sabato 6 aprile 2013

2001: A Space Odyssey - Odissea nello spazio

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1968, Stanley Kubrick.

Il 2 aprile ricorreva l'anniversario della prima a Washington del film destinato a cambiare per sempre il Cinema, non solo quello fantascientifico. Poche cose sono certe e definite in 2001: A Space Odyssey; stiamo davvero parlando solo di un film di fantascienza? In fondo riutilizza elementi d'epoca, col vantaggio di avere a disposizione allora un design futuribile, molto più avanzato di quello che si trovò a dover utilizzare il suo emulo sovietico Tarkovsky per girare Solaris; inoltre Stanley Kubrick potè contare sulla consulenza di esperti della NASA. Assieme all'autore Arthur C. Clarke (la sceneggiatura è un riadattamento del suo racconto La sentinella) – un gigante della narrativa fantascientifica – produsse anche qualche novità profetica; pensiamo a quelli che oggi noi chiamiamo “tablet” o agli “i-Phone”; recentemente in una causa tra Apple e Samsung, gli avvocati di quest'ultima citarono proprio 2001 Odissea nello spazio per dimostrare che i prodotti di Steve Jobs non sarebbero affatto originali. (Sic!)

Tutto comincia all'alba dei tempi, anzi dell'umanità. Gli Ominidi nel loro ambiente primordiale sono gli esseri più infimi del creato, vigliacchi ed estremamente ansiosi. Arriva quindi il mitico Monolite che cambia tutto; gli Ominidi scoprono che con le ossa si possono produrre armi con cui commettere ogni genere di efferatezza – la vena sarcastica de Il Dottor Stranamore non si è ancora spenta. Così finisce la prima storia del film. Il Monolite apre una nuova era, quella dell'Uomo e della tecnologia, inaugurata con la prima scoperta in assoluto: la violenza. Da notare gli evidenti anacronismi, con animali odierni come tapiri e ghepardi, in un ambiente che al tempo dei primi ominidi doveva essere molto meno arido di come viene presentato. Splendidi i costumi di questi uomini scimmia.

Parte la seconda storia con un valzer di Strauss, Il bel Danubio blu. Siamo nello spazio, un'astronave deve attraccare in una stazione orbitante. Tutta l'operazione è un ballo e la musica non fa semplicemente da sottofondo; è attrice essa stessa. E' la prima volta che si vede una cosa del genere. Per adesso, dall'inizio del film, non si è sentita ancora una parola. Il Dottor Heywood R. Floyd (William Sylvester) sale a bordo della stazione orbitante. Questa è formata da due strutture a cerchio collegate da un asse, che ruotano il tanto giusto per creare una forza centrifuga in grado di simulare la forza di gravità. Gli interni hanno quindi una prospettiva mai vista prima di allora, russi e americani collaborano assieme, all'interno si vede la reception della catena Hotel Hilton e si possono fare delle videofonate da apposite cabine. L'aspetto della Terra dallo spazio è anch'esso inedito, mai vista prima di allora una rappresentazione più realistica nella storia del Cinema.


Nonostante mancassero le tecnologie attuali Kubrick riesce comunque a dare un'idea perfetta di assenza di gravità e si sbizzarrisce a farci vedere le magie della forza centrifuga applicata alle stazioni orbitanti. Memorabile la scena della cameriera che cammina – praticamente sulla parete/pavimento – di una sezione a cerchio che mette in comunicazione gli altri ambienti della stazione, uscendo di scena a testa in giù. Heywood deve recarsi sulla Luna dove il Monolite è riapparso semisepolto nella superficie del satellite; la sua presenza viene tenuta nascosta facendo girare la voce che ci sia un'epidemia tra i coloni lunari. Per quanto il regista fosse meticoloso – per esempio non si sentono mai rumori nel vuoto dello spazio – non poteva sapere allora come si comporta la polvere in assenza di gravità e pressione atmosferica, infatti quando l'astronave che trasporta Heywood alluna, solleva un nuvolone di polvere lunare. In realtà in quelle condizioni questa segue traiettorie paraboliche; non gliene si può fare una colpa: tutt'oggi nessuno è riuscito a fare di meglio, per poter riprodurre il fenomeno della polvere parabolica, visibile solo nei filmati delle missioni Apollo, si dovrebbe aspirare tutta l'aria da un set cinematografico sigillato a tenuta stagna eppoi ... lanciarlo in caduta libera per annullare la gravità.

