giovedì 14 febbraio 2013

Flight

7
2012, Robert Zemeckis.

Denzel Washington è Whip Whitaker, un pilota di linea con due irrinunciabili viziacci: l'alcol e la cocaina. Dopo aver passato una tempestosa nottata con una bellissima hostess, l'uomo si mette alla guida dell'aereo a dispetto della vodka che ancora gli scorre nel sangue. È stanco, confuso, ubriaco e drogato, eppure imbracciare i comandi di un velivolo in quelle condizioni costituisce per lui la regola generale piuttosto che l'eccezione. Mentre il mezzo è in volo, un improvviso guasto tecnico costringe l'imbolsito Whitaker a tentare un atterraggio di emergenza, operazione che nonostante l'ebbrezza riuscirà a compiere in modo pressoché perfetto. Dei centodue passeggeri, soltanto quattro perdono la vita, e tutti membri dell'equipaggio. Nessun altro sarebbe stato capace di tanta prodezza in quelle specifiche condizioni. Osannato dall'opinione pubblica, il pilota dovrà però fare presto i conti con una commissione d'inchiesta più che decisa a puntare la lente di ingrandimento sulle sue dipendenze personali. Whip sarà anche un eroe, ma l'alcolismo di cui soffre ormai da anni non gli lascerà scampo...



Dopo tre film di animazione, Robert Zemeckis torna al cinema propriamente detto, e lo fa nel modo che gli è più congeniale, ovvero con grande preparazione tecnica, magnifico senso della regia e un buonismo alquanto retorico disciolto però in oltre due ore di proiezione. Flight è un bel film, forse persino bellissimo, di sicuro non un capolavoro e nemmeno un'opera le cui parti si rivelano sempre coese o tra loro amalgamate, ciononostante è una pellicola dignitosissima e con numerose sequenze di livello eccezionale. L'avaria con cui Whip ha a che fare è un gioiello di suspence “ad alta quota”, tutta giocata con perfetto senso del ritmo su inquadrature concitate, montaggio frammentario, suoni distorti, cadute e modifiche di traiettoria che non lesinano in momenti di incredibile angoscia. Immaginatevi un aereo che si sta per schiantare, che viene miracolosamente fatto innalzare tra le nubi, che quindi tende ancora a precipitare al suolo per poi atterrare tra esplosioni di serbatoi e accartocciamenti metallici senza che si verifichi la tanto temuta strage di passeggeri. O perlomeno senza che si verifichi con quella gravità che tutti noi spettatori, in quello specifico istante, abbiamo presentito. Sembra quasi di essere lì dentro, inscatolati nella claustrofobica fusoliera, tra sedili scorticati, assistenti di volo sbalzate nel vuoto, un aereo che addirittura, in uno slancio di audacia tecnica, riesce a volare sottosopra onde riequilibrare lo sbilanciamento di forze che altrimenti ne avrebbero provocato lo schianto in picchiata.

Per fortuna Flight non è soltanto un film d'azione, anche se il suo grande merito, cioè il voler essere a tutti i costi qualcosa di aggiuntivo rispetto all'idea di un incidente aereo o di un miracoloso salvataggio, finisce per essere paradossalmente il suo limite più marcato. Quando Whip è ricoverato in ospedale, conosce la bella tossicomane Nicole (Keilly Reilly), di cui abbiamo seguito le tristissime vicende “terrene” mentre il comandante si librava ignaro nei cieli americani, e con la quale l'uomo intrattiene subito un rapporto di amicizia e amore, contraddistinto dalla volontà (ferrea in lei, inizialmente debole in lui) di abbandonare le rispettive scimmie. Il dialogo che si instaura tra i due, scandito e presentato da un malato terminale casualmente accorso per fumarsi una sigaretta sulle scale d'emergenza del nosocomio (“non vorrei che questa provocasse un cancro al mio cancro”) è una gemma dalle sfumature metafisiche che ha del commovente. Non tanto per i risvolti religiosi o presunti tali, né per gli addentellati retorici sul destino e sul modo in cui le scelte, i fatti e le azioni di cui ci rendiamo quotidianamente responsabili potrebbero essere tra loro interconnessi; piuttosto per la semplicità, per la spontanea meraviglia con cui un uomo ormai arrivato alla fine dei propri giorni si fa anfitrione delle sorti del prossimo, offrendo consigli e legando delle esistenze che altrimenti, senza il suo intervento, sarebbero rimaste per sempre disgiunte, l'una inconsapevole dell'altra.


