sabato 16 luglio 2011

4 mosche di velluto grigio - Four flies on grey velvet

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1971, Dario Argento.

“4 mosche di velluto grigio” come da poster originali, o come lo chiameremo da ora innanzi corsivamente, “Quattro mosche di velluto grigio” (1971) o anche “Four Flyes on Grey Velvet” nel titolo internazionale per il mercato anglofono, è il terzo ed ultimo dei thriller argentiani della cosiddetta “Trilogia zoologica” ovvero con un animale nel titolo, e secondo il giudizio di molti me compreso, la migliore prova complessiva di Argento almeno fino a “Profondo rosso”.

Anche se pure qui è sempre un trauma avvenuto nel passato a scatenare la follia e il movente degli omicidi nell'assassino, e come sarà fino a “Profondo rosso”, questo è il primo suo film in assoluto in cui cominciano a manifestarsi apertamente gli elementi fantastici del suo cinema, sotto forma di incubi “preveggenti” del protagonista, che sveleranno la loro ricorrente precognizione nello splendido finale. Grazie anche a questi inserimenti, “4 mosche” è una pellicola che ha veramente ricodificato attraverso la sua grande fantasia visiva la struttura del giallo e del thriller non solo in Italia, struttura che già incominciò felicemente a “disimbrigliare” con “L'uccello dalle piume di cristallo” e che proprio con “Four Flyes...” portò a termine quest'operazione. Già l'inizio del film con la Jam session del gruppo del protagonista Roberto Fabiani-Tobias /Michael Brandon è emblematica di ciò: il diaframma della cinepresa cambia di focale e ci rivela l'inquadratura essere per quella che è, una visione dall'interno di una chitarra. Oppure lo splendido taglio di montaggio “a salto” quando Marisa Fabbri/Amelia è nel parco da sola a farsi una sigaretta in una snervante attesa, per lei e per noi spettatori.
Il tempo di accendersela e l'inquadratura ruota mostrandocela improvvisamente sola nel parco deserto, nelle tenebre della notte ormai sopravvenuta, laddove ancora pochi attimi prima c'era la gente le madri con i bambini, un custode, i rumori dei giochi ecc., e improvvisamente è appunto lei lì, lasciata sola con la morte, dato che l'assassino è anche lui lì nel parco, nascosto e solo in attesa in attesa del momento migliore per ghermirla. Splendido, anche qui nei titoli di testa, il momento di sospensione nel tema acid-rock di Morricone, allorquando sul titolo del film in una delle lettere si vede uno strabiliante cuore pulsante e nel silenzio si sente solo il suo battito ansimante. Molto bello già da subito il proseguo, con l'apparizione del misterioso pedinatore (che poi sapremo chiamarsi Carlo Marosi, interpretato da Calisto Calisti) del protagonista, sempre con il cappello Fedora e gli occhiali neri da cieco a nascondercelo alla vista, spesso ripreso da lontano attraverso sfumature di elementi in piano ravvicinatissimo alla camera, o mentre sta guardando il batterista Roberto/Michael Brandon dall'esterno del suo studio di registrazione. Il loro incontro-scontro si svolge in un teatro vuoto dopo una festa che parrebbe di carnevale dai cotillons e coriandoli depositati per terra, e si conclude con lo “stalker” accoltellato incidentalmente da Roberto durante una collutazione. E anche con un agghiacciante, sardonico sorriso. Infatti, una grottesca figura mascherata da bamboccio ghignante e sadico (una diretta progenitura del celeberrimo e inquietantissimo fantoccio meccanico di “Profondo rosso”) stava riprendendo tutto quello che è accaduto scattando alcune foto dai uno dei palchetti del teatro. Roberto sfugge alle accuse soltanto per essere assediato da continue minacce che si celano anche nell'ombra del suo appartamento, così come il sibilo del soffio di un gatto, o dalla decapitazione pubblica in una piazza di un posto che potrebbe essere in Yemen, come in Arabia Saudita. Esecuzione che gli era stata descritta in una festa e che adesso si è trasformata in un incubo castrante costante dei suoi agitati sonni notturni. Oppure come è memorabile su un diverso registro comico/grottesco non insolito nei primi film di Argento, l'annunciante ”Oh, voi eterosessuali, siete sempre così prevedibili”, che esclama l'impareggiabile detective effeminato e malinconico Gianni Arrosio, così come interpretato (in una delle caratterizzazioni attoriali migliori