martedì 27 novembre 2012

La Masseria delle Allodole

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2007, Paolo e Vittorio Taviani.

In un momento (2007) in cui il Senato degli Stati Uniti aveva votato affinchè la Turchia si pronunciasse per riconoscere il genocidio del popolo armeno all'interno dei suoi confini durante la prima guerra mondiale, Paolo e Vittorio Taviani ( “Padre Padrone” [1977], uno dei loro titoli migliori, recentemente tornati in “auge” in quanto sorprendentemente premiati con l'Orso d'Oro all'ultimo Festival del Cinema di Berlino grazie a “Cesare deve morire” [2012]) hanno compiuto un atto d'accusa agghiacciante di quello che sembra proprio essere un precursore della Shoah in Germania, dei gulag in URSS e tra i genocidi avvenuti più recentemente nel tempo, a Srebrenica in Bosnia. Il risultato è una sensazione di déjà vu, che non diminuisce però il suo impatto, ribadendo invece la forza letale dei nazionalismi quando si saldano inevitabilmente con il fanatismo e l'idea di essere ingiustamente stati sconfitti e sopraffatti come popolo per una profonda ingiustizia storica.

Il film riporta alla mente Vittorio De Sica de “Il giardino dei Finzi-Contini” (1971) e, ad eccezione di “La Masseria delle allodole” va oltre e segue le donne dopo che gli uomini sono stati macellati ("Se non li cancelli, loro cercheranno vendetta "), nel deserto. La famiglia al centro, come ne i Finzi-Contini, è di medio-alta classe, integrata con successo nella società turca e, in quanto tale, apparentemente inespugnabile da cambiamenti di opinione politica, sia da parte della destra religiosa che della sinistra laica. L'incognita, ovviamente, è la guerra, che rende sempre più stretti gli spazi della convivenza civile, in quanto porta con sé la paura di un'invasione e la probabilità falsa che gli armeni si uniranno ai tedeschi. "La Turchia per i turchi!" è il grido, unificante per gli elementi fascisti all'interno dell'esercito e alimentante la paranoia di una nazione intera.

Ci sono così tante similitudini tra ciò che accade qui in Turchia e quello che è successo in tutta l'Europa con le famiglie ebraiche durante il periodo del Terzo Reich. L'angoscia si ripete, in qualche modo terribilmente,e non soltanto peggiore, perché le vittime sono soprattutto donne e ragazze e bambini. Essi sono presi dalle loro “town” (le loro case) e vengono fatti marciare verso le montagne e attraverso il deserto. Coloro che cercano di scappare sono decapitati o bruciati vivi. Coloro che sopravvivono diventano foraggio sessuale per i soldati.

Tutto questo è straziante a tal punto per cui è difficile rimanere unicamente testimoni spetattori. Non tutti i turchi sono dei mostri. Molte delle giovani reclute odiano quello che fanno ma, per la loro sicurezza, devono "obbedire agli ordini." L'inevitabilità delle stragi è come stare ad aspettare il carro del diavolo, prima di morire si può solo essere torturati e la tortura ancora prima di quella vera è essere a conoscenza che questa sarà la procedura inevitabile.

I fratelli Taviani sono noti per la loro onestà. Essi non cercano compromessi con i sentimenti dello spettatore. La vera natura della guerra, se questa si può anche definire una guerra, invece di svariati milioni di omicidi volontari, è senza pietà. Quello che è successo nell'Impero Turco-ottomano in quegli anni è stato un crimine, un orrore, solo sottolineandone il filo sottile tra l'umanità e il caos, si può arrivare a non ridurlo come vorrebbe ottenere ancora oggi il governo turco, più una questione di politica a loro ostile, un complotto delle democrazie occidentali, essendo invece una questione di speranza, senza la quale la vita non ha senso.

David di Donatello Anno 2007 Nominato al David Migliori Costumi (Migliore costumista) Lina Nerli Taviani
Miglior Design di Produzione(Migliore scenografo) Andrea Crisanti
Migliori Effetti Visivi (Migliori Effetti Speciali Visivi) Enrico Pieracciani

Sindacato Nazionale Italiano dei Giornalisti Cinematografici Anno 2007 Nominato al Nastro d'Argento per i Migliori Costumi (Migliori Costumi) Lina Nerli Taviani
Miglior Design di Produzione (Migliore Scenografia) Andrea Crisanti

Napoleone Wilson




























1 commento:

  1. merita decisamente il Partenone per l'argomento trattato, con l'onestà che dici, importante ricordarlo.
    il film di per sé, sicuramente bello, potrebbe fare molto di più in termini assoluti, è evidente un certo taglio "televisivo".

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