giovedì 22 ottobre 2009

La caduta degli dei

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1969, Luchino Visconti.

Amo questo regista, ma non me la sento di dire, come fa la locandina, che questo film è il suo capolavoro. "Morte a Venezia" è inarrivabile e non solo dagli altri film di Visconti.

Il pensiero mi va subito, a parte il titolo che ovviamente richiama Nietzsche e Wagner (autori che adoro nei rispettivi campi), al meraviglioso romanzo di Thomas Mann "I Buddenbrook", che ho letto anni fa e che se la memoria non m'inganna è enormemente più esteso ed articolato di questo film.

Qui la trama è nella sua essenza semplice. La storia della "caduta" di una potente famiglia tedesca, proprietaria di industria pesante metallurgica, nel breve periodo che va dal 1933 al '34, individuato con precisione dagli avvenimenti storici che intervengono, coi loro effetti, nella storia: l'incendio del Reichstag e la "notte dei lunghi coltelli". Intrighi, trame, passioni e perversioni, tutto totalmente soggetto a logiche di conquista del potere, con le SS a fare da terzo incomodo, arbitro e più spesso regista.

Il nazismo mi è apparso come un coprotagonista. Tutti diventano rappresentanti della totale caduta dei valori umani, vittime e carnefici. La crudeltà ed il cinismo di quasi tutti i componenti della famiglia paiono lo specchio di quelli dei gerarchi. E' geniale questo aspetto e in questo la grande intelligenza di Visconti emerge imperiosa proprio alla fine del lunghissimo film, quando cominci a chiedertene il significato più intimo.

Bellissimo quindi, ma...
Cast d'eccezione, sulle cui interpretazioni ogni tanto s'indugia. Fotografia e scenografia altrettanto eccezionali, da restare incantati per tanta perfezione, ma anche qui, ogni tanto, s'indugia, si perde un po' di ritmo.
Questi due aspetti fanno perdere perfezione al film: "imbaroccano il gotico", se mi si passa l'ossimoro, gotico che invece, mi sarebbe piaciuto, l'avesse fatta da padrone.

Visione doverosa per un cinefilo, come tutti i film di Visconti.

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