dell'intero cinema di Argento) con dono di grande inventiva e carica umana da un al solito bravissimo Jean Pierre Marielle. Simpaticissimo anche il suo “fantastico record di fallimenti” da quando ha incominciato ad intraprendere la professione di investigatore privato; per il quale non potrà col prossimo caso che “inevitabilmente” rompere quale incredibile serie negativa. Molto bravo è Marielle con la sua interpretazione anche a trascendere quello che è lo stereotipo del “frocio”, o almeno che sicuramente era fino a quel momento, nel cinema italiano. Bravissimo anche quando all'inizio della sua conoscenza con Roberto, fiuta il disagio del protagonista più che per i suoi “guai” per l'essersi accorto dei modi “soavi” di Arrosio. E ci dispiace profondamente da spettatori affezionati al suo personaggio, la sua tragica morte una volta che aveva fatto il “colpo”, e che colpo, come dirà a sé stesso il povero Arrosio mentre sta morendo, quello di aver scoperto l'identità dell'assassino e il suo movente, ma prima di poter rivelare la verità ad alcunché, viene ucciso contro un muro con un'iniezione letale, in un bagno piastrellato della metropolitana.
Immancabili, le partecipazioni di attori “feticcio” dei successi argentiani come Gildo Di Marco (il postino, già stupendo galeotto balbuziente “Addio” personaggio incontrato in refettorio ddè Rebibbia da Sam Salmas/Tony Musante ne “L'uccello dalle piume di cristallo”), e Corrado Olmi (il portinaio, e che già aveva interpretato l'agente Morsella ne “Il Gatto a nove code”). Fulvio Mingozzi (Manager dello studio musicale), il caratterista più “feticcio” in assoluto, e che sarebbe stato fino alla morte presente in apparizioni “porta fortuna” in tutti i film argentiani. Notata bene la sua apparizione all'inizio di “Suspiria” come inquietante, scostante tassista di Friburgo, all'arrivo dall'aeroporto di Susy Benner/Jessica Harper, in quella che si può davvero definire “una notte buia e tempestosa...[...]Partì un giorno alle nove di mattina dall'aeroporto di New York e giunse in Germania alle 22:45, ora locale.”
Colpo di genio, e bizzarra, riuscitissima divagazione comica, l'incontro tra Roberto, Bud Spencer/Diomede (sì, c'è pure lui!), e Oreste Lionello/”Il Professore” (e persino lui), alla mostra Expò di “Arte Funeraria Internazionale”, in cui veramente il film ci svela una molteplicità di spunti e trovate anche satiriche molto riuscite, come forse altrettanto mai, in altri suoi film. O anche veri momenti di poesia filmica, come la rapida panoramica attraverso i cavi telefonici, quando la cameriera dei Fabiani Amelia/Marisa Fabbri, chiama l'assassino da una cabina, o il particolare del pendaglio la cui immagine si è impressa sulla retina e che chiarirà anche il titolo del film (come ne “La Scala a chiocciola”(The Spiral Staircase)(Usa'46) di Robert Siodmak), esponendoci (già nel 1971) una realtà resa sempre più opaca dalla tecnologia -invece che come al contrario si potrebbe pensare, è una società sempre più maniacale per il bieco profitto e commercio di ogni cosa, dal sesso alla morte.
Ma è comunque la moglie di Brandon/Roberto Nina, (interpretata da Mimsy Farmer in una delle sue interpretazioni “simbolo” e più memorabili di un'importante carriera italiana-se non insieme a”Il Profumo della signora in nero”['74] di Francesco Barilli, e “Macchie solari”[Autopsy]['75] di Armando Crispino-, la più memorabile in assoluto e per la quale sarà sempre ricordata) ovvero il personaggio più importante del film, -ben più del protagonista Brandon- e sulla quale alla fine poggia l'intera struttura da giallo-thriller del film.
La sua interpretazione di isterica scatenata e spaventosa, ritoccata con del make-up che tende a renderla diafana nel viso un poco come la bambina demoniaca in “Toby Dammit” di Fellini da “Tre passi nel delirio”('68), ha già tutto della altrettanto memorabile Clara Calamai nel successivo capolavoro “Profondo rosso”.
“Quattro mosche di velluto grigio” è difatti forse il più notevole dei tre thriller “zoologici” oltre che per tutta questa ricchezza “chiave” di spunti, proprio per la sua insolita base spirituale e l'abilità di Argento per le tematiche psichiatriche nella sfera sessuale.
Bellissima, e quindi nota di merito per la fotografia di Franco Di Giacomo dai colori brillanti e vividi come in “Suspiria”(1977).