Da qui in poi, Flight ha un piccolo collasso, perché i frammenti che Zemeckis aveva raccolto e incasellato in un puzzle perfettamente organico riescono a sfaldarsi, forse non rovinando il disegno complessivo ma rendendolo di sicuro alquanto confuso e poco compiuto. Il film si trascina un po' infiacchito nelle pastoie di una ampollosità fastidiosa, tutta fatta di udienze e pre-udienze, commissioni e congedi straordinari, documentazioni cliniche e faldoni di certificati stampigliati e correttamente presentati al tribunale. Non siamo nel filone giudiziario propriamente detto, ma dalle parti del mélo incompleto, che tentando di tenere i piedi in due scarpe, procede con la love-story parallela alla vicenda principale, con l'unico risultato però di annacquare la prima (che fine ha fatto Nicole? A un certo punto scompare senza apparente motivo) e di ingarbugliare la seconda. Di sicuro il personaggio geniale di Harling Mays (un sublime John Goodman), spacciatore e personale rifornitore di Whip, tiene alto il morale della truppa, così come il legale del pilota, nella scontata convinzione di invalidare i risultati degli esami tossicologici, ci regala battute di cinismo più unico che raro (“Wow, ad avere un avvocato come lei” dice il dirigente della compagnia aerea, “viene voglia anche a me di farmi due strisce di coca e pilotare un jet!”). Purtroppo questi siparietti non bastano a dissipare il senso di disappunto, tanto che in più di un'occasione ci si convince che le dimensioni (di un film) tutto sommato contino ancora qualcosa, e che sarebbe bastato dare un'accorciata in alcuni tratti per rendere la visione di sicuro più appagante.

Ulteriore curiosità, Zemeckis non si concentra mai sul senso di omertà grazie (o a causa) del quale i colleghi di Whip, pur sapendo che l'uomo faceva uso abbondante di sostanze illecite, difendono il pilota a spada tratta, prima dell'incidente senza mai segnalarlo all'autorità, e subito dopo arrivando persino, previo accordo sottobanco, a negare il fatto dinnanzi alla commissione d'inchiesta. Sarebbe stato interessante un ulteriore approfondimento in questo senso, a dimostrazione del fatto che, in barba alle statistiche sciorinate con sfiancante regolarità, l'aereo non è certo il mezzo di trasporto più sicuro sul mercato, invece il regista italo-lituano preferisce analizzare il dramma umano di un ubriacone che, appunto, come si addice solo ed esclusivamente a un film di Zemeckis, trova modo di riscattarsi dall'alcol e pagare per le proprie colpe. Purtroppo, il papà di Roger Rabbit non ci spiega la differenza tra un alcolizzato e una persona sobria, forse perché non è chiara nemmeno a lui, e quando Denzel Washington gironzola in stato di ebbrezza per le strade o alla guida della macchina senza mai barcollare né caracollare, senza che un farfugliamento o un'ombra di confusione gli annebbi la mente, ecco che il pubblico si chiede quale brutta cosa (non) possa essere per davvero l'alcol. Eppure Whip è un beone ortodosso, uno capace di scolarsi tanta di quella vodka da mandare in coma etilico un bue muschiato, ciononostante appare sempre perfettamente lucido e padrone di sé. È un film americano, si dirà, è il messaggio quello che conta e non tanto le modalità con cui esso viene enunciato o almeno veicolato. Sarà, però da un grande regista ci saremmo aspettati un più spiccato senso del realismo, o una rappresentazione del dramma che non prescindesse dalle forme che quel dramma lo determinano. Senza considerare “l'ambiguità morale” che, forse con doverosa verve provocatoria, viene lasciata trasparire dallo sviluppo narrativo della pellicola: e cioè l'idea che alcol e droga, a conti fatti, trasformino l'uomo comune in un eroe, migliorandone le doti mentali ed elevandone la concentrazione, in casi di estremo stress, fino a renderlo consapevole alla perfezione delle proprie scelte.

