mercoledì 31 ottobre 2012

11·25 jiketsu no hi: Mishima Yukio to wakamono-tachi - 11.25: The Day He Chose His Own Fate

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2012, Koji Wakamatsu.

In memoria di Koji Wakamatsu, scomparso tragicamente lo scorso 17/10 per i postumi di un brutto investimento stradale ad opera un taxi in una trafficata strada di Tokio, affronto con questa rece in suo omaggio il terzultimo splendido film da egli diretto e presentato lo scorso maggio al Festival di Cannes. Estremamente prolifico e dalla carriera cinquantennale e ipertrofica in tutti i generi di successo “popolari” o meno del cinema giapponese, anche produttivamente (tra i tanti produsse persino “L'Impero dei sensi” ['76]di Nagisa Oshima), e aveva presentato un altro film al Festival di Venezia, United Red Army, sull'Armata Rossa giapponese, gruppo del quale fece anche parte negli anni sessanta, oltre ad un terzo film ancora, in uscita a breve.


Il 25 novembre del 1970 avvenne un fatto che stupì ma anche inorridì il mondo intero. Un uomo si dette la morte all'interno del Quartier Generale di comando dell'esercito giapponese, a Tokio. Egli lasciò una lunga lista di incompiuti capi d'opera letterari e una controversia che non si è mai sopita. Quest'uomo si chiamava Yukio Mishima, uno dei romanzieri e dei letterati più celebri e rispettati del Giappone, ma anche internazionalmente. Assieme a quattro giovani allievi del suo ordine paramilitare , la Tatenokai, Mishima prese in ostaggio il comandante del quartier generale. Dopo, dalla terrazza dell'ufficio egli si rivolse ai soldati fatti riunire nella piazza d'armi, chiedendogli di aiutarlo a rovesciare il regime e restaurare il potere dell'Imperatore. Dopo che i soldati cominciarono a berciare e a ricoprirlo di lazzi e contumelie, prendendosi apertamente gioco di lui davanti ai giornalisti accorsi e alle telecamere della tv giapponese, egli interruppe il discorso, si ritirò nell'ufficio del comandante e commise seppuku, il suicidio rituale dei Samurai, offrendosi il ventre allo scorrere della lama, mentre si viene decapitati da uno dei propri servitori/uomini. Che cosa voleva esprimere o avrebbe voluto ottenere Mishima attraverso questo suo ultimo, definitivo atto, preparato e previsto nei minimi particolari fino a sacrificargli la propria vita?

Questo affascinante e con pochi eguali percorso di vita quale è stato quello di Yukio Mishima, anche nei suoi aspetti più cronachistici, legati all'ultimo scioccante atto della sua vita, che fu già portato sullo schermo in forma eccelsa da Paul Schrader alla regia; George Lucas e Francis Ford Coppola alla produzione, con “Mishima -A Life in Four Chapters” (Una Vita in Quattro capitoli) nel 1985. Wakamatsu si concentra maggiormente proprio sull'aspetto cronachistico degli ultimi giorni prima dell'azione, e da grande regista quale egli è sempre stato dona un impegno didattico all'opera senza mai scadere nei risaputi didascalismi di una storia così sensazionale e insondabile. Quel che ne è scaturito è un film pulsante nella ricostruzione di un Giappone ancestrale oramai quasi fantasma di sé nella mente e nei ricordi da bambino e ragazzo di Mishima, il quale si confronta con le realtà del Giappone contemporaneo. Oscillando pericolosamente verso le attrattive del “Beau Gèste” come fossimo quasi in un film di Carax presentato anch'egli contemporaneamente a Cannes.