“Four Flyes of Grey Velvet” è stato a lungo uno dei film più “introvabili” per i collezionisti e gli appassionati di tutto il mondo, almeno fino all'avvento santissimo e mai abbastanza benedetto dell'epoca del file sharing, e della sua vera ufficiale uscita in una edizione in dvd della Mya Communications -ex NoShame, una edizione di una qualità tale che ha spazzato letteralmente via tutte le precedenti. Precedenti versioni che in pratica constavano solamente della vecchia copia messa in onda su Retequattro. Prendo praticamente immutate alcune preziose ed esaustive informazioni messe insieme da Wiki: […] -E che non venne più messa in onda dal 1992 al 2008 sulle tv italiane. Oltre a non essere mai uscito in nessuna forma in home video italiano, né in vhs né in dvd per problemi legati ai diritti che sono sempre stati detenuti fin dall'epoca della sua distribuzione cinematografica mondiale dalla Paramount/C.I.C.-Cine International Corporation (ne vennero annunciate ipotetiche uscite video nel '99, nella seconda metà del 2000 e del 2003; e interessamenti ai diritti della Filmauro di Aurelio De Laurentiis -meno male che non ce l'ha fatta- e della tedesca Dragon Entertainment, che aveva già pubblicato alcune splendide edizioni “Collector's” di film di Argento). Il contratto di distribuzione anche per l'Europa della C.I.C. e stipulato nel 1971, è giunto alla scadenza il 31/12/1991 ma senza che qualcuno avesse già pensato a trovare un nuovo distributore. Dal 1/12/1992 il film è dunque tornato ad essere nelle proprietà della Seda Spettacoli degli Argento; che però nel frattempo era già fallita societariamente nel 1983, i diritti sono stati quindi automaticamente trasmessi a Dario e Claudio Argento il fratello produttore, -il padre Salvatore era nel frattempo già scomparso-, e che a tutt'oggi li detengono per tutto il mondo, tranne che negli Stati Uniti. Negli Usa infatti la pendenza dei diritti rientra ancora nelle disponibilità della americana Paramount Pictures; infine, “Quattro mosche di velluto grigio” esce in dvd negli Stati Uniti il 24 febbraio 2009 in una edizione curata dalla Mya Communication, una società collegata alla defunta NoShame Usa. La notizia dell'uscita del dvd americano, diffusa in aprile 2008, era diventata ufficiale solo a novembre dello stesso anno. La Mya Communication ha provveduto ad un restauro tecnico delle immagini del film, aggiungendo dei contenuti extra. Unico problema la mancanza di alcuni secondi dalla versione integrale, sparsi in quattro differenti scene. Una prima uscita in dvd, seppur più improvvisata, con inserti VHS, meno ottimale e non su larga scala, c'era stata nel dicembre 2007 con la RetroMedia, una società tedesca.
Curiosità: l'uscita del dvd americano coincide con i 18 anni esatti trascorsi dall'ultimo passaggio tv in Italia del film (prima del ritorno nel 2009), verificatosi su Rete 4 venerdì 22 febbraio 1991, in seconda serata, per il ciclo “Ultimo spettacolo”. Prima del 1991, il film era stato trasmesso solo altre due volte sulle tv italiane: nel 1984 (prima tv, ed è quando lo registrai io) e nel 1986 in un ciclo interamente dedicato al cinema di Argento, in entrambi i periodi su Italia 1.
L'edizione italiana in dvd venne di nuovo annunciata l'8 aprile 2009 per il noleggio e il 20 maggio dello stesso anno per la vendita, curata dalla “01 Distribution” (“Rai Cinema”), con visualizzata un'orrenda -soprattutto se paragonata con l'elegante e molto bella copertina e grafica della Mya americana, con l'immagine della locandina originale su fondo nero- copertina su fondo bianco che non c'entra nulla. La società Profondo rosso però informò prontamente, il 23 marzo 2009, che Dario e Claudio argento (proprietari dei diritti sul film come detto in tutto il mondo tranne che negli Usa, dove la pellicola è formalmente nelle disponibilità della Paramount Pictures) hanno saputo per puro caso dell'edizione dvd italiana e di conseguenza hanno dato mandato ai loro legali per far bloccare quantomeno la distribuzione italiana della “01 distribution”, sia per il noleggio che per la vendita, attraverso diffide e ingiunzioni. Tutto ciò perché la “01” ha acquistato i diritti da una non meglio identificata società straniera, e a sua volta questa società straniera non ha di certo acquisito dagli Argento i diritti. Un caso di sospetta pirateria audiovisiva dunque. “Rai Cinema” da parte sua sospende tutta l'operazione. Una bella, ennesima, e soprattutto regalata figura da sprovveduti cioccolatai di quelli che dovrebbero gli esperti addetti ai lavori di cinema della “01” e per, la nostra povera Rai, aggiungerei io.
Il 20 maggio 2009 “Quattro mosche di velluto grigio” esce ugualmente sul mercato home video italiano ma nell'edizione Usa della “Mya Communication” (io lo comprai subito import ai primi del marzo precedente, ed è stato un bellissimo acquisto, uno dei più belli e meritevoli di centinaia e centinaia di dvd, che ho compiuto quell'anno).
Dopo 18 anni e mezzo dall'ultima trasmissione in onda sul piccolo schermo italiano (Rete 4, venerdì 22 febbraio 1991) “Quattro mosche di velluto grigio” è ritornato finalmente in tv venerdì 26 giugno 2009 in prima serata, sul canale satellitare Sky Cinema Mania di Sky. La versione proposta in tv è identica all'edizione video del dvd americano Mya Communication.

