lunedì 6 giugno 2011

Escape 2000 (aka: Blood Camp Thatcher) (aka: Turkey Shoot) (aka: El Imperio de la Muerte)

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1982, Brian Trenchard-Smith.

Con questo film, SuperCult da Sturbo Massimo! (4 locandine oggi, un record), Napoleone Wilson inaugura una rassegna dedicata alla Ozploitation (o Aussieploitation), e cioè in breve: exploitation australiano.
Non esiste versione italiana di questo film ma si parla un inglese abbastanza comprensibile se non si è del tutto digiuni e poi, per almeno 2 terzi del film, quando parte La Caccia, c'è ben poco di che chiacchierare!


Charles Thatcher/Michael Craig :-“Uno di voi è stato abbastanza stupido da lasciare la rieducazione prima di noi e prima che essa sia completata. A mio avviso questo è tradimento e sarà trattato come tale. Ricorderete il nostro motto: “L’ Obbedienza è libertà, l’obbedienza è lavoro, il lavoro è la vita”. Bene. Ora capirete una volta per tutte che anche il contrario è vero: “la disobbedienza è tradimento, il tradimento è un crimine, tutto il resto sarà punito.”

“Escape 2000”(1981), noto in moltissimi paesi anglofoni anche come “Turkey Shoot”, e in Gran Bretagna -impagabilmente- come “Blood Camp Thatcher”, è ambientato in un prossimo futuro nel quale tutti i deviati sociali vengono spediti in severissimi, brutali, campi di “rieducazione” del comportamento, nei quali la brutalità e le torture sono la norma. Ma quando i protagonisti della storia Olivia Hussey/Chris Walters (sì, proprio lei la splendida attrice canadese che tra l’altro fu la Maria del “Gesù di Nazareth”[‘77] di Franco Zeffirelli[!]) e Lynda Stoner/Rita Daniels arrivano in una di queste prigioni gestite dal governo, scoprono che c’è da riformare più di quanto si potrebbe immaginare.
Ciascuno di loro due è scelto per una caccia all’uomo, in cui sono loro stessi la preda più ambita.
Questo futuristico splatter australiano, è chiaramente ispirato sì fortemente anche da “Mad Max”, ma è estremamente più sanguinoso e come detto anche horrorifico, tra machete che attraversano teste, mani e dita dei piedi mozzate, morti colpiti dalle frecce, dissezioni tramite macchinari pesanti, piercing non propriamente consenzienti, e il calvario in cui gli stessi prigionieri, che sono la preda, devono attraversare, gentilmente offerto dal sadico e bastardissimo comandante del campo, interpretato dal famoso attore britannico di teatro e cinema -anche “classico”- Michael Craig, in cambio è ovvio, di una possibilità di libertà. Solo se riescono a sopravvivere certo, alla spedizione di caccia.


Se non siete molto abituati a vedere film australiani soprattutto di “genere”, dopo aver visto questo grandioso film d’”exploitation” del filone di “Mad Max”, certamente ne vorreste aver visti e conoscerne di più. “Blood Camp Thatcher” è, visto che siamo in tema, se vogliamo anche una versione precedente ed affine di “The Running Man”(’87) di Paul Michael Glaser proprio qui da noi recentemente trattato, (ma poi entrambi i film non sono altro che un riadattamento del classico “La Pericolosa partita” (The Most Dangerous Game)(’32) di Ernest B.”King Kong” Schoedsack. Qui, come in ogni buon prodotto aussie che si rispetti c’è anche un tale assortimento di vari personaggi selvaggi che cacciano, o vengono cacciati. E stavolta, c’è ben di più e di più “sleazy”che, come nel classico del 1932, soprattutto l’agitare di un bastone, e basta.
Purtroppo, come anche verrà specificato maggiormente nei trivia, un finanziatore del film che si tirò fuori all’ultimo minuto fece sì che il film venisse alleggerito di 15 pagine dello script, che per problemi di budget non potevano più quindi essere trasposte sullo schermo. Così non abbiamo potuto più sapere come mai il futuro in cui è ambientato il film sia divenuto così degenerato e non c’è più nulla che spieghi veramente cosa diavolo stia succedendo. C’è un tentativo sì di “spiegazione” nei bellissimi titoli di testa, sopra immagini di repertorio da documentari o servizi televisivi di disordini sociali o gravi, violente, sommosse popolari, e la successiva repressione delle forze poliziesche, che avrebbero evidentemente portato all’instaurazione di questo violento e brutale sistema d’autoritarismo repressivo, un po’ appunto come accade in “Escape from New York”. Comunque, come sappiamo il futuro in questo genere di film non è mai “abbastanza”, e spesse volte l’impostazione futuristica non è neanche di grande rilevanza alla narrazione complessiva, come è anche per “Blood Camp Thatcher” (d’altronde non è “1984” di Orwell dalla solida base letteraria, o il film che ne è stato tratto proprio in quel periodo da Michael Radford).



