'ambito dell'ormai completamente estinto genere del thriller-giallo italiano, al quale proprio Argento aveva contribuito rendendolo qualcosa di conosciuto in tutto il mondo, con i capolavori che ben sappiamo come “Suspiria”, “Tenebre”, “Phenomena”, solamente per citare tre titoli degli anni '70 e '80. Certo, quasi nessun film di Argento può essere impermeabile alle critiche, ma anche “Nonhosonno” fra gli ultimi suoi titoli, altro non è che una vetrina di sangue e di budella  - dovrebbe essere un thriller con un serial killer al centro di tutto – di  tale illogicità e plausibilità, che effettivamente non si possono che qualificare tutti come demeriti. Solamente nei primi dieci minuti si percepisce ancora una certa capacità di colpire con quelli che erano gli stilemi del terrore arrgentiano di un tempo, seppur in una continua riproposta di situazioni e dettagli di altri suoi film, ma tutto quel che accade dopo non riesce a coinvolgere lo spettatore minimamente.. La recitazione poi, con due stoccafissi come Stefano Dionisi e Chiara Caselli come protagonisti è particolarmente penosa, la messa in scena, invece che da thriller di viscerale terrore, come almeno fino ad “Opera” ('87), è più da rassicurante e soporosa soap italiana tipo “Un Medico in famiglia”, la scelta degli ambienti e l'illuminazione è incredibile per quanto sia sciatta e dal sapore tirato via. Un film su una tipologia di assassino misogino simile, “Lo Squartatore di New York”(The New York Ripper) ('81) di Lucio Fulci, realizzato vent'anni prima, ad esempio, gli è enormemente superiore in tutto.

“Nonhosonno” o “Sleepless” l'unica cosa che ha di meno rispetto agli altri titoli dell'ultimo Argento, è il ridicolo involontario di molte scene, ma è ugualmente irritante per la mancanza di mordente e il suo mancare costantemente quelli che molte volte potrebbero essere anche dei bersagli alla sua portata. Non ti spaventa mai quando potrebbe, è posticcio in ogni situazione e sviluppo della vicenda, dei personaggi e della credibilità della recitazione ho già parlato, naturalmente si salva solamente Max Von Sydow, alle prese con l'unico personaggio credibile perché da egli stesso ben costruito. Mentre persino un valido attore teatrale come era Massimo Sarchielli, presente in alcuni film dell'ultimo Argento, è qui pessimo, nel ruolo di Leone.

La storia si apre a Torino, Italia, nel 1983, dove un investigatore della omicidi di nome Ulisse Moretti (un sempre interessante ma ovviamente in cerca solo di un lavoro ben pagato Max Von Sydow) promette a Giacomo, ragazzino tredicenne figlio della vittima di un omicidio, che troverà l'assassino di sua madre anche se dovesse metterci il resto della sua vita (come ne “La Promessa” di Friedrich Durenmatt). Siamo poi trasportati nella Torino del 2000 – nella camera da letto di una prostituta che ha respinto un'invisibile cliente e inveendogli contro per le cose troppo sporche che gli ha chiesto di fare. L'uomo le getta un bel po' di soldi, le sue richieste vengono accettate, viene aperto il blister di una qualche pillola blu, mentre la ragazza si sistema sotto le coperte, dopo, il non mostrato cliente, prima di uscire e varcare la soglia della porta, inciampa nervosamente su di un mobile nella stanza oscura. Una varietà di coltelli e lucide asce fuoriesce da una sua borsa, la quale viene affrettatamente riempita di nuovo del suo contenuto, successivamente, esce anche la ragazza squillo, dirigendosi verso la vicina stazione ferroviaria. Essa però, ha raccolto inconsapevolmente una cartella blu appartenente all'uomo, nella cartella sono contenuti una serie di articoli di giornale riguardanti "I delitti del Nano", risalenti al 1983. Poco dopo, ella riceve una telefonata sul suo cellulare, e chi non è se non il suo cliente di prima, che con la tipica voce da folle e contraffatta, degli assassini argentiani, la minaccia giurando di ucciderla adesso che avrà guardato dentro la cartellina. La ragazza cerca dunque inutilmente di scendere dal treno notturno e praticamente deserto, ma viene inseguita lungo i corridoi dal maniaco.

