giovedì 15 marzo 2012

Manhunter - Frammenti di un omicidio

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1986, Michael Mann.

Lo Sguardo, in ogni suo aspetto e declinazione: è lui il vero protagonista di Manhunter, pellicola targata 1986 per la quale la parola capolavoro, una volta tanto, non suona eccessiva o usata a caso. Diretto dal grandissimo Michael Mann, il film è tratto dall’ormai celebre romanzo di Thomas Harris, “Il Delitto Della Terza Luna”, pubblicato nel 1981 e meglio conosciuto come “Red Dragon”; è anche illustrissimo (e all’epoca non troppo conosciuto) predecessore di quel “Silenzio degli Innocenti” che fece man bassa di statuette agli Academy Awards e sbancò i botteghini, spacciandosi per il magnifico film che non è mai stato. Lo è ancor meno, se paragonato a Manhunter, esempio di rigore stilistico e profondità narrativa tipici del cinema di Mann, all’epoca già autore di gioielli filmici come “Strade Violente” e “La Fortezza” e produttore della serie televisiva Miami Vice, che a livello di stile visivo è tornata spesso nel suo cinema fino a trasporla sul grande schermo, nel 2006, con esiti come sempre eccellenti.

Il romanzo di Harris su cui si basa questo film è il primo della “saga” su Hannibal Lecter, che vedrà susseguirsi altri tre libri e quattro pellicole: Red Dragon vide infatti una seconda trasposizione, nel 2002, diretta da Brett Ratner, assolutamente mediocre e dunque non paragonabile sia all’opera di Mann sia tantomeno al libro. Un’operazione smaccatamente commerciale che ebbe un meritato insuccesso.

Will Graham (William Petersen), è un ex profiler dell’FBI: ritiratosi prima del tempo, porta con sé le cicatrici, fisiche ed interiori, della cattura di Hannibal Lecter (qui chiamato, per l’unica volta, Lecktor, per volere del regista, ed interpretato da Brian Cox), illustre psichiatra nonché feroce serial killer. Graham ha la capacità di calarsi nella mente dell’assassino, indentificandosi con esso e cercando di carpirne i pensieri e prevederne gli atti: un reiterato “calarsi nell’abisso” della follia altrui che diventa un tuffarsi nel proprio lato oscuro. L’intelligenza e la crudeltà di Lecktor spezzano gli equilibri, e Graham crolla. Viene richiamato dal collega Jack Crawford (Dennis Farina) per indagare su un killer che ha massacrato due famiglie, soprannominato “Dente Di Fata” per la sua abitudine di mordere e che agisce nelle notti di luna piena.
Il film inizia così, con Graham e Crawford seduti sulla spiaggia, appoggiati su un tronco, l’uno frontalmente, l’altro di schiena, speculari ed opposti. Fin dalla prima inquadratura dunque, il cinema di Mann si dischiude nel suo assoluto rigore, nella bellezza pittorica, in cui nulla è lasciato al caso e dove ogni dettaglio ha la sua importanza poiché ha la sua precisa e perfetta collocazione.

Will accetta l’incarico, tra i timori della moglie Molly (Kim Greist), ed i propri; nonostante il trauma subito in seguito al caso Lecktor, che al momento dell’arresto lo morse in volto, ne chiede la consulenza per catturare l’assassino.
Inizia dunque la caccia all’uomo, che da indagine si trasforma non solo in una guerra personale verso il killer ma in un’identificazione vera e propria, graduale ma inesorabile: ne segue le tracce da solo, ripercorrendo ogni suo passo, conversando con lui ad alta voce, sfidandolo. Graham non si limita ad entrare nella sua mente ma, per alcuni istanti, si trasforma in lui, diventa Dente Di Fata.
Non si dimentica facilmente la sequenza in cui Graham, all’ennesima visione dei filmini girati dalle famiglie in occasioni festose, ripete ossessivamente le stesse frasi, con Jack che lo guarda basito, scioccato: in quel momento, Will è tutt’uno con il killer, l’identificazione è completa, e l’indizio determinante balena nel suo cervello, come una folgorazione.