Con questo film volevo raccontare la storia di una coppia, un marito e una moglie che vivono sotto lo stesso tetto ma che non sanno nulla l'uno dell'altra, ognuno di loro può avere dei segreti inconfessabili, tremendi. Il protagonista è un giovane musicista che ha sposato una ragazza carina, educata, perbene, ma che in realtà è una pazzoide. In questo film c'è sicuramente qualcosa di autobiografico ma l'ho talmente esasperato che si perde nella narrazione. Del resto in tutti i film che faccio metto sempre un po' di me stesso, ma questo qualcosa si perde, è come quando metti lo zucchero nell'acqua, all'inizio lo vedi, poi mescoli e sparisce, ne resta solo il sapore...
Dario Argento, in Fabio Maiello, Intervista a Dario Argento. L'occhio che uccide, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1996, p.19.

Alcuni dei nomi in precedenza presi in considerazione per il ruolo di Robert Tobias furono attori e musicisti famosissimi come Terence Stamp, Michael York, Tom Courtenay, James Taylor e Ringo Starr.

Michael Brandon attore americano, fu scelto da Argento perché vagamente gli somigliava, così come Mimsy Farmer, che venne scelta per la parte di Nina Tobias la moglie del protagonista, in quanto dopo aver scartato velocemente diverse altre attrici considerate per il ruolo, Argento notò la somiglianza della Farmer con la di lui ex moglie. Questo in riferimento ai rimandi autobiografici dello stesso Argento contenuti nel film e riportati prima, anche secondo sue stesse affermazioni, negli anni.

I Deep Purple furono originariamente considerati per la colonna sonora. E' anche per questo che Morricone ha composto alcuni brani per la o.s.t. come quello dei titoli di testa, che sono proprio stupefacenti per lui e sembrano proprio di uno dei tanti gruppi anche italiani del rock-progressive di quel periodo.