Nella terza parte gli astronauti David Bowman (Keir Dullea) e Frank Pool (Gary Lockwood , già interprete del secondo pilot di Star Trek:Where no man has gone before, dove impersona Gary Mitchell, il primo antagonista in assoluto del Capitano Kirk, nel 1966) devono dirigersi verso Giove. Non conoscono lo scopo della loro missione, che gli sarà rivelata solo una volta arrivati a destinazione. Assieme a loro tre colleghi tenuti in ibernazione ed il mitico Hal 9000 (voce di Douglas Rain) il computer di bordo, dotato di intelligenza artificiale. Oggi fa sorridere il fatto che rilasciasse tessere perforate, che sono già la preistoria dei moderni calcolatori. Il suo occhio rosso è una presenza costante e sempre più inquietante. Si noti come la vicinanza del Monolite – che ricompare nei pressi di Giove – coincida con la degenerazione di Hal, che inizialmente commette un errore di calcolo, poi per non essere disattivato, cosa che metterebbe in pericolo la segretezza della missione, uccide i tre astronauti ibernati e Pool. Insomma un altro salto evolutivo suggellato con la violenza. Di grande impatto i frame in rosso, come i segnali di avaria, o nella scena in cui viene inquadrato il tabellone dei parametri vitali degli astronauti nelle capsule criogeniche. L'uso del bianco totale per creare tensione – la firma del genio di Kubrik – è un'altra novità cinematografica inaugurata con questa pellicola. Qualcuno nella scena in cui Bowman rientra nell'astronave privo di casco, dal portello di servizio, potrebbe storcere il naso. In realtà si può rimanere nel vuoto del cosmo privi di protezioni – lasciando perdere le radiazioni cosmiche – per qualche minuto, la pelle infatti impedisce al sangue di entrare in ebollizione, l'importante è tenere gli occhi ben chiusi (proprio quello che fa il personaggio), lì infatti i capillari non sono protetti e oltre a questo si rischia di trovarsi le cornee penzolare fuori dalle orbite. C'è da dire, comunque, che nessun astronauta fin'ora ha sperimentato una situazione simile.

Nell'ultima parte troviamo ancora l'astronauta Bowman. Degna di menzione l'interpretazione di Keir Dullea durante tutto il film; la sua espressività riesce a comunicare più delle poche battute assegnategli, in un film dove fotografia e musica la fanno da padrone. Bowman è solo di fronte al Monolite; comincia uno dei finali più misteriosi nella storia del Cinema. Nessuno sa con certezza cosa significhi. Innanzitutto il protagonista viene risucchiato in una sorta di tunnel spaziale. John Alcott (direttore della fotografia assieme a Geoffrey Unsworth) ebbe l'idea di rappresentarlo combinando l'effetto della sovraesposizione della pellicola a diverse luci colorate; si è dato vita così ad una splendida sequenza psichedelica, tra le più belle di sempre. Ad un certo punto su quello che sembrerebbe essere una sorta di orizzonte degli eventi si vedono alcuni oggetti di forma regolare, simili a dei diamanti, che precedono verosimilmente Bowman; si potrebbe ipotizzare allora che tutto quel che accade dopo all'astronauta sia un esperimento da parte di intelligenze aliene. Del resto Arthur C. Clarke era convinto che più una tecnologia era avanzata, maggiormente sarebbe stata scambiata per magia da una civiltà più arretrata. Non ci dilungheremo di più sul finale, molto meglio – per chi ancora non conoscesse il film – scoprirlo da soli.

Sarà Kubrick in persona a preoccuparsi degli effetti speciali; a lui si devono quei modellini così realistici, specialmente per la maestria nel combinare le luci giuste. Non bisogna dimenticare che stiamo parlando di un maestro della fotografia. Le magnifiche carrellate, lungo il corridoio ad anello in cui Bowman fa jogging mentre il collega risulta seduto a testa in giù rispetto a lui – sfruttando una insospettabile scanalatura al centro del pavimento – resteranno scolpite negli annali del Cinema. Non a caso il regista si aggiudicherà il suo unico Oscar, proprio per gli effetti speciali.

Durante la prima oltre 240 persone abbandonarono la sala disgustati, erano tutti addetti ai lavori, per lo più critici cinematografici. La gente normale, il giorno dopo già faceva file chilometriche per vederlo. Il problema è che non stiamo parlando di un filmetto commerciale, ma di uno dei più grandi capolavori del Cinema di sempre. C'è voluto qualche annetto per capirlo perché – come affermerà Woody Allen - «Era ancora troppo avanti». Steven Spielberg quando lo vide la prima volta ebbe la sensazione di vedere qualcosa che: «Stava cambiando per sempre il modo di fare Cinema». (cfr. A Life in Pictures – Documentario sul Cinema di Kubrick).

Non solo una sensazione.