Wakamatsu aveva 76 anni essendo nato nel 1936, ma conosceva bene il Giappone di prima della guerra e dell'immediato dopo il conflitto. Ancora quale colui che risorge dalle fumanti rovine provocate con le bombe atomiche, così bene illustrate da “Hiroshima Mon Amour” e “Una Tomba per le lucciole”, il terribile prezzo che il Giappone ha dovuto pagare per entrare davvero nella modernità “occidentale”. Alla fine degli anni sessanta il paese era ovviamente ancora occupato dagli Stati Uniti, che lo utilizzavano come importantissima, cruciale base militare verso e per le operazioni militari in Vietnam. Cineasta per tutta la sua vita molto politicizzato a sinistra, Konji Wakamatsu dall'alto dei suoi settantasei anni con questo che è divenuto il suo terzultimo film ritorna su un periodo in ebollizione in fondo poco affrontato dal cinema giapponese. Come detto, questa può essere tutto fuorché una biografia didattica di Yukio Mishima, nel giorno che, quale recita il titolo originale “11/25 The Day He Chose His Own Fate”, come avrebbe detto Racine, scelse il proprio destino. Wakamatsu dipinge una violenza costante d'una società esplorata in quei giorni con la massima virulenza che è la costante della cifra stilistica che gli è quasi sempre stata propria. Portandola sullo schermo, con le armi, gli scontri fisici di quegli anni tratti dalle immagini d'archivio che illustrano le manifestazioni contro la La Guerra in Vietnam e le repressioni poliziesche, sulle quali la conoscenza del regista, tra le tantissime cose della sua vita, anche anziano ex-affiliato alla Yakuza, ci restituisce uno sguardo e un impatto figlio di un'indignazione frontale al massimo grado. Pur non ricercandola, la potenza de “11/25 The Day Mishima Chose His Own Fate” si ritrova proprio grazie a questa sua grandezza. La guerra ha sempre fagocitato le opere dei più grandi realizzatori, che fosse sotterranea o meno, Mishima come Wakamatsu, che proprio tra le sue ultime opere ci aveva dato lo splendido “United Red Army” (2010) e anche il non da molto meno “Caterpillar” (2009). Anche per Mishima nella sua vita c'erano stati una moltitudine di conflitti, che fossero armati e pubblici o solamente privati, i quali hanno tessuto la tela del suo destino. Egli come Wakamatsu, di undici anni più giovane, visse l'occupazione americana, e subito dopo la minaccia sovietica durante la guerra fredda. Così come il forte trauma della Seconda Guerra mondiale e i ricordi del codice cavalleresco dell'epoca dei Samurai, il Bushido. Arrivati a questo punto la vita di Mishima si potrebbe anche riassumere così: uno scrittore adulato nel suo tempo, certo più all'estero che in patria, sempre tra coloro che potevano vincere il Nobel della letteratura per il Giappone, il quale salvo pochi intimi aveva cambiato bruscamente l'assetto della propria vita: Nostalgico de l'Ancien Régime Imperiale, egli si spinse fino a fondare grazie al suo indiscutibile ascendente e carisma culturale e personale, -e grazie al suo molto denaro-, delle “Forze di autodifesa del Giappone”, una sorta di milizia nazionalista dalle bellissime uniformi da cadetti di color ocra, disegnate personalmente sempre da lui. Prima ancora negli anni '50 incominciò ad avere una cura rigorosa del proprio corpo attraverso lo sport e la pesistica in palestra, egli divenne pure un autentico economista e fondò la “Società dei difensori”, un gruppuscolo di oltranzisti restauratori della gloria dell'Imperatore.

Riesumando la traiettoria della sua vita, Wakamatsu ha la competenza e il savoir-faire necessari come e più di Schrader 27 anni fa che comunque confezionò anch'egli un capolavoro, per darci un ritratto veramente soddisfacente nella moltitudine di aspetti evocati dalla vita di Mishima, come per le tracce nascoste. Wakamatsu utilizza il didatticismo solamente per rovesciarlo come arma di una messa in scena quanto mai potente, quasi al livello di quella di Schrader -Glass -Okada- Ogata -Tavoularis -Roos del 1985.

Egli dimostra contemporaneamente tutta l'assurda follia e la grandezza del comportamento dello scrittore. Non può che aderire al discorso che egli lascia scritto per il figlio, ben al contrario rispettandone profondamente il suo pudore e rivelandone una forma comunque di rispetto per l'impegno tanto gravoso e portato in fondo, fino alle estreme conseguenze, da Mishima.

