martedì 10 febbraio 2009

La belle histoire

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1992, Claude Lelouch.

Film lunghissimo, intricatissimo, caotico con 'ste musiche gitane bellissime quanto ossessive che ti accompagnano quasi senza sosta, scene che apparentemente passano di pala in frasca...
Un'ubriacata di Cinema in un solo film!

Di cosa si parla lo si comincia bene a comprendere al termine della prima delle 3 abbondanti ore e poi l'enigma diventa sempre più chiaro e ci si scopre a ricercare continuamente indizi che lo confermano. Fino al finale, nel quale tutto diventerà estremamente esplicito.

Tutto si basa sulla teoria della reincarnazione, rappresentata tramite scene che si svolgono essenzialmente durante la vita del predicatore Gesù, mentre visita un carcere-lebbrosario romano in Israele, e in epoca moderna, ripercorrendo soprattutto la vita di Jesus, un gitano, dall'infanzia e giovinezza in Andalusia fino all'età adulta a Parigi.

Piano piano emergeranno assonanze, riferimenti causali tra passato e presente di situazioni e circostanze che nella loro essenzialità, pur nel diverso contesto storico, si ripeteranno, sia per Jesus (nome certo non casuale) che per gli innumerevoli protagonisti che come travolti da una spirale lentamente gli ruoteranno intorno.

Tutti i personaggi del lebbrosario diventeranno, alcuni co-protagonisti, altri comprimari delle storie contemporanee. Tutti percepiranno più o meno consciamente le loro vite passate, con fenomeni di metempsicosi o deja-vu: cose già viste, persone già conosciute, bisogni irrefrenabili di compiere azioni o decisioni senza che alla base ci sia altra ragione se non un innato bisogno.
Filo rosso alcuni oggetti, in particolare un crocefisso in legno bellissimo intagliato nel lebbrosario che comparirà a più riprese nei tempi moderni e per varie ragioni.

Come detto è un film molto lungo ed ogni sintesi è sminuente per quanto l'essenza mi pare di averla evidenziata.
Si potrebbe disquisire a lungo, sempre che se ne abbia conoscenza, su quanto determinate teorie sia filosofiche che religiose, in particolare quelle buddiste, possano avere ispirato lo sceneggiatore. Coesistenza e simultaneità di causa ed effetto, effetto latente ed effetto manifesto, il magazzino del karma, la circolarità del tempo, l'infinito passato e l'infinito futuro, la totale coerenza tra il principio e la fine, l'eredità fondamentale di tutti i fenomeni, i tremila mondi in un singolo istante (ichinen sanzen)... potrei citarvi e spiegarvi una notevole quantità di principi buddisti che ho studiato tempo addietro e che ho potuto ritrovare in questo film, che mi ha molto colpito. Chiunque ha conoscenza di queste teorie apprezzerà ancora di più quanto vedrà.

Ma non temete.
Il film è godibilissimo a qualunque livello di conoscenza delle teorie suddette, stupendo ed emozionante.
Al termine si prova la sensazione di aver vissuto un'esperienza.

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