martedì 30 aprile 2013

Kiseichuu: kiraa pusshii (Aka: Sexual Parasite - Pussy Killer)

3

2004, Takao Nakano.

Il modo migliore per scardinare quella visione dell'estetica cinematografica, così morigerata e tutto sommato anche un po' antipatica, sulla quale l'occidentale medio ha costruito le proprie categorie di riferimento, sarebbe scoperchiare il calderone del trash prodotto nel paese del Sol Levante. Cosa che per fortuna non avviene, se non per leggerissime gradazioni, tutte confinate nella sicurezza delle alcove di gusto, delle nicchie virtuali, delle cartelle più segrete che noi spettatori conserviamo nei cassetti della nostra percezione. E che lì restano, stimolando la fantasia di un cinema dell'estremo che solo con grande difficoltà potrebbe un giorno essere sdoganato sulle antiche coste europee. Sexual Parasite: Pussy Killer, traslitterazione anglofona dell'impronunciabile Kiseichuu: kiraa pusshii, è infatti un prototipo abbastanza fedele di quel modo di pensare, più che di fare, il cinema, e che in un certo senso spinge le idee dell'asiatico in direzioni diametralmente centrifughe non solo rispetto alle nostre, ma soprattutto rispetto a un concetto di genere che, qui da noi, dev'essere chiaro, preciso e ai più decodificabile.
Takao Nakano (Big Tits Zombie), specializzato come molti coevi in produzioni pinku eiga, non si fa problemi di coerenza né di logicità, e struttura la sua sinfonia dell'assurdo come un pasticciaccio escrementizio a base di salivazioni, fluidi lubrificanti, vomito e strane secrezioni gelatinose, tra le quali si incastonano i germi di una trama risicata ma divertente. Il film inizia con un improbabile team di ricercatori alle prese con una rarissima specie di parassita dentato e serpentiforme, che una volta recuperato da un lavacro amazzonico, si infila nella vagina della bella e occhialuta Sayoko (Yumi Yoshiyuki). Non credendo alle funeste profezie di un saggio stregone della giungla, che vede nella creatura una rappresentazione di un qualche demone fluviale, il duo così contaminato ritorna in patria, permettendo alla creatura di crescere dentro il corpo della giovane fino a quando il marito, esasperato e sconvolto dalla situazione, non chiude la consorte nella cella frigorifera. Tutto è sotto controllo, ma ecco che qualche tempo più tardi la macabra prigione sarà violata da un gruppuscolo di cinque sgallettati di città che, in panne con la macchina, si rifugiano in questo cottage tranquillo e sperduto in mezzo ai boschi per spassarsela. Il parassita così liberato si potrà infatti riprodurre ovulando delle disgustose sanguisughe rossicce che, avvolte in un liquido amniotico e oleoso, abbandoneranno il corpo dell'ospite madre per ritrovare nell'acqua il proprio habitat originario, e utilizzarla come veicolo per inerpicarsi negli orifizi indifesi delle vittime (una delle quali, Natsumi Mitsu, avrà la geniale idea di fare il bagno). Ma poi l'entità immonda, una volta adattatasi all'utero del proprio bersaglio, diventa un serpentone bruttissimo e verdastro, che scatenando non meglio precisabili reazioni ormonali, costringe il corpo infestato ad avere rapporti sessuali con il primo che capita, in modo da tranciargli il pene durante il coito. 

Il film di Takao Nakano si trasforma presto in un tripudio barocco di evirazioni, sventramenti e sesso gratuito, epici combattimenti corpo a corpo in salsa cripto-saffica, frizionamenti di sangue, muchi e spume schifose, defecazioni di parassiti e penetrazioni. Il clou lo si raggiunge quando la stupenda Ryoko (Sakurako Kaoru) si veste come Lara Croft, bandana, mutande e canottiera, coltelli e pistole appese alle cosce e alla cintola con tanto di nastro adesivo; la bella si getta nella rissa, pesta, accoltella e massacra, uscendone chiaramente vittoriosa dopo aver strangolato la rivale con le sue stesse intestina e averne bruciato il mostro con i cavi della corrente. Sexual Parasite parrebbe la scanzonata parodia del ben più serio Il demone sotto la pelle, o almeno è a questo modello putativo che qualcuno lo ha associato (per non parlare del remake mai dichiarato, Denti, di Mitchell Lichtenstein); ma in realtà la cultura cinefila del suo sgangherato regista parrebbe rifarsi piuttosto a una misconosciuta pellicola di Douglas McKeown, Deadly Spawn (1983), un epigono di Alien che ne modella tanto le creature quanto la conclusione. Ma Takao Nakano si dimostra anche fine conoscitore delle italiche glorie, tanto che non rinuncia al brano Deep Down, che a suo tempo scandì il ritmo di Diabolik (1968) di Mario Bava e che qui è citato in una scena di ebbrezza collettiva, tra striptease, tettone e culetti nipponici superdotati. Sia chiaro, sono soltanto suggestioni, perché di “nostrano” l'abile mestierante giapponese non conserva pressoché nulla, confezionando un cinema diversissimo dalla nostra capacità di accettazione e inserendosi allora in quel solco dell'immaginario tracciato da ben altro vomere: per intenderci, quello dei vari Noboru Iguchi (Zombie Ass: Toilet of the Dead) o Yoshihiro Nishimura (Tokyo Girl Police).
Marco Marchetti









3 commenti:

  1. oddio... povero napoleone qua! :D
    vero spasso di film, grazie per la rece

    RispondiElimina
  2. no no, quello è qua:
    http://robydickfilms.blogspot.it/2010/04/tokyo-gore-police.html

    RispondiElimina