Lo Sguardo, si diceva: in Manhunter, abbiamo una vera e propria anatomia della visione, che è il centro dell’intero racconto; Toothfairy, ossia Francis Dollarhyde, (interpretato magistralmente da Tom Noonan) fa dello sguardo l’arma principale, con esso è carnefice e ne è al tempo stesso vittima. Si circonda di specchi, per guardarsi durante i massacri, e con gli stessi frammenti di specchio perfora gli occhi delle sue prede, che trasforma in spettatori, disponendoli come se fossero un pubblico. E’ proprio attraverso il vedere che Francis trova e sceglie la famiglia da sterminare, e sempre con lo sguardo la segue, la studia, la spia. La sua brama è quella di essere amato, voluto, desiderato; attraverso le parole di Graham, in piena identificazione davanti al letto matrimoniale delle vittime, si dà voce alla sua ossessione “ Mi vedo accettato e amato, nello specchio d’argento dei tuoi occhi”.
Lo Sguardo, e la sua Negazione: Francis incontra Reba (Joan Allen), una ragazza cieca. Con lei, assaggia cosa significa essere amati, nella realtà, al di là di tutte le fantasie che hanno nutrito la sua mente fino a quel momento. Egli non sa amare, non nel modo inteso dal senso comune: ma quando lo vediamo a letto con Reba dormiente al suo fianco e dai suoi occhi cominciano a scorrere le lacrime, siamo scossi dal dubbio. Lei non vede le minacce attorno a sè, che culminano nell’indimenticabile sequenza finale in casa di Dollarhyde, con l’ossessivo sottofondo della splendida “In A Gadda Da Vida” degli Iron Butterfly che, dopo aver visto Manhunter, non potrà più essere essere percepita come prima: la simbiosi musica/immagini è talmente perfetta da diventare indissolubile.

Dal punto di vista tecnico, si rasenta la perfezione: Mann espone il proprio manifesto stilistico, la propria cifra inconfondibile. La sua Arte ha un rigore scientifico ma è al tempo stesso “cinema dell’uomo”: le opere di Mann possono essere viste come un discorso di vera e propria “scienza dell’umanità”. Un’umanità perennemente spaesata, irrimediabilmente sola, sezionata minuziosamente nel suo sentire in un susseguirsi di pensieri, istinti, sentimenti, presentati in modo solo apparentemente freddo, talvolta gelido, in realtà frutto di un calibrato distacco, che non è mai indifferenza o apatia: è il distacco tipico dello studioso, di colui che osserva senza mai immergersi totalmente. Anche in questo, troviamo la grandezza del cineasta.
La magnifica fotografia, curata da Dante Spinotti, è compagna ideale del discorso visivo del regista; le tonalità calde dei tramonti così belli da sembrare irreali si scontrano col bianco raggelante che pervade praticamente tutti gli ambienti, compresi quelli domestici: asettici spazi abitativi che non hanno nulla di caldo o accogliente, quasi a voler dimostrare che l’Uomo non può trovare riparo e conforto neppure nella propria dimora. Diverso il discorso riguardante la casa di Francis, dominata dal verde e da stampe alle pareti, a soggetto lunare: il nido del Folle, è l’unico che rispecchi la personalità di chi lo abita e la sua mente caotica.

