sabato 27 aprile 2013

Wai dor lei ah yut ho - Dream Home

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2010, Ho-Cheung Pang.

Di fronte a un talento manifesto come quello di Ho-Cheung Pang, regista di Hong Kong qui da noi pressoché sconosciuto, rimosso e rigorosamente non distribuito, persino le nostre più integerrime punte di diamante si sentirebbero piccole e inutili. È talmente bravo, il nostro, che non soltanto costituisce una ventata di freschezza in un cinema di genere spesso omologato (sempre che abbia ancora senso utilizzare questo termine per riferirsi alla post-modernità), ma riesce addirittura, seppur indirettamente, a mostrare la sostanziale incomunicabilità tra la nostra cultura e la sua. O la loro, cioè quella dei tanti musi gialli che sulle coste nostrane sembrano tutti uguali, che al cinema paiono tutti uguali, ma che in realtà, se messi alla prova, stupiscono per l'innovazione delle loro pellicole, per il vigore delle loro idee, per la riforma radicale che in qualche modo riescono a comunicare attraverso un atteggiamento estetico come minimo particolarissimo.

Ciò che colpisce di questo cinema è innanzitutto la capacità di estremizzare ogni fronzolo della rappresentazione, di trasmutare la regolarità in eccesso barocco, di ricalcare quanto altrimenti sarebbe stato comprensibile anche senza ulteriori sottolineature: ciononostante la perfezione registica di questo Dream Home (da non confondersi con il quasi omonimo Dream House di Jim Sheridan) è talmente sofisticata da permettersi l'ingresso a pieno merito nell'empireo dei magnifici, così dettagliata sotto il profilo concettuale da trasformare una pellicola in buona sostanza fastosa e ridondante in una perla regolarissima e ben intagliata. Merito di questo mestierante, che tra l'altro ha all'attivo diversi titoli romance, tra cui Love in a Puff (2010) e Love in the Buff (2012), nonché alcune dark comedy come Exodus (2007) e Vulgaria (2012), è forse l'aver saputo inscenare una riflessione lucidissima, e proprio per questo inquietante, sulla crisi finanziaria che ha messo in ginocchio l'intera economia mondiale.

La protagonista è infatti Cheng-Lai Sheung (Josie Ho), bella come una bambola di porcellana e troppo perfettina per essere normale, che senza mai perdere la calma, né scompigliarsi l'ordinata pettinatura, vende ambigui prodotti finanziari per telefono. Viene da una famiglia difficile, è cresciuta in un brutto quartiere malfamato prima che venisse sfrattata da alcune grandi aziende edilizie interessate ad abbattere il rione per costruirci degli eleganti complessi residenziali. Ha però un grande sogno, che accarezza giorno per giorno, nutrendolo con le più astruse aspettative e trasformandolo, forse senza nemmeno averne coscienza, in un'ossessione emotiva e affettiva a cui è impossibile resistere: comprare uno spazioso (e costosissimo) appartamento con vista mare, esattamente ciò che da bambina aveva promesso prima al nonno, poi alla madre, ma che purtroppo morirono prima che la ragazza potesse anche solo cominciare a risparmiare il denaro necessario. Lai è però decisissima, e niente le farà cambiare idea, nemmeno quando gli anziani proprietari di uno stupendo appartamento su Victoria Harbour decidono di rompere l'accordo siglato con la donna e di non vendere più. Quella stessa notte, però, Lai penetra in un grattacielo del centro, massacrando undici persone apparentemente senza motivo... 

Dream Home si divide in due grandi poli, costantemente correlati l'uno all'altro, e che anzi si intersecano in numerosi momenti, lasciando dapprima basito lo spettatore, ma finendo quindi per comporre un puzzle del grottesco assolutamente coerente e, perché no, persino profondo. Da un lato, seguiamo la quotidianità di questa giovane donna, il suo passato, i problemi di tutti i giorni, il rapporto sentimentale con un uomo ammogliato che la utilizza soltanto come un materasso d'albergo alla fine del lavoro. Dall'altro, in ordine cronologico sfasato, fatto di pezzi che si incastrano in efficacissime prolessi, di continui ribaltamenti di prospettiva, la vita notturna di Lai, che vestita di tuta, cappello e “attrezzi da lavoro”, seleziona le proprie vittime, e le massacra seguendo gli estri più fantasiosi e malati a cui Ho-Cheung Pang è riuscito a pensare: il custode viene strangolato con una fascetta, e nel tentativo di rimuoverla con un taglierino si squarcia da solo la carotide. Allora è la volta di una donna incinta, sbattuta a terra e costretta ad abortire, e soffocata da un sacchetto di plastica a cui viene succhiata l'aria per mezzo di una aspirapolvere. A una prostituta viene fracassata la testa contro un cesso, a uno spacciatore vengono estratte le budella, segate le dita, piantato un proiettile in bocca. Un suo amico viene sventrato a coltellate, castrato e il pene reciso gettato accanto all'amante, che subito dopo è impalata con una doga di un letto, e così via. Si potrebbe andare avanti ancora, ma si priverebbe il fruitore del piacere della pellicola, che per l'intero suo minutaggio riesce a stupire, a sfrangiarsi in mille gradazioni, a insaporirsi con le forme di una violenza capace di disturbare, divertire, ma anche e soprattutto di far riflettere su ciò che è ormai la società. E per quanto questo geniale mestierante hongkonghese non si faccia mancare nulla, mostrando, esibendo, rimarcando con tutta la verve creativa possibile immaginabile, il suo film non è mai un eccesso di cattivo gusto; e persino quando potrebbe esserlo (il ragazzetto sbudellato che si fuma una canna prima di morire, guardando ormai tranquillo le proprie intestina sparpagliate), il bravo Ho-Cheung Pang costruisce comunque un'opera efficace e bisognosa forse di più letture e interpretazioni. In una società incerta, fatta di capitalismo finanziario, spostamenti di denaro e crisi striscianti, ciò che resta all'individuo è forse e soltanto la normalizzazione della follia, l'unico elemento capace di dare un senso a ciò che ormai dipende per intero dai flussi di mercato.

Marco Marchetti








6 commenti:

  1. appena terminato... veramente un pugno allo stomaco questo film, fantastico! 'rcocane, che spoilerone che c'è però... ;)
    per certi aspetti, mi ha ricordato "la fata carabina", romanzo di Pennac, nel pretesto

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  3. Comunque cercherò di contenermi di più nelle prossime recensioni ah ah :-) Non ho mai letto La fata carabina, ma dalla trama mi intriga e quindi è probabile che lo inserisca nelle mie prossime letture :-)

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  4. leggilo la fata, è molto divertente...
    ammetto che evitare lo spoiler non era semplice, anche perché già il titolo... però non si sa mai :)

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  5. Ecco, a scanso di equivoci, testo modificato :-)

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  6. Per coincidenza visto proprio oggi, bellissimo, evocativo e maturo, visivamente stupendo, dolorosissimo e feroce :-)

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