Questa è anche la citata sequenza iniziale. L'unica che ricordi l'Argento degli anni ottanta, anche se la logistica spaziale dei ristretti spazi del vagone ferroviario deserto, e quelli della stazione di notte, non sono esattamente rispettati e resi comprensibili, ma la cinepresa è utilizzata per una volta con quello stile iper-attivo e cinetico determinante l'immediata riconoscibilità dello stile di una volta del regista romano. Così come l'azione negli omicidi, la condivisione del terrore con la vittima che percepisce un pericolo imminente, ma che non ha ancora indizi circa l'inevitabile punto di incontro con l'assassino. In precedenza, Argento aveva come Carpenter sempre girato con l'inquadratura rapportata al formato 2.35:1 widescreen, in questo film ha utilizzato invece il formato più stretto di 1.85:1, volendo ottenere delle inquadrature più claustrofobiche, nelle quali si percepissero maggiormente i pericoli corsi dai personaggi. Ottenendo però anche l'effetto quale che piuttosto che essere garantiti da una visione chiara e comprensibile delle cose, durante i momenti di suspense, siamo invece spesso privati di un punto di vista confortevole, permettendo certo così anche quella sequenza minacciosa da fuori inquadratura che si svolge verso la fine alla periferia di Torino, la quale è certamente un vecchio trucco di altri film di Argento, qui riutilizzato, ma sempre affidabile se utilizzato in destrezza, in quanto come qui, utilizzando la nuova macchina Panaflight, si può tracciare un buon utilizzo delle soggettive. I Goblin di Claudio Simonetti, qui per l'occasione parzialmente riunitisi, ritornano a collaborare con Argento, ma la loro fantastica ed elettrizzante musica è solamente un ricordo, quella che avrebbe dovuto essere la risorsa migliore del film, data la vena completamente spenta dell'ultimo Argento, è invece il suo stesso colpo di grazia, si potrebbe anzi dire quello meglio assistito. Sorprendente sì ma in negativo, una colonna sonora di rara bruttezza e totale assenza di ispirazione, memorabile solo per la rumorosità da heavy-metal di provincia, buona al massimo come accompagnamento del primo Ligabue ad una Festa dell'Unità a Lamporecchio. Che fa male se soltanto si pensa alla colonna sonora - fra le tante-, di “Dawn of the Dead” (Zombi), che i Goblin avevano composto ventitre anni prima. 

Fin qui, andrebbe dunque anche tutto bene. Un altro omicidio si verifica poco dopo nel parcheggio della stazione ferroviaria, la polizia è chiamata, sorgono sospetti che l'assassino sia l'infame nano (che si credeva  presumibilmente morto anni fa) o che il colpevole sia un “copycat” dei passati omicidi del responsabile. Moretti, adesso in pensione, è consultato come colui che era l'investigatore a capo del caso, in quel momento, ma adesso egli sembra volere solo rimanere isolato, e lasciato in pace da tutti i fastidi che quell'indagine gli ha comportato, e lasciato. Successivamente però, l'oramai adulto Giacomo (interpretato da un poco aduso ad un film del genere, Stefano Dionisi), è convocato a Torino dal suo amico d'infanzia, Lorenzo/Roberto Zibetti, alla luce degli eventi attuali. Alla fine, Moretti cede e inizia un'indagine non ufficiale sui nuovi omicidi che si susseguono, a cui e alla quale si aggiunge Giacomo. Era dunque l'uomo Moretti aveva identificato come l'assassino, il vero responsabile dei passati delitti? E, se sì, allora deve appunto essere al lavoro un possibile copycat, visto che  l'uomo stesso era stato trovato morto un anno prima per un'apparente suicidio. O era veramente lui? Viene emesso un ordine del tribunale di riesumare il corpo, e lo spettatore è da qui reso così  incerto, da continui e scoraggianti accadimenti, contro i protagonisti. E c'è un punto sconcertante del caso sul quale Moretti non è mai riuscito che a brancolare nel buio: perché gli omicidi del 1983 furono stati tutti concentrati in un quartiere specifico, mentre quegli  attuali sono commessi in tutta la città. La risposta a questo non è svelata  fino alla fine, ma quello che significa in ultima analisi, è o vorrebbe essere, un vero incubo.