Fondamentale e innovativo l’uso delle musiche, con lo score elettronico ad opera dei The Reds e Michel Rubini misto a canzoni pop dell’epoca: un accompagnamento musicale pressochè incessante e sempre in perfetta armonia con le immagini. Mann fu uno dei primi ad utilizzare la musica elettronica nello score (anche qui, impossibile non ricordare il Miami Vice televisivo) e l’accompagnamento sonoro è di basilare importanza in tutte le sue pellicole; la musica aggiunge potenza al visivo, ma accade anche il contrario: basti ricordare la scena in cui Francis è appostato fuori dalla casa di Reba, con una banale canzone pop che si trasforma in un crescendo angoscioso grazie a ciò che scorre davanti ai nostri occhi.
Ottime le prove attoriali, a cominciare da Tom Noonan, che dà il volto a un killer difficile da dimenticare, fuori da ogni schema, dallo sguardo triste ed assente al tempo stesso. Perfetto Wiliam Petersen (già protagonista di un altro caposaldo del cinema anni ’80, “Vivere e Morire a Los Angeles”, di William Friedkin) : qui offre un’interpretazione apparentemente pacata, capace di esprimere un grande tormento interiore.
La sceneggiatura, scritta dallo stesso Mann, è solidissima ed esemplare nell’analisi dei personaggi, soprattutto nello studio della figura di Dollarhyde, assai approfondito e mai semplicistico, contrariamente a quanto accade, ormai troppo spesso, nel delineare i tratti degli assassini seriali. Francis non è un serial killer, è soprattutto un uomo, ma un uomo che uccide, questa è la principale caratteristica che lo differenzia dalla massa indistinta di molti assassini di celluloide.

Molti passi determinanti del libro di Harris sono stati tralasciati, per ovvi motivi di adattamento allo schermo: punti fondamentali, come l’ossessione di Francis per il dipinto di William Blake, “Il Grande Dragone Rosso e la Donna Vestita col Sole”, e il concetto di trasformazione ad esso legato, sono qui soltanto accennati senza un’adeguata spiegazione, lasciando lo spettatore nel dubbio e, nel contempo, invitandolo alla lettura. Ricordiamo che negli USA “Il Delitto Della Terza Luna” fu un best seller fin dalla sua uscita, cosa che ovviamente non accadde qui da noi.

Manhunter è stata la prima pellicola a portare sullo schermo la figura di Hannibal Lecter, e dai noi in Italia restò praticamente sconosciuta per anni, per poi emergere in un primo tempo dopo l’uscita de “Il Silenzio Degli Innocenti” e, in maniera definitiva, dopo il successo di Mann nel nostro Paese, dovuto in particolar modo a “Heat”, targato 1995. Furono dunque inevitabili i facili confronti fra l’Hannibal interpretato da Brian Cox e quello di Anthony Hopkins, ormai già entrato a far parte dell’immaginario collettivo.
Il personaggio ha un peso differente nei due romanzi e di conseguenza, nelle due pellicole. Hopkins ha offerto una performance indubbiamente ottima ma anche assai gigionesca, fagocitando lo schermo e risultando troppo sopra le righe, nei tic involontariamente ridicoli, nelle frasi talvolta retoriche. La distinzione fra Bene e Male è decisamente netta: non vi è ambiguità in Clarice, il Male è di fronte a lei ma non la pervade.
Il Lecktor di Cox è assai diverso: la sua presenza sullo schermo è più ridotta ma non per questo non lascia un segno. Sottile, ambiguo, fascinosamente perverso, il suo gioco con Graham si svolge ad armi pari: il confine Bene / Male è tutto fuorchè nitido e Lecktor lo sa bene, nell’attribuire al profiler una natura simile alla sua e a quella di Dollarhyde: “Non la creiamo noi la nostra natura, ce la consegnano, insieme ai polmoni, al pancreas e a tutto il resto, perché combatterla?”. Hannibal conosce il lato oscuro di Will Graham, e questa ambiguità è uno dei tanti punti di forza sia del romanzo che del film : non ci sono “buoni e cattivi” nel senso tradizionale del termine, ogni personaggio porta in sé il seme dell’uno e dell’altro.
Manhunter, ossia cacciatore di uomini: non uno quindi ma tutti e tre i personaggi, Graham, Dollarhyde e Lecktor ricoprono questo ruolo, nell’essere predatori e al tempo stesso prede; Mann prende i canoni classici del genere thriller e li rielabora secondo la sua visione personale, plasmando qualcosa di inedito e sorprendente.