Argento non volle utilizzare “l'immagine catturata dalla retina” che nella trama è importantissima, fino a quando Carlo Rambaldi (che curava gli ehffetti speciali del film, come collaborò con Argento anche dopo per “Profondo rosso”, appena prima della sua fortunatissima partenza per gli Stati Uniti e De Laurentiis, alla lavorazione di “King Kong”['76] di John Guillermin) non gli mostrò come sarebbe stato nel film finito. Il primo elemento apertamente fantastico nella trama di un giallo thriller argentiano.

“Quattro mosche di velluto grigio” all'epoca nelle intenzioni di argento voleva essere il suo canto del cigno al genere giallo. Questo poi sarebbe ben cambiato una volta che “Le Cinque giornate” fu un flop al box office. Il grande ritorno al thriller avvenne con “Profondo rosso”, e il resto come si dice, è storia.

Fu una felice idea dell'interprete Jean-Pierre Marielle, grande attore di cinema e teatro francese dell'Acadèmie Française, di rendere gay il suo personaggio. E non quindi di Argento, da sempre un po' “accusato” di inserire volutamente personaggi fortemente “macchiette” di gay.

Il personaggio di Diomede interpretato da Bud Spencer era già presente nel romanzo “La Statua che urla” di Fredric Brown, da cui era stato trasposto “L'uccello dalle piume di cristallo”, primo film di Argento.

Prendendo spunto dall'ottima pagina di Wiki sul film, e dal solito insostituibile sforzo del Davinotti sulle location -al solito per i film di Argento del periodo, quantomai variegate- comparate dai frame del film com'erano quando fu girato nel 1971, e ritornandoci su, vorrei anch'io riportare l'interesse che: -”La casa di Roberto è, nella storia del film, in via Fritz Lang, evidente omaggio al maestro del cinema espressionista tedesco, ma nella realtà si tratta di via dell'Esperanto al quartiere EUR di Roma, vicino al PalaLottomatica, rimasta pressoché inalterata. A poca distanza da dove, undici anni dopo, Dario Argento girerà alcune location romane celebri di “Tenebre”.
L'ufficio di Arrosio è situato nella Galleria Subalpina di Torino, a due passi da piazza Castello e via Po; la sua uccisione si verifica nei bagni pubblici della fermata Lotto della Metropolitana di Milano (Linea 1- Rossa). La toilette della metropolitana corrispondeva a quella vera solo per l'esterno (internamente, infatti, il bagno pubblico fu ricostruito per intero in un teatro di posa a Roma);
Il parco dove viene uccisa la domestica di Roberto Amelia/Marisa Fabbri è quello di Villa d'Este a Tivoli.
L'interno in cui avviene la finta morte di Carlo Marosi/Calisto Calisti è il Teatro Nuovo di Spoleto, ma la facciata è quella del conservatorio “G.Verdi” di Torino.
La baracca che funge da abitazione del clochard interpretato da Bud Spencer era situata sul Tevere, vicino ponte Marconi;
La scena che vede Carlo Marosi pedinare Roberto Tobias, mentre un ragazzino di passaggio gli getta alcuni coriandoli sugli occhiali dalle lenti nere, è stata realizzata al giardino pubblico “Lamarmora” in via Cernaia, a Torino;”

La colonna sonora di Morricone per il film è una delle sue più belle del periodo, e per molti appassionati la più bella dei film della“Trilogia zoologica”. Comprende un brano che ha lasciato il segno nel genere e non solo come pochi altri, ovvero la bellissima malinconica e triste “Come un madrigale” sui titoli di coda. Eppure, pare che dei molti brani complessivi che Morricone compose per il film, parecchi non vennero inseriti perché ad Argento non piacevano. Di conseguenza, il regista e Morricone non avrebbero più lavorato di nuovo insieme fino al 1996 con “La Sindrome di Stendhal” (purtroppo brutta, stanca, insignificante e dimenticabilissima colonna sonora). Da allora, il gruppo rock progressive dei Goblin sarebbe poi diventato il compositore regolare dei film di Argento.

