lunedì 26 novembre 2012

Tierische Liebe – Animal Love

3
1996, Ulrich Seidl.

Per Ulrich Seidl il reportage è questione di gusto, anzi di sguardo, e quello del regista viennese è talmente impietoso da sfiorare la bulimia, e tanto ingombrante da cadere (volutamente) nel capriccioso; merito di un'estetica da cinéma vérité, che affonda il bisturi della disamina sociale nelle più ascose angolature domestiche, e il coltello della dialettica nelle screpolature del quotidiano; colpa allora di un piacere eccentrico, e forse anche un po' vanitoso, che in questo Tierische Liebe raggiunge la sua compiutezza formale, assestando un colpo all'eleganza di modi ma adulando al contempo la rifinitura di stile. L'acutezza di Seidl sarà pure manierata, eppure è proprio questa caratteristica, che coniuga le brutture declinandone le sfumature, a rendere il suo lavoro, come il suo cinema, un esempio di incredibile e coraggiosa modernità. A farne le spese è l'ismo eccellente (e per eccellenza) della società contemporanea, ancor più eccessivo ed eccessivamente stravagante dell'occhio che ne riprende le storture, ovvero l'animalismo: un concetto totemico piuttosto che una presa di posizione, impagliato ed innalzato nel teatro anatomico degli spazi televisivi, laddove l'opinione da tassidermista ne esalta le virtù a prescindere da ogni considerazione oggettiva. Gli animali sono belli perché fedeli, educati, pudibondi. Ci accompagnano nei dispiaceri come nelle gioie, addolcendo i primi e intarsiando le seconde con la loro gentile presenza.

Seidl non ci sta, e ci mostra il lato oscuro, e interessante proprio perché attualissimo, degli “amici a quattro zampe” e dei loro sgangherati proprietari; Tierische Liebe inizia con un tizio grassottello che si butta a terra per giocare con il proprio cane: lo accarezza, lo morsica, lo prende a testate, si pone supino per farsi mordicchiare e coccolare dal fedele compagno. È una scena grottesca, che però ci colpisce per la consuetudine della sua (in)volontaria follia: quell'amore impalpabile e assolutamente indescrivibile che spinge l'individuo a collocare in secondo piano la pudicizia di un comportamento “umano” e rispettoso, e addirittura in terz'ordine il canonico raccapriccio per pelame e bave animali. Tierische Liebe è il grado zero dell'animalismo, il “pasto nudo” (nell'eccezione che ne dava Burroughs, ovvero il momento catartico in cui gli occhi, scivolando sul boccone trafitto dai rebbi, colgono la verità in ciò che è) qui deliziosamente trasfuso in broccato da interno borghese. Si apre così una conurbazione di individui strani, a tratti beceri a volte perfettamente padroni delle proprie emozioni, malati nella mente e decaduti (più che decadenti) nel fisico, che provano un desiderio morboso per il sudiciume, le salivazioni, gli odori più intensi e sgradevoli. E che prede di chissà quali maniacali convincimenti, trasferiscono aspettative e desideri sui loro piccoli compagni, dai due ossimorici omosessuali (l'uno pedante e ossuto, l'altro obeso e distaccato) che si contendono il pericolosissimo cane come un figlio, tirandolo chi dai piedi chi dalle zampe, fino all'anziana lettrice di fiabe per barboncini. Tra i due estremi dello spettro, c'è spazio per ogni follia: il vagabondo che sbandiera un coniglietto per impietosire i passanti, il benestante che allena il cane facendogli percorrere chilometri di tapis roulant (sotto minaccia dello strangolamento causa guinzaglio), le coppie e gli individui che palpano, accarezzano, toccano in modo decisamente ambiguo i propri ospiti.


Il film di Seidl sa essere corale ed elegiaco al tempo stesso, ed esattamente come in un altro suo grande capolavoro, Jesus, du Weisst, parte con un che di straniante per screziarsi di un sapore doloroso e irrancidito, in cui il grottesco cede il posto alla tragedia e la tragedia al senso di impotenza che si prova dinnanzi all'assurdo. I personaggi (reali e attori al tempo stesso) sono abbruttiti nella mente e nel corpo, schiavi di un ambiente umano e sociale brulicante di paccottiglia a buon mercato, velluti e vestaglie, passamanerie zebrate, tendaggi barocchi, arredamento Luigi XIV e stanzoni ammobiliati impero. Il kitsch è voluto, ma è dietro di esso, oltre la sua coltre di chincaglierie debordanti, che il nostro occhio si insinua per cogliere nessi e rimandi, ed è proprio nelle fessure di un'estetica da Duan Hanson (faro intellettuale del futuro Canicola), ormai contaminato con gli scampoli di un Ron Mueck sproporzionato, che la superficie rispettabile di questa middle-class si incupisce e degrada con inesorabile orrore. L'aspetto più interessante è però lo scarto (presunto e supposto) tra il documentario e il suo “dietro le quinte”, e se in più di una circostanza è lecito domandarsi dove finisca il reportage e cominci la recitazione (o perlomeno la manipolazione del materiale), presto si comprende che si tratta solo di una questione di pignoleria stilistica. Non è importante la fedeltà del girato, quanto la relativa plausibilità che ogni vicenda, nella sua ordinaria pazzia, riesce puntualmente a comunicare. Le storie di Tierische Liebe sono troppo assurde per non essere vere, e troppo “normali” per non destare il sospetto che dietro ogni normalità “autentica” non si celi un che di patologico, e che come in una matrioska ideologica, nell'ismo dell'animalismo non si occulti l'ismo dell'autoritarismo.
Marco Marchetti



























3 commenti:

  1. incredibile film, sempre in bilico tra il sesso, l'amore per gli animali, e il sesso con gli animali anche se a questo estremo non ci arriva... quasi ovvio che la scopata fra i 2 scambisti dovesse essere in doggy-style, ahah!

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  2. La scena del funerale al cane è fantastica, e a quanto pare reale, visto che nei titoli di coda scorre un ringraziamento al crematorio canino di Vienna

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  3. i funerali agli animali si fanno anche da noi, tranne che per cani e gatti però. ho visto al tg un po' di tempo fa di un ragazzino che ci sta facendo i soldi con questa idea

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