Un film imprescindibile, che non dà certezze e lascia disorientati, nel suo dipingere un’umanità in tutti i suoi aspetti, anche, e soprattutto, quelli che preferiremmo non vedere.

Chiara Pani




























28 commenti:

  1. Ciao Roby! Tieniti pronto, è in lavorazione - The human centipede 3 - :)

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  2. gran film e bella recensione..davvero capostipite di un genere..
    il centipede ?ossignur..cosa si inventerà stavolta?aspetto con ansia..

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  3. ahah! grazie Vitone, scaldiamo i motori allora :DD

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  4. non ho voluto mettere introduzioni come ho sempre fatto in passato e lasciare l'ottima rece di Chiara com'era.
    ragazzi, è un altro gran bell'acquisto per il nostro blog, scrive su riviste di cinema, è grande esperta e appassionata di horror ma guarda di tutto e poi è una mia stimata collega di Malastrana. mi pare che come cv possa bastare.
    Benvenuta Chiara! :**

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  5. Il solo ed unico Hannibal Lecter ! Film leggendario.

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  6. grazie mille Roby :) Felice di essere dei vostri :)

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  7. Film meraviglioso, poco altro da aggiungere!E bellissima recensione.

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  8. Sai bene Roby che questa rece avrei voluto scriverla io, se per i miei problemi temporali l'ottima Chiara Pani non mi avesse giustamente preceduto. Come si sara' capito diverse volte qua e la' in mie rece e comment, Mann e' da sempre uno dei miei registi in assoluto preferiti, e questo film, anche se e' difficile sceglierne fra tutti i suoi, è il suo capolavoro assoluto, il film "manifesto" della sua filmografia. Insieme almeno a " Strade violente" e " Heat- La Sfida". Di "Manhunter" ne esiste anche una Director's Cut, comprendente in pratica solo un breve sottofinale con Patricia Charbonneau e Michael Talbott, lo Stanley "Stan" Swytek di "Miami Vice", nel quale Graham torna a visitare la casa di una delle famiglie massacrate da Dolarhyde, e in cui si e' installata una nuova famiglia. Director's cut che si trova da sempre in DVD. Nelle edizioni import, anche assieme alla Theatrical.
    "Manhunter" uscì nei cinema italiani, fugacemente, e distribuito ovviamente da De Laurentiis che lo produsse con la DEG, nell'ottobre del 1987. Mann, nonostante il successo enorme e contemporaneo -anche in Italia- di "Miami Vice", non era un nome ancora noto, se non ai cinefili.

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    1. ricordo bene Napoleone. i tuoi commenti in occasione di Nemico pubblico sono da aggiungersi a quanto scritto da Chiara, li consiglio a tutti.
      rimane "Heat" ancora da fare però, che dici? te lo prenoto, è tutto tuo. senza fretta visto le enne rassegne che hai in corso.

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    2. Grazie per le info Napoleone, non sapevo del sottofinale, il doppio DVD import l' ho ordinato, per recensire mi sono basata sul divx ergo mi mancava la parte alla fine.

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  9. Poco da aggiungere all'ottima recensione: questo è veramente un capolavoro da cineteca.

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  10. Film incredibile, uno dei vertici del Cinema di Mann, e non solo.
    Sequenze da antologia e tecnica magistrale.

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  11. e finalmenteeeeeeee anche Manhunter è stato recensito, ora leggo poi guardo hehe XD

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  12. mi fa piacere questo unanime omaggio a Manhunter, e anche a Chiara, certo...
    "Il silenzio degli innocenti" è innegabilmente un ottimo film, ma anch'io - ribadisco - penso che questo abbia un'eleganza generale ben superiore. Lo stesso Leckter di Cox risulta più credibile, perverso ma non così distante dai "normali". quello di Hopkins è più "istrionico", probabilmente per de-merito del regista che non dell'attore.