Marco Marchetti


7 commenti:

  1. devo ancora vederlo... non so però se mi ispira

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  2. sono d'accordo anche sulle virgole con te! nel complesso m'è piaciuto veramente molto, però giustamente non è per nulla chiaro dove vuole andare a parare. ok, lui era un pilota che anche ubriaco e cocainato era migliore di molti altri, ma... la confessione prima davanti alla commissione e poi in carcere però, forse, non lasciano dubbi. la morale sembra essere che ognuno ha il dovere di essere nelle migliori condizioni possibili quando esercita certi mestieri, a prescindere. chi lo sa, forse da sobrio i morti sarebbero stati ancora meno.

    bel film cmq, molto meritevole e con la parte dell'incidente veramente eccezionale, peccato solo la brevità di quella scena

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  3. Infatti mi chiedevo se fosse la scena dell'incidente ad essere troppo breve o il film a essere troppo lungo :-) Nel complesso, però, mi ha soddisfatto parecchio, di sicuro un film che merita di essere visto al cinema, in home-video perderebbe molto... E poi le canzoni degli Stones, che accompagnano l'ingresso di John Goodman, sono il fiore all'occhiello della pellicola.

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    1. Ho storto un po' il naso nel finale. Inizialmente non l'ho capito, poi ci ho riflettuto assieme ad un amico con cui l'ho visto.

      Pensavamo (almeno io mi ero fatto questa aspettativa) che il film parlasse di un Capitano che viene usato come caprio espiatorio dalla sua compagnia in quanto alcolista. Invece niente di così scontato. Il finale era l'unico possibile: tu sei un eroe, però un alcolista non può pilotare; può anche darsi che - paradossalmente - proprio lo stato in cui stavi ti ha permesso di fare cose che i tuoi colleghi non sono riusciti a ripetere nel simulatore, ma sono solo congetture. Uno sbronzo alla guida di un aereo mette comunque in pericolo i passeggeri. Poi applausi e stima per aver salvato delle vite e per non aver infangato la memoria della collega morta, per carità.

      Questo film non ha niente di scontato. Merita l'Oscar alla miglior sceneggiatura originale, assolutamente. Ma anche alla regia, belle le riprese, specialmente quando avviene il disastro e immediatamente dopo, quando lo recuperano.

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  4. Io il suddetto film non l'ho visto perchè come quasi sempre con i film di Zemeckis, non suscitano più il mio interesse. Da quel che ne ho letto però a me come a tanti, la trama -senza però l'elemento fantastico- mi ha ricordato e molto quella di un lontano e conosciuto soprattutto nei paesi anglosassoni, bel film Ozploitation: "Survivor, l'aereo maledetto"(Australia 1980)di David Hemmings, con Robert Powell nel ruolo del Comandante di un grande aereo schiantatosi in un incidente e sopravvisssuto, come Denzel Washington in questo film. Tale pellicola Ozzie uscì fugacemente anche nei cinema italiani, e veniva programmata un tempo sulla vecchia TMC e anche su Italia 7.
    Se te Roby ne hai però una passabile copia di questo "Flight", inviamela pure che la vedrò.

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  5. @Napoleone, entro domani arriva ;)
    Survivor dici che si trova? ora provo...

    @Marco: grande schermo giusto per l'incidente, l'ingresso nell'hangar, qualche grandangolo, ma per il resto basta uno smartphone, ahah!

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  6. Da vedere assolutamente. Devo ancora farlo.

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