domenica 26 agosto 2012

La guerre est déclarée - La guerra è dichiarata

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2011, Valérie Donzelli.

Valérie Donzelli e Jérémie Elkaïm sono stati coppia nella vita, storia dalla quale è nato un figlio. Ora lei regista, lui attore, hanno deciso di regalarci, interpretando di persona i ruoli, la loro storia di vita, quella che li ha visti affrontare una grave forma di cancro che colpì il bambino quando aveva poco più di un anno.
Chi scrive non farà proprio una recensione in senso classico. Sarò critico su qualche aspetto, un lusso che posso permettermi. Ho sul groppone esperienze vissute, che vivo tuttora, che vivrò per tutta la vita, paragonabili se non peggiori per la loro cronicità a quella qui raccontata. Lo dico come avvertenza per eventuali lettori, non potrò essere molto oggettivo anche se la mia soggettività, mi permetto di dirlo, mi innalza a livelli che solo chi ha esperienze come la mia, o come quella dei protagonisti di questo meraviglioso film e di tante famiglie con queste storie sulle spalle può avere. Parte della mia esperienza l'ho raccontata in occasione di quello che considero - io e pochi altri - un capolavoro, "Lo spazio bianco" (2009, Francesca Comencini), film su cui ritornerò più avanti.

Il film abbraccia un periodo molto lungo, quasi tutta la vita di quello che ora è un bambino di 8 anni. Breve accenno alla nascita dell'amore tra i genitori, a descrivere le reciproche famiglie, poi presto i primi problemi del bambino, quindi la scoperta del tumore. Esami, l'operazione, decorso post-operatorio, 5 lunghi anni di cure durante i quali Valérie/Giulietta e Jérémie/Romeo abbandonano le vite personali per vivere in ospedale, notte e giorno, vicino al loro figlio "rinchiuso" in un ambiente sterile a fare radioterapie e chemioterapie. Alla fine il successo, la guarigione. Sono stati molto fortunati. Mi spiace spoilerare il finale (comunque notissimo ormai, questo film è un caso mondiale), ma è importante per alcune considerazioni che devo fare.
Non ci sono né santi né cristi né madonne né padri pii, è una storia vissuta al meglio che era possibile probabilmente. I 2 giovani hanno debolezze ed ansie, ma sono intelligenti, godono di un invidiabile senso dello humor, cascano ma capiscono quasi subito che abbattersi non serve. Il film è, ripeto, veramente meraviglioso, come storia e per come viene illustrata, tanto da avere dei momenti da commedia con uno stile ironico molto "francese" e con una cultura molto francese. Vi immaginate ad esempio, da noi, una scena nella quale lui presenta sua madre ai genitori di lei, madre lesbica che ha una compagna di vita, e lo fa proprio il giorno dell'operazione al figlio?... Bellissimo, commovente, anche divertente, supportato da musiche e riprese che in alcuni momenti topici lasciano un attimo interdetti ma poi risultano adeguati. Un altro aggettivo? Audace.

Sapete chi sono i "pochi altri" che dicevo prima, quando citavo "Lo spazio bianco"? Quelli che come me hanno vissuto esattamente l'esperienza che quel film illustra, identica, tranne ovviamente per quanto riguarda aspetti personali dei genitori. Nel film della Comencini una splendida in tutti i sensi Margherita Buy, in un'interpretazione che manco l'oscar poteva premiare a sufficienza, è una single, mentre io sono stato più fortunato, ero sposato, avevo con chi condividere il momento. Un film perfetto, denso e concentrato su una fase precisa, non poteva minimamente far ridere o sdrammatizzare, non c'erano margini. Io e "pochi altri" ne abbiamo compreso il grande valore. I "tanti altri", la maggioranza perlomeno, ha visto un film triste, alcuni addirittura la "... solita storia della quarantenne depressa con la solita Margherita Buy ad interpretarla...". Che roba brutta, un preconcetto superficiale espresso a frasi fatte, siamo al minimo dei minimi. Anche se so che non c'è cattiveria, non posso fare a meno di dir loro che nello specifico sono Ignoranti, nel senso che ignorano cosa vuol dire avere un figlio appena nato, che non pesa manco un chilo, in Terapia Intensiva che lotta per vivere, un numero interminabile di giorni. Quando si giudica un film del genere, come anche questo della Donzelli, se non si conoscono le cose consiglio prudenza e con la prudenza far bello sfoggio di sana umiltà, altrimenti si rischia di dire delle cazzate altrimenti definibili.