Nonostante alcuni aspetti bizzarri della storia - come l'assassino che è ispirato dai versi di un manoscritto di filastrocche dal titolo "La fattoria della morte" e, successivamente, lasciando ritagli di forme di animali accanto ai cadaveri - Argento non riesce ad infondere dinamismo alla storia, che si sofferma sempre troppo ad  insistere su questi elementi. Oltre che a essere eccessivo nella lunghezza (dura 116, stirati minuti). E per non parlare delle insistite scene di sesso, completamente estranee alla narrazione e al senso generale del film. Sesso che è un'elemento costantemente accresciutosi nel corso dell'Argento degli ultimi anni. Mentre neanche una singola scena di un'intera sequenza si stacca dalla mediocrità, non sfociando mai in una tensione efficace, così che nel film i momenti interessanti non siano che rari e occasionali. Pur non essendo completamente ignaro della storia e dei personaggi come nel precedente e grottesco “Il Fantasma dell'Opera” ('98), anche qui Argento sembra considerare gli attori come marionette e i dialoghi come un semplice manualetto riempitivo, I personaggi protagonisti non sono difatti plausibili, e la recitazione di Dionisi e della Caselli, come detto non è neanche passabile. L'intreccio thriller è farraginoso, pretestuoso e derivativo, smorzandosi quasi subito a neanche alla metà del film. L'assassino non ha quasi più nulla di demoniaco e ferocemente sanguinario, come i precedenti killer argentiani, ma è soltanto un pò intelligente, - per esempio, dopo essere stato  graffiato da una sua vittima, per evitare di lasciare possibili campioni di DNA, taglia velocemente fino al sangue le unghie al cadavere.

Certo, nessuno pretendeva che questo film di Argento potesse avere il controllo voluttuoso di un thriller eccellente come “Gli Occhi di Laura Mars” (Eyes of Laura Mars) ('78) di Irvin Kershner, sceneggiato da John Carpenter, o la tensione e la genialità di “Maniac” ('81) di William Lustig, qui precedentemente affrontato,  ma “Nonhosonno” è, di per sé, uno psycho-thriller completamente insoddisfacente in tutti quelli che avrebbero dovuto essere i suoi obiettivi. Non c'è neppure fin dal principio da fare testa o croce per scommettere su chi è l'assassino, il finale è una sciocchezza ed è stato pure preparato come tale per tutto il film, in quanto gli indizi erano sempre lì, ma stavolta non ci si può proprio riempire dell'ammirazione per Argento per come e quanto sia riuscito a nasconderli allo spettatore come in altri suoi precedenti, e famosi film, in quanto stavolta l'attenzione non è su di loro scivolat, ma anzi, uno spettatore un minimo smaliziato gli ha colti subito. Il mio non è né vuole essere un commento da guastafeste che sta attento all'esteriorità, all'ortografia delle cose. E' che la storia fa propriamente acqua da tutte le parti, non raggiungendo il minimo realismo fino alla fine. Fine in cui si potrebbe effettivamente tornare indietro e vedere come tutti i pezzi si incastrino perfettamente insieme (anche se  meccanicamente), ma non lo fa, perché appunto non può! Potrei calcare ancora maggiormente l'accento sulla debolezza e la standardizzazione delle atmosfere del film, e la questione di alcune sequenze in cui inspiegabilmente l'investigatore incaricato del caso emette un avviso al pensionato Max Von Sydow/Moretti, per "intralcio" alle indagini, o l'imbarazzante sottotrama a base di omeriche scopate, che coinvolge Giacomo/Stefano Dionisi alla conquista del suo amore d'infanzia, Gloria/Chiara Caselli, e quindi la sua presa di distanza dal suo personaggio di gran seduttore, o Fausto/Roberto Accornero, il quale entra a far parte della trama solo per indirizzare su di lui i sospetti come potenziale (e ovviamente falsa) minaccia a seguire. Ma per la maggior parte (anche per le parti alternate di film, su Giacomo e poi su Moretti e poi di nuovo su Giacomo e così via) Argento non riesce a prendere nessuna decisione, e tirando le somme il risultato è evidente.