Però, anche questo nostro film australiano deve molto lo stesso proprio al sommo George Orwell e alle sue visioni d’irraggiungibile grandezza sgradevole, del futuro. Ma con tutte le buone intenzioni, alla fine si trasforma, diventa, quello che giustamente aspirava fin dall’inizio ad essere, un fantastico film d’”exploitation” quindi ovviamente, ben presto divenuto un classico di culto.

Libertà per i prigionieri, ma se sopravvivono certo, alla spedizione di caccia. Dopo un bell’inizio ci troviamo in un’ambientazione carceraria che ai più onnivori cultori dei generi potrebbe ricordare molti film del filone semiporno sulle “Women in prison”, in cui le detenute sono sempre nude e tutte invariabilmente oliate o insaponate, spessissimo intente a farsi la doccia. Il ritmo all’inizio di “Turkey Shoot” è volutamente lento ma ben dosato nel suo sapersi far aspettare, ma appena inizia il movimento e la lunga caccia i personaggi prendono tutti la loro giusta dimensione di competenza, e da allora il film non ti lascia mai andare fino alla fine. Essendosi divisi nella fuga, ognuno dei fuggitivi viene inseguito da un diverso cacciatore, che lo dovrà uccidere individualmente. Il film quindi si divide per cinque strade e cinque inseguimenti diversi e separati che dovranno portare a cinque esecuzioni separate. E così il film taglia da un inseguimento all’altro fino a quando una delle vittime viene uccisa.
“Blood Camp Thatcher” è certamente un film estremamente cruento, tant’è che ha avuto alla sua uscita serie difficoltà, in vari paesi. Soprattutto in Gran Bretagna, dove il famigerato BBFC (British Board of Film Classification), la censura inglese attraverso l’”Ente di Classificazione Britannico dei Film”, che massacrò di tagli il film. Ma il bello è proprio nel suo essere assolutamente oltre ogni limite e voler essere completamente gratuito e programmaticamente “offensivo”. Dita dei piedi staccate a morsi, teste che esplodono come e più che in “Scanners”(’80) di David Cronenberg, occhi cavati con dei paletti, persone a cui vengono tagliate le mani, vari dismembramenti, di tutto, di più. Grande attenzione per gli effetti dei colpi d’impatto delle armi da fuoco sui corpi, da qui altrimenti anche il titolo “Turkey Shoot”, che mai fu più in sintonia con il tono generale dell’intero film, veramente sinistro come ci piace, e tanto; pieno di situazioni follemente “exploitation” ma contenenti talmente tanta energia, entusiasmo, e un grande senso del cinema, che solo ce ne fossero di più oggi, di film così.
Ci sono anche diversi personaggi memorabili a partire dal sinistro Comandante del Campo interpretato da Michael Craig e presente su tutti i manifesti del film e sulle copertine dei dvd, o il capo delle guardie Ritter interpretato da Roger Ward, celeberrimo caratterista del cinema aussie presente proprio in “Mad Max”, pelato, massiccio e baffuto, senza palle (sì avete letto bene e non in senso figurato, la spiegazione è data nel film), sadico e brutale, fa suoi quasi tutti i momenti migliori del film, giocando abilmente tra i registri del minaccioso e dell’ironico, ed è si può dire la guardia carceraria che ogni film carcerario avrebbe voluto avere. Egli non è mai contrario a infliggere un po’ di sane frustrate agli sfortunati detenuti che hanno fallito nella fuga, magari prima di una robusta scarica di botte. C’è poi una stranissima sorta di Chuwbecca metà uomo e metà bestia personaggio dalla faccia pelosa come quella di un licantropo e dalle lunghe zanne che sembra provenire direttamente dai cartoni animati di Don Chuck il Castoro. Proprio lui è uno dei principali cacciatori e gode nel mutilare i poveri malcapitati nei modi più raccapriccianti. Ancora una volta, forse un poco di spiegazione potrebbe essere stata data sul come e perché esistano simili creature, ma forse è ancora meglio così, per potersi solo sedere e apprezzare maggiormente il film. Si tratta di criminali che sembrano aver trovato il loro massimo divertimento nel torturare e uccidere i prigionieri e dare veri e propri spettacoli di morte. Tra gli interpreti in particolare il sempre sottovalutato ma bravissimo Steve Railsback come protagonista mi è piaciuto molto per la sua gravità e cupezza, come uomo senza scampo bloccato in una situazione senza apparenti vie d’uscita. Olivia Hussey rappresenta un po’ l’elemento “decorativo” ma obbligatorio per l’occhio , e anche la sua interpretazione è su un registro grave e drammatico. Quando hai dei bravi attori protagonisti come questi, non è meraviglioso vedere insieme a loro anche un “has-been” del più caratteristico e rappresentativo cinema di genere australiano come Roger Ward, che fa la loro guardia all’inferno, appena se ne abbia una possibilità?