"La guerra è dichiarata" - ottimo ma secondo me un gradino inferiore al film della Comencini che anche se finzione non è affatto meno vero di questo - ha tutte le carte, invece, per piacere anche al grande pubblico, e non è certo un difetto, anzi! Cogliamone le sfumature, come il divertimento un po' "isterico" alle feste, un bisogno fisiologico della coppia nei momenti in cui poteva distrarsi, e vedremo che anche qua è il dramma a prevalere. La regia dinamica, la musica, tante belle battute e persino una romantica canzone cantata dai protagonisti lo rendono un film godibile a prescindere, film che non vuole essere, come dire, specialistico. Cogliamone le sfumature dicevo, perché secondo me la Donzelli non ha voluto ammiccare al pubblico, ha fatto veramente il film che voleva fare dando il messaggio che voleva trasmettere, non ci sono piaggerie. Come me col film della Comencini, ho la certezza che chi ha avuto esperienze identiche a quella della regista francese non può far altro che plaudire a scena aperta. Mi unisco al plauso con partecipazione sentita. E' vero, verissimo tutto e supportato dal meglio che la "finzione" cinematografica può esprimere, usato in modo opportuno.

In un'intervista (Vivilcinema, n° 3 2012) la Donzelli afferma che nel suo film "... C'è la commedia, c'è il dramma realistico, c'è il war movie come il mélo sentimentale (perché è fondamentale una storia d'amore), il musical e il fantasy. In realtà c'è di tutto, tranne il cancer movie, che in realtà è un genere inesistente ma con ovvie motivazioni per essere definito tale...". Condivido tutto e confermo, anche il resto dell'intervista che non posso certo riportare per intero. Non mi piace la definizione azzardata di cancer movie, ma non stiamo a sottilizzare, voleva farsi capire e l'ha fatto bene.
Sì ma... ora faccio io una domanda, che non leggerete da nessuna parte: "Se il finale fosse stato diverso, se il bambino come la maggior parte di quelli col suo destino fosse morto, pensa che avrebbe fatto un film sulla sua vicenda? E se sì che film veniva fuori? Avrebbe usato lo stesso stile?". Se mai avrò la fortuna d'incontrarla glie la farò, per ora accontentatevi della mia risposta: No. Non lo avrebbe fatto. Ammesso che lo avrebbe fatto, non era minimamente possibile usare uno stile del genere. Ammesso che lo avrebbe fatto con lo stile adeguato al quel finale, non avrebbe avuto il clamore - meritatissimo, partito con l'applauditissima proiezione come film d'apertura a Cannes 2011 - che sta avendo.
Sono cattivo? cinico? No, sono pragmatico, realista, Esperto della materia trattata e non mi riferisco al cinema. Faccio un po' di psicologia spicciola e spiego, prima di chiudere, due cose ovvie.

La più ovvia è che in film che narrano vicende di questo tipo il lieto fine è fortemente auspicato. Fa niente se è un'opportunità rarissima, non importa se è frutto di preghiere a inesistenti divinità o di gioia di vivere spontanea, tutto quello che volete ma se finisce bene è un successo. C'è un collettivo, mondiale, universale bisogno di successo. Il pericolo per le menti deboli, e per menti deboli intendo sia quelle poco allenate allo studio e alla lettura come quelle, pur intellettivamente dotate, che perdono la bussola quando coinvolte in tragedie simili, è quello di trovare nel film una Soluzione. Non è colpa della Donzelli, non ci sono in lei queste intenzioni, ma metto in guardia.

