giovedì 5 marzo 2009

L'arpa birmana

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1956, Kon Ichikawa.

E' un grande classico del cosidetto "cinema pacifista", da tempo dovevo vederlo.
Sono abbastanza allenato ai film lenti, lirici, ma capisco che a un cinefilo moderno potrebbe portare all'esasperazione. Consiglio: tenere duro, fino alla fine, perché è un grandissimo film che va compreso e nel finale, emotivamente toccante, spiega la chiave di lettura.

Tratto da un romanzo di Michio Takeyama, il film è la storia di un plotone giapponese in ritirata dalla Birmania, ed in particolare di un soldato, Mizushima, che con grande talento e da autodidatta, in piena guerra, ha imparato a suonare appunto l'arpa birmana. La sua musica accompagna sempre i canti del plotone e spesso anche viene usata come mezzo per trasmettere segnali.

Mizushima non ha, però, solo talento musicale. E' anche un uomo particolarmente sensibile e di grande umanità. Durante la ritirata il plotone viene fatto prigioniero dagli inglesi. Durante il tragitto verso il campo di concentramento viene chiesto a Mizushima di convincere un gruppo di soldati giapponesi, asserragliati su una collina, ad arrendersi. Non riuscirà nella sua opera e lui sarà l'unico sopravvissuto al bombardamento che ne seguirà.

I suoi compagni lo crederanno morto mentre invece viene salvato da un monaco buddista che lo curerà, non solo fisicamente. Guarito, inizierà un viaggio impegnativo per raggiungere il resto del plotone, ma durante il viaggio vedrà innumerevoli morti, suoi connazionali, giacere all'aperto in preda a necrofagi: nessuno in birmania seppellisce i morti stranieri. Sarà una visione fatale e quando tornerà dal plotone ...

La morte, l'orrore fondamentale della guerra, è il tema.
La pietà, il rispetto dei valori umani, la necessità.
La musica, l'anello di congiunzione tra l'uomo e la sua spiritualità, una soluzione.

Bellissimo.

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