Non includo in questo  nemmeno tutti gli aspetti della trama, i quali sono anch'essi terribilmente incerti. Invece di cercare di imbastire una trama minimamente lineare, Argento (che ha co-scritto la sceneggiatura) si preoccupa solo di cercare una culminazione di sequenze che raschiano davvero il fondo del barile in quanto a plausibilità, come se le idee avute e che non sono neppure delle grandi idee, fossero gettate lì dal nulla, senza un minimo di criterio e di razionalizzazione, ma solamente messe l'una dopo l'altra a casaccio e affrettatamente, indipendentemente dal fatto se abbiano o meno il minimo di buon senso. Quando una costosa penna stilografica d'oro (e che vale circa due milioni di £) appartenente all'assassino viene ritrovata  nel parcheggio della stazione ferroviaria da un connivente poliziotto venduto, invece di andarla a vendere, egli opta per trovare un accordo con l'uomo che sa essere l'assassino, incontrandosi faccia a faccia con lui in un luogo isolato (!), dove, naturalmente, non incontrerà altro che una morte prematura, e violenta. Poco dopo, i commenti del migliore amico di Giacomo, a tavola davanti al padre procuratore e di fronte ai suoi ospiti, che non riesce a trovare la sua penna, dal momento che ciò si verifica nella parte iniziale del film, è un ovvio espediente per concentrare i sospetti degli spettatori su di lui piuttosto che sul vero assassino, il quale certamente non è lui. Più tardi, un terzetto di lavoratori ad un fast-food sta parlando del Nano Killer prima di andare a casa per la notte, alla quale è già evidente qualcuno di loro non arriverà mai. Ed è il modo stesso in cui Argento ha ideato la sequenza che non funziona, solo la sequenza della prostituta inseguita dall'assassino nel vagone del treno vuoto in corsa nella notte, nel succitato inizio del film, mantiene quella selvaggia isteria dell'Argento che fu, quando c'era sempre qualcuno che cercava freneticamente le chiavi di casa mentre l'assassino lo stava raggiungendo. Prima, non avendo visto nulla di allarmante sul treno, la ragazza non poteva cogliere il pericolo che incombeva su di lei – e cioè che l'assassino fosse poi ad attenderla sotto casa- e noi come spettatori siamo all'oscuro della ragione del suo panico. O se l'assassino la conoscesse o meno, sapendo quindi anche dove ella abiti.

In momenti come questi si respira l'ardimento, o l'ingenuità, del tipico cinema di Argento- ingenuità in  quanto a volte Argento sembra veramente ignaro della buona costruzione di un'atmosfera minacciosa e di tensione, il primo nella convinzione che anche se poco plausibile, il suo spettacolare talento avrebbe reso tutto accettabile e veicolabile. Speranza vana, allorquando egli non è neanche più lontanamente capace  rendere accettabili questi aspetti intrinsecamente negativi del suo cinema, grazie ad un lavoro tecnico e visionario un tempo, apparentemente imponente. Eppure, a giudicare dal carattere nel suo lavoro - apparentemente- affabile e giocoso, si direbbe che Argento voglia semplicemente divertire, dare al pubblico alcuni buoni momenti di distrazione guardando i suoi film, come lui, ovviamente, che una volta si divertiva a farli, mentre adesso evidentemente, non più. E naturalmente, anche se rimangono lontani echi del proprio mestiere e della propria abilità, essi non bastano, quando si sta mentendo al pubblico e a sé stessi, quando la scrittura e la recitazione sono pessime, e l'unica cosa positiva in mostra è un certo grado di attenzione formale all'uso della cinepresa, del tutto assente nei film successivi. Con “Nonhosonno” Argento non ha creato nessun capolavoro come qualche sua imbarazzata amica critica e curatrice del Festival del Cinema di Torino e della Piemonte Film Commission vorrebbe suggerire di farci credere, e nemmeno un film che in qualche modo si potrebbe minimamente collegare all'eccellente capacità descrittiva dei suoi film migliori, nessuno potrebbe sostenerlo, neppure i suoi fan più accaniti, se non con la coscienza molto poco pulita. D'altra parte, come poter sostenere un thriller dalla suspense così slegata, fiacca, dal ritmo così lasco e pesante come questo ultimo di Argento? Il quale non ha, tolta la già citata dell'inizio, una singola sequenza di omicidio fantasiosa, cioè quel che era la massima abilità e marchio stilistico e creativo del regista, che non ha neppure un singolo momento o dettaglio gore ben costruito, ma solo un paio o tre scene di nudo femminile frontale (e tra l'altro la Caselli non è mai stata questa gran fica) e, soprattutto, un senso minimo dell'unitarietà del plot e della trama, tutto ciò indicativo di un regista a cui purtroppo è venuta meno la bravura in quello che gli era sempre riuscito meglio, cioè la costruzione se non dell'unitarietà di un'intero film, di singole parti eccellenti, tutte assieme  atte a creare comunque un magistrale sub-plot all'interno stesso del film. Qui invece non riuscendovi fino alla fine, a fare del suo solito armamentario il veicolo per poter se non altro finalmente imbastire il racconto di una buona storia. Proprio da questo film, ha avuto inizio la sua irreversibile incapacità nel riuscirci. Il pubblico, e anche la critica, hanno da allora incominciato a beccarlo, e  senza pietà.

."Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici"  2001
Nominato Nastro d'Argento Miglior Montaggio (Miglior Montaggio) ad Anna Rosa
Nominato per Miglior colonna sonora (Migliore Musica) ai Goblin

La versione Usa R-rated è tagliata nelle scene di violenza, circa un minuto è rimosso.

"Mi casa tu casa"
Musiche di Luca Morino e Fabio Barovero
Lyrics by Luca Morino
Cantata da Mau Mau

"Gwami Moloko"
Musiche di Luca Morino, Fabio Barovero e Giovanni Sanfelici
Testo di
Cantata da Mau Mau

"Autunno Finestra"
Concerto per arpa di Cecilia Chailly

"Il lago dei cigni"
Scritto da Piotr Tchaichowsky
Eseguito da Amedeo Tommasi

"Quick Silver"
Scritta da Fabrizio Fornaci
Cantata da Fabrizio Fornaci

"La filastrocca del fattore", la filastrocca  che aiuta il commissario Moretti e Giacomo a risolvere i crimini, è stata scritta da Asia Argento.Dario Argento

Max von Sydow ha insistito sul fatto che il pappagallo nel film sarebbe stato chiamato Marcello. Prende il nome da Mastroianni  il quale egli ha avuto modo di conoscere dopo aver fatto diversi film in Italia in passato.

Tradotto in inglese, il titolo in italiano del film significa sempre  "Non riesco a dormire.", “Sleepless”, “Senzasonno”.

“Non ho sonno” venne interamente  girato a Torinoo, città molto amata da Argento. Presenta molte analogie con “Profondo rosso” il suo più grande successo. Ha ricevuto due nomination ai Nastri d'Argento  per il miglior montaggio (Anna Rosa Napoli) e per la migliore colonna sonoral(Goblin).

“La Filastrocca del Fattore" usata nel film è stata scritta dalla figlia di Dario, Asia Argento.

Anche in questo film, come in “Profondo rosso”, Gabriele Lavia interpreta il presunto colpevole.
Anche in questo film, come in “Profondo rosso”, c'è una scena girata al Teatro Carignano, quella dell'omicidio della ballerina.

Napoleone Wilson


3 commenti:

  1. Nom me lo ricordavo neppure, ma davvero nel film ci sono persino i Mau Mau torinesi, nella scena di un loro concerto...I Mau Mau in un film di Dario Argento....(!)
    Quasi come dire Silvio Orlando in "Terminator 5". Che CAZZO c'entrano.

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  2. i Mau Mau... non ne sapevo nemmeno dell'esistenza! :D
    "omeriche scopate", ahah! meno male che in queste rece hai perlomeno inserito come t'è spontaneo quelle battute in stile "napoleonico" ormai inconfondibile

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