Giovanni Pili



20 commenti:

  1. bravissimo Giovanni, e corraggioso
    io personalmente non me la sentirei di fare una rece su questo film che a fatica riesco a citare. condivido i giudizi espressi. anche se non è il mio Kubrik preferito, per gusto personale prediligo Stranamore e Barry Lindon, sono cosciente che tra i suoi capolavori questo è il Magnum. mi sento ancora piccolo per capirlo fino in fondo

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    1. Penso che Barry Lindon sia stato il suo capolavoro in assoluto. Credo che esistano due Kubrick: quello che comincia da 2001 e quello che è sempre stato dagli esordi. Con Berry Lindon per esempio vedo un ritorno al primo Kubrick. Forse Full Metal Jacket è stato un felice conubbio tra i due aspetti del Maestro.

      A proposito del fatto che sia stato sempre molto avanti, personalmente ho difficoltà proprio a capire il suo ultimo film, probabilmente col tempo imparerò ad apprezzarlo, come sempre è successo coi suoi film.

      Però, quei 241 addetti ai lavori che abbandonano la sala schifata, facendo passare una notte insonne a Kubrick e consorte ... sono una vergogna.

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  2. Il cinema più grande di tutti.
    Non ho mai capito il finale, so solo che commuove sempre.

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    1. Credo che il finale fosse volutamente senza senso. Un po' come facevano i dadaisti che vedevano nell'arte una continua ricerca di nuovi significati. Ogni cultura da un senso diverso ad una stessa opera.

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  3. Il finale non e' senza senso, tutt'altro.
    W STANLEY.
    Hotel, "Hilton"...

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  4. Intanto che correggo il refuso mi interesserebbe sapere come vedi tu il finale.

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  5. Il Bimbo nel finale vale da solo tipo come tutto prometheus. e prometheus è una gran figata. a volte penso che sia dio, il bimbo dico.

    Ps: io non so quale sia, ma penso anch'io che ci sia un senso, profondo e certamente misterioso :)

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    1. Mah, a meno che non mi sfugga un chiarimento di Kubrick in persona, se c'era un senso predefinito lo sapremmo già tutti ... voglio dire, dopo 45 anni!

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  6. Il senso è secondo il "credo", il razionalismo, l'agnosticismo, il misticismo dello spettatore. I sensi sono tanti, ma nessuno interretabile secondo una imposizione univoca da parte dell'autore. Così come tutte le Opere d'Arte veramente grandi e totali, in una parola, quelle appunto "vere". Il volto di Dio? L'intelligenza artificiale e il collasso di una realtà parallela(oggi diremmo virtuale)creata dalla disconnessione di Hal 9000? L'I. Superiore che si materializzava nel monolito, laddove Bowman è penetrato? L'embrione è Bowman tornato indietro nel tempo? Ingegneria genetica di una Entità superiore che utilizza lo spazio-tempo e le distorsioni conseguenti a suo piacimento? I finali sono tutti questi e anche molti altri, quello che si adatta meglio e con più appagemento per l'interpretazione del singolo, è il finale. Non è che non c'è, non ve ne è univoco. Apprezzo lo sforzo, suggerivo solo di non fare come quei "commercialisti" in cerca di poesia, che ad ogni volta che a Roma incrociavano Leone gli chiedevano: Ma, Maestro mi dica la prego, mi spieghi nùn c'iò capito propìp gniente, qual'è il significato del finale enigmatico di C'era una volta in America, col sorriso di De Niro alla macchina da presa?". Quando l'arte è nella sua riuscita totale e veramente di genio, la sua conclusione-significato/nte è spesso molto più grande e al di là delle possibilità di "conchiudere" dalla parte del/i suo/i stesso/i autore/i- creatori.

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    1. Stiamo dicendo la stessa cosa allora. Anch'io penso che il senso venga lasciato allo spettatore. Quindi non penso che Kubrick e Clarke ne avessero in mente uno preciso.

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  7. IL CAPOLAVORO DEI CAPOLAVORI!!!
    E non ho altro da aggiungere U.U

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  8. ma mi sono accorto solo io che basta avanzare di una lettera il nome del computer di bordo per ottenere IBM? :)

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  9. unwise, qua forse sì, ma è una cosa che avevo sentito al mio primo lavoro enne anni fa, anche perché i grossi mainframe che c'erano in giro erano appunto gli ibm 9000 (sui quali ho lavorato marginalmente in cobol, io lavoravo soprattutto in rpg sui sistemi 36-38 e successivamente sugli as-400...) e quel 9000 accese la "lampadina" a tutti gli addetti al settore.

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    1. che c'è da invidiare Giova'? è solo un lavoro come altri :)

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    2. mii...son troppo fico...quano miè venuto in mente non avevo ancora nemmeno toccato un computer...:)

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  10. Poter lavorare facendo ciò che ti piace è il massimo.

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