mercoledì 7 novembre 2012

Amour

13
2012, Michael Haneke.

Eccolo qua, il fresco vincitore di Cannes 2012, premiato direttamente dalle mani del nostro Nanni Moretti. Li ho visti quasi tutti i film di Michael Haneke, il regista più definito "disturbante" di tutto il pianeta cinema anche se, a mio parere, da questo punto di vista lo superano in molti. Senza per questo ritenermi un cultore dell'austriaco adottato in Francia, penso di poter dire che questo Amour debba occupare un gradino particolare nella sua produzione e forse, chissà, segnare uno spartiacque nel suo stile, un punto di non ritorno nella sua maturità stilistica. Nel mio personale Partenone, a pieno merito.

La vicenda narrata non è originalissima. Una coppia anziana di musicisti, Georges (Jean-Louis Trintignant) e Anne (Emmanuelle Riva) mediamente benestante, amorevolmente affiatata, vede crollare la serenità a seguito della malattia di lei che la porterà ad un'emiparesi con effetti degenerativi. Fedele ad una promessa, Georges la curerà in casa, per quanto gli sarà possibile da solo, mano a mano affidandosi ad aiuti esterni, ma sempre in casa. E' un continuo, inesorabile peggiorare. Risparmio il finale, tenete presente comunque che non parliamo di un regista noto per gli happy-ending e parte del finale è già nei titoli di testa, quando irrompono con la forza in un appartamento privo di vita e olezzante decomposizione...

C'è una firma di Haneke nel dirompente incipit, ma poi un suo estimatore per un po' perde l'orientamento, stenta a riconoscerlo in quelle scene lente, in quegli aggraziati dialoghi intrisi di senile benevolenza. Quando però la situazione di Anne comincia a toccare toni sempre più duri, umanamente umilianti, e con lei la vita di Georges, riecco la Firma tornare a galla e lo fa con grande pre-potenza. Diversamente da altri film, non c'è alcun colpo di scena, è una progressione, come quella di un fiume che inesorabilmente cresce fino ad esondare. Cresce, e tu lentamente lo vedi che cresce, che si prepara a compiere uno sfacelo, senza poter fare niente.

E' questo quello che ho sentito guardando quel progredire senza vie d'uscita nella malattia, verso la morte. Troppi film (e vergognose fiction) propongono visioni "eroiche" di malati terminali e relative persone loro vicine, pochi e rari quelli che ti fanno penetrare in quella vicenda, in profondità. L'espediente che usa Haneke, quello più evidente, in questo funebre kammespiel, è quello della camera fissa che lungamente indugia sugli aspetti, come detto, più umilianti. Quando ad esempio scopriremo che Anne non riesce più a parlare lo faremo guardando insistentemente, senza ritegno, senza pudore, la povera donna cercare di comunicare con la figlia Eve (Isabelle Huppert) che è venuta a trovarla. Non finisce mai quella scena, mai, prosegue persino nella disperazione della figlia quando esce dalla stanza. E' Haneke che vuole disturbare? No, è la realtà che è così. Una macchina da presa avrebbe potuto uscire dalla stanza, volgere altrove sguardo e udito, ma una figlia non l'avrebbe fatto e così nemmeno la macchina. Allora riformuliamo la domanda: è Haneke che vuole disturbare o sono gli altri film su questo argomento che vogliono sdrammatizzare, edulcorare, nascondendo la realtà?

Bel titolo, centrato. Film consigliatissimo, inutile dirlo, e dopo la visione ognuno si dia la risposta. Soluzione: la risposta giusta è: sono gli altri film ad essere irreali, con effetto istupidente, non certo questo splendido Amour. Meno gente in giro capace di guardare senza orrore disabili, malati terminali, farebbe solo bene a tutti. Ora la maggior parte gira la testa, non è una cosa bella.

Indipendentemente dai contenuti e da come li si vuole interpretare, becchiamoci anche una bella lezione di uso del mezzo cinematografico, di accuratezza nelle geometrie (uso dei tre terzi in immagine al limite dell'ortodosso, perfetto), di profondità di ombre ad allungare visi, corpi, a rappresentare inerzia vitale di Anne e Georges. Ecco, se noti questo, vedi poi che quella ripresa di Eve in controluce davanti alla finestra, senza ombra, di soli contorni, diventa invece un simbolo d'impotenza, e di sensi di colpa.

Grandi onori a Jean-Louis Trintignant, un piacere vederlo in una parte del genere con tanto trasporto, ma non me ne vorrà se dico che un monumento s'ha da fare a Emmanuelle Riva, interpretazione difficilissima eseguita senza alcuna esagerazione, chiaramente supportata da esperti della materia, e non intendo della materia cinema.
Robydick


13 commenti:

  1. sempre amato molto haneke,attendo di vederlo.come sempre scrivi benissimo..ciao vecchio minatore..