11/25 The Day Mishima He Coice His Own Fate” gioca infatti sui paradossi, i contrasti. Il Giappone appare moderno, ma anche ribollente e non soltanto d'idee, ma di rivolte e risvegli politici. Mishima si ritrova tirato dentro per il suo amore verso l'autorità de l'Imperatore, come per l'interesse verso i giovani di sinistra, con i quali si ritrova in quanto vorrebbero cacciare l'occupante americano. Quando questi due poli si affrontano, lui vorrebbe con la calma trovare una posizione di lotta comune per entrambi gli schieramenti. Da scrittore e autore engagè egli diviene una sorta di guru. La sua milizia si formò attraverso dei Metodi militari tradizionali. Il film ritorna sovente sui medesimi ambienti. In una sequenza eminente, presente anche nel film di Schrader, egli si reca nel 1968 ad un dibattito all'Università di Tokio, -anche fra mille contestazioni e a rischio propriamente fisico-, con gli studenti di sinistra durante un'occupazione, senza riuscire a decidere alcunché possa portare ad un vero orientamento politico. L'occhio della cinepresa effettua un piano a schiaffo, mentre la cinepresa va a inquadrare rimpicciolendo l'inquadratura sulla cattedra, una piccola tavola rotonda che serve da punto di fuga dal resto del quadro dell'inquadratura. Questa è sempre la potenza del guru Mishima che si esprime, poiché l'attore Arata mostra una calma olimpica di fronte al viso del figlio, nella scena seguente. Wakamatsu va moltiplicando gli angoli e gli aspetti più selvaggi della personalità anche omoerotica del grande scrittore. Nelle saune, centri nevralgici di discussione, ove non possiamo non rammentare le immagini degli Yakuza dal corpo tatuato. Il cerimoniale, gli intrattenimenti con le sciabole o le katana, tutto ciò che ricorda i Samurai. Come dice, ci dice lo stesso Mishima, egli vorrebbe poter ricordare, sognare, una “Società di guerrieri con lo Scudo”, modellati su questi modelli cavallereschi dell'antico Giappone. Così fu, che i suoi luogotenenti gli giurarono fedeltà fino alla morte diventandone dei mercenari al servizio del suo onore (La scelta di destino che viene invocata già dal titolo), rivelando la devozione totale che non potrà passare con la morte dello scrittore, ma devota ad una concezione antica dell'onore giapponese.

Questi gesti e segni rispondono alla “beltà del gesto”, presente in un altro straordinario film presentato a Cannes, e che ho già citato sopra, “Holy Motors” di Leos Carax, per la stessa devozione dei personaggi interpretati dagli attori per il Maestro Carax, i quali si fanno scorrere addosso qualunque cosa possa comunque essere positiva poiché risulti essere per l'illusione del cinema.

Con Wakamatsu, il gesto ci prepara a nefasti azioni. I soldati ripetono i loro esercizi con le sciabole del Kendo, mentre al contempo e all'inverso le riverenze nei confronti dell'autorità si moltiplicano e tutto che qui si annuncia è la distruzione. Nei confronti delle bottiglie con cocktail da Molotov, per una ribellione all'antitesi, Mishima e suoi sbirri rispondono attraverso uno stoicismo di matrice oramai arcaica. La logorrea, arma prediletta di un autore di libri ma anche attore come Mishima, diventa nel momento della massima importanza figlia inutile per la costruzione di un mito che oramai non potrà assolutamente evitarne la sua caduta, tragica ma anche venata onustamente di ridicolo. Questo perchè le parole che venivano così sonoramente disattese, parendo ai più senza senso, nella magnifica sequenza del monologo ai soldati, diventano fattore scatenante della scena nella quale essenzialmente e in senso letterale, Mishima prende in mano il suo destino. Questo, attraverso il suo ultimo gesto, con il quale lui e l'allievo -”figlio” prediletto che poi si suicidò assieme a lui, (ri) trovano assieme sé stessi in una tradizione, un punto tale della pellicola che ci mostra la sua emozionante sincerità, tale che pare di poter credere che lui stesso abbia messo in scena la sua vita, così come quella dei protagonisti del suo ultimo romanzo -capolavoro, “Cavalli in Fuga”, pubblicato nel 1969. Il figlio di Mishima intanto diventa un personaggio proprio del romanzo sulla vita del padre. La raffinazione e la violenza estrema infine si ottundono attraverso l'essenza che riesce a profondere in loro questo film appassionante, e appassionato. Egli potrà apparire forse “sovraparlato”, di sguardo accademico in alcuni passaggi, ma è comunque un film che permetterà a chiunque ne sia abbastanza versato, di arrivare davvero ad entrare sotto forma di una illustrazione anche lineare, in un destino al contempo e nella stessa volta magnifico e patetico

Festival di Cannes Anno 2012 Nominato al Premio Certain Regard a Koji Wakamatsu.

Napoleone Wilson


4 commenti:

  1. Napoleone, l'ho impaginata ma ancora devo poterla leggere con la dovuta calma. provvedo in giornata. intanto grazie per il grande omaggio a un regista che adoro, nessuno meglio di te poteva farlo e parlare anche della vicenda di Mishima della quale se ti ricordi abbiamo anche discusso in occasione di Yukoku (Patriottismo) - Rito d'Amore e di Morte

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  2. grazie per l'omaggio a un regista straordinario...

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  3. bel blog....venite su nonsoloci.blogspot.it

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  4. grande Napoleone. che lezione che ci hai dato anche con quella analisi delle inquadrature, dell'elemento di fuga... maestro.

    Mishima è un personaggio veramente inquitante, ok, ma la sua fermezza in valori sconosciuti, ignorati quando non addirittura deprecati da molti rimane ammirevole. la capacità del Gesto. insomma, non può non affascinare

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