Definitivamente, “Escape 2000 aka Turkey Shoot aka Blood Camp Thatcher aka El Imperio de La Muerte” -secondo il suggestivo titolo spagnolo e chi più ne ha più ne metta- è un’intrigante e affascinante commistione di “The Most Dangerous Game” con il sottogenere della fantascienza sui sistemi carcerari di un futuro distopico, come è il campo di prigionia futuristico in cui è ambientato questo film, e nel quale i personaggi sono fortemente caratterizzati -soprattutto quelli cattivi-, in cui non mancano naturalmente aspetti “exploitativi” –naturalmente- ma anzi sono presenti in abbondanza, visti i molti nudi di donna “full frontal” compresi, l’incredibile violenza sadica unita a una di quelle trame geometriche tipiche del cinema d’azione escapista degli anni’70 e ’80 che tanto ci piacevano e già dopo due minuti di film seguivamo con immenso piacere rapiti, fin dai tredici anni.
Finale splendidamente pessimista come si conviene ai film di fantascienza situazionista di quegli anni.
Non basta descriverlo, l’entusiasmo che suscita l’”Ozploitation” della “First Wave” del cinema australiano con film come questo, che vanno quindi solamente visti.

“Turkey Shoot aka Blood Camp Thatcher” si svolge in un campo d’internamento futuristico come detto, di un’Australia fascista del futuro –tema molto presente nel cinema e nella letteratura australiana, quello della minaccia di una fascistizzazione e militarizzazione possibile del sistema politico ed economico, vuoi per il “Golpe bianco” finanziato dalla CIA contro il governo laburista nel ’74, ma soprattutto anche per la vicinanza continentale con il Sudamerica, all’epoca negli anni’70 ostaggio in quasi tutti i suoi paesi di regimi dittatoriali e militari, autoritari e fascisti, l’Australia, anche per ovvia prossimità geografica accolse e diede asilo politico in quegli anni a moltissimi rifugiati cileni, argentini, brasiliani, boliviani, ecc.
Come nei paesi sudamericani delle dittature militari, anche qui i “devianti sociali” vengono internati in questo campo di sicurezza nel quale un sadico direttore organizza “cacce all’uomo” o come si dice gergalmente in inglese, appunto “turkey shoot”, nelle quali individui ovviamente ricchi pagano profumatamente denaro per poter cacciare “sportivamente” i prigionieri, mentre un gruppo di nuovi arrivati al campo troverà delle condizioni talmente brutali e dure a cui non intenderà assoggettarsi, anche se a pure a loro verrà offerta una possibilità di libertà, certo se sopravvivono, alla caccia.

Michael Craig ha scritto nelle sue memorie che il metodo di recitazione di Steve Railsback, in questo film, lo infastidì notevolmente.