“Quattro mosche di velluto grigio” è probabilmente il primo film nella storia del cinema ad avere utilizzato ben prima di “Matrix” e di molti altri film d'azione da Hong Kong agli altri, gli effetti di slow-slow motion a bassissima velocità, basti rivedere la sequenza non solo per i tempi sensazionale del proiettile sparato alla fine del film, e tutta la lentissima sequenza del finale vero e proprio. Finale giustamente tra i più famosi e folgoranti dell'intero cinema argentiano. Fu girato tutto in ripresa, e non in post-produzione come si farebbe oggi, utilizzando una cinepresa speciale utilizzata all'epoca in ambito scientifico e universitario, chiamata Pentazet, in quel momento utilizzata all'università di Lipsia per studi a bassissima velocità sui procedimenti di fusione dei metalli. Argento ne venne a conoscenza grazie a un ingegnere napoletano dell'Università di Napoli, Noviello Ciro. La Pentazet già all'epoca rendeva possibile in un utilizzo di tipo cinematografico, l'impressione di fino a ca. 36'000 fotogrammi al secondo. La mirabile sequenza finale del film fu girata da Argento a 12'000 fotogrammi al secondo (esperimento unico e senza precedenti all'epoca, per la sequenza di un film. E considerata prima di allora praticamente impossibile da realizzare in questo modo).

Il poster italiano del precedente film di Argento “L'uccello dalle piume di cristallo”, può essere notato in un momento quando si vede una sequenza con Roberto a giro per la città.

Negli Stati Uniti la colonna sonora di Ennio Morricone è disponibile su CD. Il film in sé non è mai stato praticamente disponibile in home video tranne edizioni fugaci e quasi-bootleg, fino all'edizione pressochè perfetta in dvd della Mya Communications ex-NoShame, pubblicata negli Stati Uniti a febbraio del 2009.

Napoleone Wilson

robydick: Per problemi tecnici non sono stato in grado di mettere miei frame (ne ho preso qualcuno dal web) né colonna sonora. Mi scuso, anzitutto con Napoleone la cui rece meritava molto.






Ecco lo splendido pezzo rock di apertura del film citato da Napoleone:



9 commenti:

  1. ottimo! questo è un argento che mi manca. le pessime versioni che giravano mi hanno sempre tenuto alla larga.

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  2. Argento avanti di decadi. Padronanza totale del mezzo tecnico. Mi ricordo di aver letto,mi pare su "lo Schermo Insanguinato" di Bruschini e Tentori, che per "Tenebre" avesse ideato la soggettiva di un fulmine che colpiva il terreno. Il dvd Mya è stato veramente una manna dal cielo. Magnifico rivedere la Farmer in tutto il suo splendore. Sempre bellissima, pure nel Fulciano "Black Cat". Napoleone, al solito, ma che te lo dico a fare, chapeau.

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  3. rece totale. curioso, avevo notato la somiglianza brandon argento. potendo come video avrei messo la jam session

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  4. che belle queste recensioni, adoro Argento e vidi questo la prima volta prorpio nel 86 su Italia uno, mi pare fosse il giovedì! :)

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  5. Stavolta non sono arrivato giorni dopo! :D
    Mi hai subito tolto le parole di bocca: il mio preferito della trilogia, cosa forse un po' amplificata dall'attesa di vederlo, ultimata con l'arrivo della citata versione di Rete 4, che tra l'altro presentava anche gli spot e i bumper del tempo!
    Personaggi più loschi del solito, clima "rabbuiato"; non lo vedo da un po', ma ricordo un ottimo uso di luci e diaframma, oltre che di vividezza dei colori quando richiesto.
    L'invenzione fantascientifica è il tocco di classe, con tanto di retrogusto sociale; altro che elemento negativo che toglie realismo alla trama, come ho letto chissà dove!
    Mimsy Farmer è fantastica, faccia angelica ma nello stesso tempo disturbata. Ottima davvero anche in "Il profumo della signora in nero", opera degna del Barilli pittore, in "Macchie solari" dà invece uno sfogo maggiore.

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  6. Bravissimi a citare Barilli. Vedi anche "Pensione Paura" con Leonora Fani e Luc Merenda. Il Dvd Next reintegrò le scene tagliate.

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  7. Bellissima recensione, complimenti.

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  8. Bella recensione, come al solito e un Argento già in gran spolvero. L'unico in quegli anni ad aver appreso la lezione di Hitchcok aggiornandola ai tempi.

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