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    1. ne sono molto felice, questa recensione per me ha un valore particolare :) è un film che andava assolutamente omaggiato ;)

      Concordo Roby, Demme non è Mann, nemmeno llontanamente. Silence Of The Lambs è ben fatto, ma alla fine è anche molto didascalico. Penso che uno degli errori di Demme sia stato di lasciare troppa carta bianca a Hopkins: il personaggio, ha divorato tutto. La bravura di Sir Anthony è innegabile e ha creato un' icona, ma a volte purtroppo, il suo Hannibal scade un po' nel ridicolo e, alla fine, ci sta anche simpatico. Il Lecktor di Cox è, invece, assolutamente inquietante. Se The Silence Of The Lambs l' avesse girato Mann con Cox al posto di Hopkins forse ora Lecter non sarebbe un "mito horror" ma diciamo anche che non sarebbe scaduto nella macchietta. Non avrebbe di sicuto fatto incetta di Oscar perchè si sa, gli Academy Awards funzionano a modo loro ma penso che avremmo avuto un altro capolavoro. Peccato.

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    2. Piccola curiosità: nel creare il personaggio Cox si ispirò a un serial killer realmente esistito, Peter Manuel:

      http://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Manuel

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    3. simpatico Peter! :D
      però non ho letto che mangiava le vittime. le ammazzava "soltanto"... la faccia però nella foto è notevole per freddezza

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    4. Non era un "cannibale", come non lo era Lecktor nel film, contrariamente al libro. Questa è una grande differenza tra il film di Mann e quello di Demme, che ho tralasciato nelle recensione, invero. Penso sia stata una precisa scelta di Mann; tra l' altro, nel film, Lecktor è un killer di donne, nel libro, è killer in senso generale. Non so perchè Mann abbia voluto tralasciare la caratteristica cannibalica, resa poi fondamentale da Demme. Diciamo che nel suo film, Lecktor ha un ruolo non centrale e forse ha ritenuto il cannibalismo non fondamentale. Nel film di Demme, il fatto che Hannibal mangi carne umana, alla fine, rappresenta gran parte del personaggio. E' una differenza interessante.

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  13. ottimo film (Manhunter) visto svariati anni fa, un piccolo capolavoro nel suo genere.

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  14. "Il Silenzio degli innocenti" è solo, leggermente, inferiore a questo capolavoro di Mann. Almeno secondo me. non dimentichiamoci che anche se non sembra, Demme è uno dei registi più "affini" anche se non appare a prima vista, ad una certa idea di cinema e narrazione "postmodernista" manniana. E solo ancora apparentemente, ripeto,più "classico" già negli anni '80, delle composizioni visuali geometriche manniane. Semplicemente Demme è più "dadaista", Mann no, e più un razionalista neo-romantico molto intriso di educazione calvinista. Ma il film e anche il Lecter di Hopkins, ho sempre avuto i miei seri dubbi, se fosse poi così inferiore al capolavoro ripeto, in oggetto di Mann.Non dimentichiamo, che Harris tratteggio proprio così "istrionicamente"e "debordante", la personalità e le azioni di Lecter. Ma non è comunque il Joker. Ha sempre seri e approfonditi legami e connessioni con veri e famosissimi serial-killer della storia criminale degli Stati Uniti. Ancora più eccessivi e incredibilmente gigioneschi, della finzione letterario-filmica. L'idea geniale di Harris (anche qui legata alle vere esperienze di Harris come annoso cronista di nera), fu di farne uno psichiatra. Maggiormente impugnata e sviluppata, da Demme.

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    1. Su questo non concordo, almeno non su tutto. Il film di Demme è "classico" ma continuo a ritenerlo inferiore al capolavoro di Mann. Innanzitutto, è più ruffiano, e assai meno ambiguo. Vero che molti serial-killer sono assai gigioneschi (sono appassionata di criminologia, tra le altre cose) ma è anche vero che in certi tic l' Hannibal di Hopkins scade nel ridicolo, e risulta poco credibile. Ha un magnetismo raro, che divora lo schermo. Ma la distinzione Hannibal/Clarice è troppo manichea, la Buona e il Cattivo, il Lupo e l' Agnellino. La genialità di Mann fu di metere delle ombre, in questo confine.