Lynda Stoner fu apparentemente molto esigente, sul set. A causa delle sue fedi animaliste (essendo anche un’animalista di lungo corso in numerose cause per la difesa degli animali) si rifiutò di aprire tagliandolo un pesce morto in una scena, costringendo così il dipartimento degli effetti speciali a crearne uno finto il più velocemente possibile, per poter realizzare questa scena. Inoltre, si rifiutò anche di girare una scena di nudo, ma dopo una lunga discussione con Brian Trenchard-Smith si raggiunse il compromesso di farla apparire solo parzialmente nuda (cioè girata sul dietro).

Olivia Hussey, che a quanto pare a quel tempo sui set era una ragazza timida, durante una scena rischiosa rischiò di tagliare le mani completamente a Roger Ward, che per un ordine sbagliato del regista rischiò quindi di vedersi amputate le mani, che riuscì però a ritrarre all’ultimo momento.

Il film perse circa 700'000$ sui 3'200'000 complessivi del suo budget, già durante le due settimane prima dell’inizio delle riprese, in quanto uno degli investitori principali garantiti nella produzione si tirò indietro all’ultimo minuto.

A causa quindi dei sopravvenuti limiti di budget, vennero rimosse 15 pagine dello script iniziale, che comprendevano una scena d’inseguimento in elicottero di 4 pagine. La lavorazione è stata ridotta da 44 a 30 giorni lavorativi di riprese.

Nonostante l’insuccesso critico al momento dell’uscita, il film finanziariamente negli Stati Uniti e in Australia andò benissimo, battendo persino il record di quel periodo al box-office quando finalmente uscì anche in Gran Bretagna (tra l’altro uscendo nei giorni in cui il Regno Unito era flagellato da una tormenta), recuperando così gran parte di eventuali perdite di fatto.

Olivia Hussey a posteriori ha detto che durante le riprese di questo film era molto infelice, sottolineando addirittura sconvolta, e che a suo dire credeva anche pericolosa la fauna selvatica australiana, che secondo lei era ovunque per farle del male, rendendogli difficile la permanenza in quei luoghi per girare il film.

Il personaggio del Comandante del campo di prigionia interpretato da Michael Craig fu impagabilmente battezzato apposta come Charles Thatcher, per sublime “omaggio” all’allora primo ministro britannico Margaret Thatcher.

Questo film è considerato uno dei titoli più rappresentativi dell’”Ozploitation” (il cinema d’”exploitation” australiano).

Napoleone Wilson

Piccola avvertenza: i frame sotto, numerosissimi, potrebbero urtare gli animi c.d. "sensibili". Fortunatamente, la sola versione facilmente reperibile è proprio quella Uncut indicata nella locandina in alto. Qualcuno è a rischio spoiler ma era troppo sugoso, non ho resistito e l'ho messo lo stesso!

inizio con immagini di repertorio

chiaro no? "modifica comportamentale"


che scacchiera da urlo. chissà, forse i pezzi sono rivestiti di pelle umana

oh ma una fissa questa della fellatio!

simpaticone, lo vorresti sempre vicino a te nei momenti più tristi

seccata a schiaffoni

questa è geniale, mai vista prima. in una gabbia, un bel peso da reggere, su una bilancia

un pensiero per il mio amico Harmonica, che apprezza. docce tutti insieme, maschi e femmine

carne che brucia, ma non è per una grigliata

dura la vita per le donne lì dentro...

pistola nuova... bisogna pur collaudarla! decisamente molti i richiami ai peggiori campi nazisti

gli occhi di un personaggio che è credibile solo in quella terra misteriosa che è l'australia

cosa starà mangiando? un kinder bueno? non mi pare il tipo

tanti paesaggi diversi pur in un terrirorio abbastanza circoscritto






brrrrr....  colpo basso!


terribile e sessualmente indefinibile quella di dx




ordine dalla base: WIPE OUT, REPEAT: WIPE OUT!"



conclusione filosofica...


18 commenti:

  1. Grazie del pensiero; la doccia mista era un chiodo fisso della scuola media, cinematogra-fica-mente parlando nel periodo dello scoreggia-movie, Alvaro Vitali & Co., solo che finiva sempre come in quei film, a spiare le compagne di classe dal buco della serratura, quando ci infrattavamo nei bagni delle femmine.

