domenica 7 aprile 2013

Scared to Death

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1947, Christy Cabanne.

La bella Laura Van Ee è perseguitata da una strana forma di isteria. il suocero e il marito la tengono chiusa in casa facendola passare per matta, ma quando un mago, vecchio amico di famiglia, si ripresenta dopo una lunga assenza, strani avvenimenti e incomprensibili reticenze faranno riemergere un torbido passato.

Ogni cinefilo ricorderà, pensando a Viale del tramonto (1950), un giovane William Holden che, crivellato di proiettili dalla perfida Gloria Swanson, se ne galleggia placido nella piscina della di lui aguzzina, favellando post mortem sulle vicende che l’hanno condotto alla tragica dipartita. Ebbene pochi sanno che questa scena non era originariamente prevista dal copione altrimenti perfetto dello stesso Billy Wilder e di Charles Brackett, ma che fu aggiunta in un secondo momento, cioè quando, in seguito a una disastrosa prima proiezione, il pubblico si mise a ridere a crepapelle e ad assordare i bravi mestieranti con frizzi, lazzi e battutacce. Il corpo del reato, appunto, era rappresentato da un momento di per sé magico nella settima arte, e che per l'epoca si poteva definire quasi sperimentale oltre che incompreso: Holden era già morto, e la pellicola si apriva con il suo cadavere, assolutamente immobile, che nell'obitorio in cui era ospitato cominciava a parlare, seppure in via del tutto telepatica, con i numerosi dirimpettai; e ognuno degli estinti, con i rispettivi cartellini all'alluce, si interrogava sul perché e sul percome fosse finito nella cassa da morto.

Che c’entra tutto questo con Scared to Death? C’entra eccome, perché questa anonima pellicola del 1947, prodotta dalla Monogram, casa cinematografica specializzata in operette di nicchia e fatte con poco, comincia proprio laddove il regista di Viale del tramonto s’era messo inconsapevolmente in scacco. E lo fa presentando un altro grandissimo da tempo collocato tra il Buster Keaton e l'Anna Q. Nilsson della famosa partita a bridget in casa Desmond, ovvero Bela Lugosi, qui nel suo unico film a colori. Il film di Christy Cabanne, regista geniale con ben 165 titoli all'attivo tra pellicole mute e sonore, si apre con una scena che pare anticipare di diversi anni la versione originale del capolavoro di Wilder: ovvero una nevrotica protagonista, la bella Molly Lamont che, portata in sala autoptica perché morta letteralmente di paura, comincia a conversare con lo spettatore sulle cause che hanno spinto i medici a programmare una autopsia sul suo giovane corpo. Tramite una serie di flashback, accompagnati da voice-over, veniamo condotti in una vicenda esotica e stranissima, che si perde nelle nebbie della magia, tra fronzoli circensi e vecchie ruggini famigliari mai del tutto rimosse.

A scanso di equivoci, Scared to Death è una cosa stravagante e senza troppo senso che mescola tutto quello che riesce a racimolare, facendosi poi venire il mal di pancia perché incapace strutturalmente di evacuare l’amaro boccone. E forse proprio in questo sta il fascino bizzarro del film di Cabanne. Bela Lugosi, ormai decisamente avviato alla fase decadente della sua prolifica carriera, è ipnotizzatore e uomo di spettacolo. Accompagnato dal nano sordomuto Indigo (Angelo Rossitto), che si nasconde nelle spire rosseggianti dell'immancabile mantello da vampiro come una mascotte o un ammennicolo portafortuna, chiede ospitalità presso la casa dell'amico di gioventù dottor Josef Van Ee (George Zucco). Il quale è un vegliardo un po’ stizzito che lo accoglie soltanto perché odora la minaccia neanche troppo velata di un ricatto. D’altronde il personaggio di Lugosi, un professore dall’italico nome, Leonide, ha trascorso la vita tra nani, magie e altre baracconate, e di sicuro sa come gettare il malocchio o mesmerizzare il malcapitato di turno. La storia che c’è sotto e torbida e affonda le radici nel varietà, in scommesse ardite, in spettacoli poco ortodossi in cui si esibiva la nuora di Van Ee, la succitata Lamont, con tanto di maschera verde (leitmotiv del film) e costumino a tema. Tra gli estremi di una sceneggiatura illogica (scritta o meglio improvvisata da Walter Abbott), c’è spazio per il deliro più puro, dal poliziotto scimmiesco e puntualmente idiota ( Nat Pendleton) assunto per proteggere la padrona da non si capisce bene quale minaccia, fino al giornalista capitato lì giusto per far numero. Insomma, l’intento è condire l’orrore con l’ironia a grana grossa, ma il risultato è una minestrina rafferma con battute da fiction del tipo:“Ohibò, ma non eri morta?” La scena cult, coronamento ed emblema dell'assurdo, la si raggiunge quando il reporter Terry Lee ( Douglas Fowley), pedante osservatore degli affari altrui, mentre parla con Lugosi si vede il nano sfrecciare nel salotto di casa, proprio sotto il naso. E che fa? Nulla, lo segue con gli occhi mentre questi scappa a nascondersi e non dice una parola. Come se tra aggressioni, morti presunte e ipnosi, un nano scorrazzante fosse la cosa più normale del mondo. Dove corresse, non si sa, anche perché la domanda sorge spontanea ai titoli di coda. Che fine ha fatto il nano Indigo? Mistero, anzi magia. E quando cala il sipario, resta quel senso fastidioso di perplessità. Il trucco non si sarà visto, ma si sa che c'è.

Marco Marchetti










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