Parimenti ovvia, ma più sottile, è ricordare a tutti che ogni vicenda passata può essere raccontata in molti modi diversi riguardo ai sentimenti delle persone, lasciando solo ai "freddi" fatti una verità assoluta e a volte anche quelli possono essere distorti. Sono contorto, mi spiego con un esempio: se un amico vi racconta un qualsiasi episodio della sua vita passata, lo stesso episodio, e lo fa in 2 momenti ben distinti della sua vita presente, il racconto può cambiare anche radicalmente. L'umore del momento influenza la tendenza all'ottimismo o al pessimismo nelle infinite sfumature possibili tra i 2 estremi, e questo modifica il racconto. Ogni singolo dettaglio può variare da triste a gioioso, ogni momento di sconforto può trasformarsi in decisionistico... E' sufficiente persino sentire una versione e dopo bersi una bottiglia di vino, meglio 2 se regge bene, col protagonista-narratore per sentirne un'altra di versione, nell'arco di brevissimo tempo.
Con questo non intendo certo dire che la Donzelli ci ha detto panzane, ovvio che no, io credo fermamente a tutto quanto ho visto, non ho motivo alcuno di dubitare, sono felice che le cose sono andate come sono andate. Dico, e ne sono certo, che quello che ci ha raccontato è Una verità, ci vuole l'indeterminativo, distillata dalla sua meritata felicità, fortemente influenzata dallo splendido risultato finale, ottenuto con sforzo, supporto medico e tanta, tantissima fortuna. Alla luce di ciò, che spero di essere riuscito a spiegare, mi auguro che a nessuno venga mai in mente, amico o parente di persone che vivono un'esperienza come questa e sono nel pieno del baratro senza sapere quale sarà la fine, di andare da loro a dire una schiocchezza del tipo "... hai visto quel film francese, quella coppia, come s'è risolto tutto bene, com'erano allegri, vitali, dai su, non essere così triste...". Espressioni d'idiozia simili esistono, le ho vissute. A loro dico: state zitti, meglio, e ascoltateli se volete; potete solo ed unicamente stare vicino ed Ascoltare, senza replicare se non quando richiesto. Siete al cospetto di chi è nel pieno di una tragedia verso la quale è impotente, sentitevi onorati e fortunati per questo, state ammirando una delle più alte espressioni dell'animo umano, ci vuole rispetto.

Dimenticavo di dire perché secondo me il film della Comencini è un filo superiore. E' solo una questione, stavolta, di gusto cinefilo, riferità alla Densità narrativa. "La guerra è dichiarata" racconta, come detto, un periodo molto più lungo in un tempo (circa 100') che diventa per forza di cose tiranno. Avidamente, avrei voluto vedere di più, approfondire più momenti, sia di gioia che di dolore. Dovrei scendere in alcuni ulteriori dettagli per essere più preciso, ma basta, già detto anche troppo. "Lo spazio bianco" invece affonda in uno solo dei momenti che riguardano le nascite premature e, nella stessa durata, può curare meglio sfumature e particolari. Questione di gusto, su questi argomenti preferisco maggior densità.

Bellissimo dall'inizio fino ai titoli di coda, dove ringrazia medici, infermieri e tutto il servizio sanitario pubblico, un lusso che in pochi fortunati paesi al mondo ci si può permettere ed è giusto, doveroso ringraziare.
E' uscito da un po' ma ancora reperibile in alcune sale. Da non perdere.
Robydick


3 commenti:

  1. l'ho visto l'altro ieri, mi è piaciuto un sacco, all'inizio sembra palloso, ma poi ti accorgi che è solo una sensazione, quando il film vira su un altra sponda, poi parte a razzo e non si ferma più, i momenti che ho amato? Più di uno, le premure e le attenzioni che all'inizio sono eccessive per il piccolo, si rivelano vere quando scoprono che ha il tumore, le urla strazianti del padre, alla scoperta della mallattia dei figlio, e la lotta coraggiosa per combattere la malattia, è un film che mi ha colpita molto :)

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  2. Si direi da nn perdere
    Un saluto

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  3. Si direi da nn perdere
    Un saluto

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