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    1. grazie roby, sempre molto gentile. ti piacerà sicuramente questo film

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  2. Ciao Roby, a differenza di The Turin Horse, questa volta mi trovi perfettamente d'accordo su tutto ;) Posso dirti che in un primo momento, all'uscita dalla sala l'impatto non è stato così immediato. Ma la forza del film ti cresce dentro man mano che i giorni passano, ti invade lentamente come un virus. Amour è un piatto che va servito freddo!
    Anch'io ho visto quasi tutti i film di Haneke e, non vorrei sbilanciarmi troppo, ma personalmente penso che questo sia il suo capolavoro. Mi ha anche ricordato molto Il Settimo Continente.

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    1. ciao wizjoner! ah ma vedrai che su molti film andremo d'accordo, visto quello che mi dici a proposito di questo. confermo anch'io una certa "persistenza di sensazione" anche dopo la fine. questa rece l'ho scritta a caldissimo stanotte al rientro dal cine, anche se incompleta non volevo che l'effetto mi sparisse

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  3. Gran bel film, non c'è che dire, anche se non un capolavoro a parer mio; La pianista e Il nastro bianco restano i miei preferiti, nella galassia Haneke come in quella cinema. Mi sarei aspettato un maggior approfondimento del rapporto genitori-figlia, il cui allontanamento è dato senza un perché, come fatto in sé da accettare senza porsi domande. Nulla si risolve, il dubbio non penetra in noi spettatori, e le numerose domande sull'argomento restano insolute. Forse è per questo che (almeno a una prima visione) l'ho trovato di gran lunga meno coinvolgente dei precedenti, proprio per l'aspetto "privato" del dramma, che riguarda i due anziani coniugi ma non coinvolge se non alla lontana la figlia né altre persone. Mi ha colpito molto, al contrario, il litigio tra Georges e l'infermiera, quando lui la caccia e lei lo prende a male parole. Non so perché, ma è la scena che mi è rimasta più impressa, forse perché rende bene la percezione dell'anzianità, forse perché fa sempre una strana impressione vedere una persona trattata in quel modo (sia il marito che la moglie) o lo sa la Madonna perché. Comunque, avrei dato ad Haneke il premio della regia e la Palma d'oro a Oltre le colline di Mungiu. Non che questo tolga nulla al regista austriaco, però Amour lo vedo come un film di regia più che di storia, di accuratezza formale e meno di narrazione.

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    1. Marco, ci sono diversi momenti particolari nel film, è anche bello il fatto che ognuno rimanga più colpito da uno o un altro, a seconda della propria sensibilità. io non so se questo sia o meno il suo capolavoro, poi i film di Haneke visti mi son piaciuti proprio tutti. ho un debole per Niente da nascondere

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  4. penso sia il miglior film che ho visto quest'anno, poco sopra a "C'era una volta in Anatolia", "Young adult" e "Leafie - la storia di un amore". Capolavoro senza se e senza ma

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  5. mi fa piacere leggere tanti pareri favorevoli su questo film. non l'avrei detto, lo dico francamente.

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  6. Mai piaciuto Haneke, regista pure lui da "festival" come e non diversamente da tanti altri, solo piu' furbescamente "sgradevole". Certo poi ill mondo e' bello perche' e' vario e perche' appunto vi e' persino chi possa amare alla follia una punizione letale come "C'era una volta in Anatolia". Al cui confronto Anghelopoulos sarebbe apparso come un Tony Scotf.

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  7. Visto.
    Film incantevole e spietato. Ma da Haneke non mi aspettavo nulla di meno.

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    1. ciao mia_euridice. perlomeno per una volta, oltre allo spietato, c'è anche l'incantevole come ben dici :)

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  8. sai Napoleone, ché già mi sono espresso a riguardo, che a me la definizione "regista da festival" dice nulla e la trovo persino modaiola.
    ma se proprio vogliamo usarla chi sarebbero questi registi? quelli che fanno cose che piacciono solo in quei club autoreferenziali che ogni tanto diventano appunto i festival, giusto? i film di Hanake invece, forse non i primissimi ma da un po' di anni a questa parte, sono invece distribuiti, bene o male visti dal grande pubblico (anche se non so con quali riscontri di botteghino) e in ogni caso acquistano un'apprezzabile notorietà, almeno tra chi non va al cinema solo per portare la progenie a vedere madagascar o ere glaciali varie. non mi pare Haneke uno da festival e basta.

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  9. Màh...Rohmer, è(era), da Festival. Romero, no.
    Anghelopoulos è(era pure lui)da Festival, Mastorakis, no.

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