      Non dimentichiamoci comunque che parliamo di due libri diversi, nei quali il ruolo di Hannibal ricopre uno spazio differente. Questo, è fondamentale, secondo me. In Manhunter, Lecktor non doveva divorare il film, e così non è stato. Ma riesce a lasciare un marchio, e non si dimentica, nelle sue conversazioni con Graham, nel suo sfidarlo, nel suo vederlo simile a lui stesso, e a Dollarhyde. Anche l'idea geniale (su questo concordo appieno) di farne uno psichiatra qui non sarebbe stata così fondamentale, nel film di Demme invece è ovviamente molto più centrale perchè è il personaggio ad esserlo.

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  15. Strepitoso finale con inquadratura di perfetta composizione geometrico-estetica, che cita apertamente il finale con Ferzetti e la Vitti, de "L'Avventura"('60)di Michelangelo Antonioni. Uno dei film e dei registi preferiti e di maggiore ispirazione, della costruzione visivo-materica -a volte quasi dechirichiana- dell'immagine Manniana. Molto ben esplicata nella magistrale sequenza dell'ospedale psichiatrico e delle sue architetture bianche, fredde e dalla massima algidezza, seguite con il consueto occhio attento alle costruzioni e agli ambienti come ai personaggi, da Mann. O dell'alterità e inquietudine metafisica nella indimenticabile sequenza del parcheggio sotterraneo, con il viscidissimo Stephen Lang/Freddy Lounds in fiamme sulla sedia a rotelle. Strepitosa colonna sonora con fra le tante, l'indimenticabile "Heartbeat" di Michael Rubini and The Reds sui titoli di coda. Ma non sono da meno gli indimenticati Shriekback, soprattutto nella splendida sequenza del "regalo" di grande bellezza di Dolarhyde per Teba/Joan Allen,l'"ascolto" e l'abbraccio del battito della tigre addormentata.A lei che è cieca! E un uomo così sensibile e di rare attenzioni come Dolarhyde è diventato un serial-killer!
    Finale dalla composizione geometrica quasi uguale a quello de "L'Avventura", che verrà ancora omaggiato in maniera irraggiungibile e strabiliante, nel portentoso finale notturno sulla pista dell'aeroporto,tra Vincent Hanna/Al Pacino,che tiene la mano al morente Neil McCauley/Robert De Niro,nel capolavoro assoluto manniano "Heat -La sfida"('95).
    Roby, per scrivere su un film talmente importante e significativo come "Heat -La Sfida", l'ultima volta ci vollero 6 pagine 6, pubblicate.
    La casa di Graham con la moglie Kim Greist (sarà la seconda moglie di Sonny Crockett/Don Johnson, nella stupenderrima terza stagione di "Miami Vice"['86-'87]) è quella direttamente sulla spiaggia, del celeberrimo pittore Robert Rauschenberg. Prestata di nuovo a Mann, come casa di Robert De Niro/Neil McCauley sempre in "Heat".

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    1. Vero, ci sno molti leit motif in Mann, da Antonioni oppure al da me non citato Time Is Luck, lasciato fuori volontariamente perchè troppo risaputo.

      Per scrivere di Mann è necessario dilungarsi, per questa ci sono volute 4 pagine, e ho lasciato fuori parecchie cose :)

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  16. afferra belli stretti.. del resto con un nick così. Gran bella nuova collaborazione! ;)

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  17. e finalmente l'ho visto anch'io, un film che fa della sinteticità un pregio più che un difetto, inserendo scene di indagini e facendo la ricerca dell'assassino il letit motiv i motivi per cui manhunter è un film da collezionare, no di + è un capolavoro, una bomba che altro dire, anche se a me il remake non mi è dispiaciuto affatto, ma preferisco di gran lunga questo al remake, poi Joan Allen è strepitosa :)

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