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  2. vero harmo, era un chiodo fisso sì!
    quell'infrattamento a scuola non sono mai riuscito a farlo però... ero all'ITIS, quote femminili ai tempi pari a zero, uff!

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  3. direi rassegna imperdibile..siete sempre meglio ragazzi..

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  4. ah ecco dove Silvio ha rubato il titolo del suo programma!

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  5. Bellissimo!Ne avevo parlato anche io,tempo fa. Ma la recensione di Napoleone é ineguagliabile.Complimenti,come al solito.Spero di trovare prossimamente su questi schermi "Fantasm" di Richard Franklin( e rispettivo seguito di Eggleston) e "Felicity" di John D.Lamond.Gajardissimi! Aho,ieri Meyer, oggi Ozploitation! Adesso un Classic Hard 'o devi mette!A Gajardooo!Un grande saluto a tutti e due!

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  6. re-education...che brutta parola. :)

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  7. grazie brazzz, anche se va be', faccio il ganzo col lavoro di napoleone, eheh!

    può darsi ernest, può darsi! ahah!

    belu', napoleone è mostruoso! in senso buono s'intende ... :D
    guarda, proprio con lui tempo fa si parlava di mettere un tripla-x, sua iniziativa ma non lo dico a mia discolpa. devo superare IO, non napoleone, delle mie remore, ma sono sicuro che arriverà prima o poi... ;-)

    però però... già tra 3gg ci sarà un commento molto hard su una curiosa scena hard di un film mitico! leggerai...

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  8. unwise, perché invece "behaviour modification" è una frase accogliente? :D

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  9. Ma napoleone come fai a sapere sempre così tante cose su così tanti film?

    Comunque mi convince molto. Devo procurarmelo! :)

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  10. gus però qua te devi rassgna': only inglisc... ;-)

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  11. Uh va che bel film di bentornato...Roby! Ecco...mi ci voleva un bell'horror per tornare alla realtà...uff.

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  12. eh lauretta, al lunedì c'è napoleone, non aspettarti lucchetti sui ponti ... ahah!

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  13. m che figata! lo devo vedere per forza. grazie

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  14. frank, qua "figata" ci sta benissimo!
    devi devi... ;-)

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  15. al lunedì ci vorrebbe proprio una visione del genere così stacco…

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  16. cosa stacchi mile', un braccino al tuo compagno? ahahah!
    :***

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  17. Grazie a tutti, sentitamente.
    Brian Trenchard-Smith è stato uno dei registi che più ha contribuito al successo del cinema di genere australiano, da precursore già nel 1974 di "The Cars That Are Destruct Paris"di Peter Weir, con "The Man from Hong Kong" con George "James Bond Agente 007"Lazenby, altro australiano che colse seppur troppo fugacemente, enorme notorietà internazionale, e che fu uno dei primi grandi successi internazionali del cinema Ozploitation. Nel 1986 diresse anche "Drive In 2000"(Dead End Drive-In), altro titolo molto originale e interessante, giustamente apprezzato tra gli appassionati, del filone postatomico australiano, che prossimamente verrà inevitabilmente affrontato da queste parti.

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  18. Belushi ciao, chi mi nomini Richard Franklin di "Patrick"('78)e "Road Games"('81)con Stacy Keach e Jamie Lee Curtis, e il Colin Eggleston di quel capolavoro d'inimitabili atmosfere e emozioni dell'Oz-ploitation che è e rimane "The Long Week-end"('78)...Anche il remake di due anni fa con Jim Cavieziel-ero molto prevenuto- è bello sarà che è rimasto di creazione e lavorazione tecnico-artistica aussie, te lo consiglio. Tutti titoli della "First Wave" anni'70 del cinema australiano (la migliore, anche se la recente "renaissance"da ca. un quinquennio a questa parte sta proponendo pure lei cose eccellenti come "Animal Kingdom" e "Red Night" tra gli altri), che saranno immancabilmente affrontati in questa rassegna sul cinema aussie, e non dimentichiamolo anche su quello kiwi, cioè neozelandese.

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