venerdì 2 novembre 2012

Der Busenfreund (aka: The Bosom Friend)

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1997, Ulrich Seidl.

Mentre l'italica cialtronaggine gozzoviglia tra puntate all'amatriciana de I Cesaroni e incursioni nelle soap in uniforme, gli austriaci, un po' come a loro tempo avevano fatto i danesi con Lars von Trier e il suo "Il Regno" (1994-1997), producono capolavori di cinema per il piccolo (si fa per dire) schermo, scegliendo nella rosa degli aventi diritto un mostro sacro (da noi misconosciuto, ça va sans dire) della loro produzione cinematografica, ovvero Ulrich Seidl.
Costui non avrebbe bisogno di presentazioni, se non fosse che in patria (la nostra) i festival internazionali si seguono soltanto per le starlette e i registi da cassetta, e ciò che luccica nel pantano resta lì a inzaccherarsi senza che nessuno si formalizzi sollevando l'ardimentosa questione della qualità. Fortuna che comunque Seidl uno spiraglio distributivo l'ha pure avuto, ancora a inizio millennio con il suo Canicola (Hundstage, che si legge esattamente come si scrive in quanto tedesco e non inglese), che essendosi accaparrato il Gran Premio della Giuria sui lidi veneti, non poteva non trovare un canale informativo adeguato; quindi il nulla critico e intellettuale, nonché l'incancrenito menefreghismo spettatoriale, che insieme ad altre concause contingenti, legate insomma a un assetto finanziario che fa della cultura un business piuttosto che un oggetto “didattico”, ha costretto uno dei massimi risultati mondiali dell'arte cinematografica (Import/Export, 2007) al dimenticatoio, e che obbligherà forse, per quanto non sia ancora stata scritta l'ultima parola, il distico facente parte di una trilogia in fieri a un'analoga sorte (Paradies: Liebe e Glaube, entrambi del 2012, presentati rispettivamente a Cannes e Venezia). Prima di dedicarsi alla fiction, Seidl baccagliava nel documentario, ma non in quelle stitiche birbonate alla Piero Angela sui criceti albini del Minnesota o sulle abitudini alimentari dell'ornitorinco, bensì in opere di competenza rigorosa e di una pressoché simmetrica profondità quali Tierische Liebe (1995) e Models (1998).

Der Busenfreund (traducibile come “l'amico seno”) si colloca tra i due summenzionati, e mette in scena la vita (reale) di Rene Rupnik (tra l'altro assoldato nell'ultimo Paradies: Glaube), un professore di fisica che, passata la quarantina, racconta all'immobile macchina da presa le sue più intime fantasie erotiche ed esistenziali, concernenti giganteschi seni muliebri e una singolare ossessione per l'attrice Senta Berger, da lui ritenuta massimo esempio di raffinatezza e completezza femminili. Rupnik non è un attore, come il film del singolare regista austriaco non è (o non dovrebbe essere) un film, eppure la sua intelligenza matematica, l'argutezza di cui è naturalmente dotato, nonché l'incredibile simpatia che lo rendono non solo uomo di ingegno e cultura, ma anche figura di riferimento per studenti e discepoli, trasformano Der Busenfreund (e il suo simpaticissimo protagonista) in un inconsapevole pezzo di cinema. È un uomo imponente, Rupnik, piuttosto alto, capelli lunghi legati in una coda un po' hippy, il modo di fare accattivante e al tempo stesso abrasivo di chi, pur conoscendo le peculiarità del proprio carattere, non ne nasconde né gli aspetti curiosi né i fronzoli più bizzarri. Ma l'assunto interessante non è tanto la sua peculiarità comportamentale e psicologica, che pur rasentando la maniacalità resta ancorata ai saldi binari della ragione e del “bon ton”, per così dire, quanto l'incredibile lucidità teorica con la quale quest'uomo snocciola le sue personali convinzioni. Non si tratta di un'esposizione soggettiva, piegata ai venti disagevoli dell'emotività, ma al contrario di uno studio di settore, fatto di formule comparative tra loro intersecate, modelli strutturali e fisiologici di riferimento, disquisizioni proporzionali e a tratti accademiche sulla quintessenza della donna. All'inizio, per esempio, vediamo Rupnik recarsi a scuola, e spiegare dinnanzi a una gigantesca lavagna irta di numeri, la fondatezza assiomatica di alcune sue fissazioni, l'armonia intrinseca tra il seno e il coseno e le forme femminili, nonché l'idea di un'ipotetica estetica sessuale fondata sulla impetuosità delle mammelle.

Per tutto il tempo lo seguiamo nello svolgimento delle sue attività quotidiane, mentre prende il treno per recarsi al lavoro, oppure beve un bicchiere di latte nell'intimità domestica, o quando innanzi a un videoproiettore ci trascina con veemenza in una disamina di Senta Berger e della sua eccezionale perfezione fisica. Anzi, sembra che il fascino per questa attrice abbia spinto Rupnik a presenziare ogni suo spettacolo viennese, serata dopo serata, replica dopo replica, fino a quando la Berger, preoccupatasi da tanta intemperanza, gli propose un biglietto omaggio in prima fila a patto che l'intraprendente ammiratore scomparisse per sempre. Quando torna a casa, è l'anziana madre ad accoglierlo, in un appartamento pieno all'inverosimile di vecchi giornali, riviste e incartamenti tutti (dis)ordinatamente impilati e stoccati. E tra le sue occupazioni ordinarie, negli scarni dialoghi con l'apprensiva genitrice, tra pallini e fantasie ricorrenti (“Ricordati di aprire la finestra e far cambiare l'aria alla camera” ripetuto come un mantra), scopriamo un Rupnik sempre più solitario e appartato, che però, appena interpellato dall'obbiettivo del documentarista, ci stupisce con racconti biografici all'apparenza insignificanti (ma in realtà di grandissimo spessore), e con aneddoti in bilico tra il grottesco e il sorprendente.

La presenza di Seidl è totalmente invisibile: il regista austriaco pone la macchina da presa dinnanzi alla sua “cavia” e lascia che l'uomo si esprima liberamente, senza interruzioni di montaggio, senza intervenire con domande e questioni e senza manipolare il girato per acuire l'enfasi su alcuni particolari e levigarla su aspetti magari più scomodi. È come se l'obbiettivo divenisse un filtro tra noi e Rupnik, e le nostre menti, compiaciute per necessità dai suoi racconti o al contrario da questi scandalizzate, trovassero la giusta compensazione tra la volontà di ascoltare, sfacciatamente, i “segreti” di tale individuo, e quella di allontanarsene in preda alla più fonda vergogna. In un'epoca in cui tutto è gettato nel tritacarne mediatico, e il senso dell'onore trasmutato in un ammennicolo nostalgico da conservare sulla mensola del caminetto, siamo noi (fruitori) gli unici veri psichiatri del contemporaneo: è lo spettatore che commina sentenze premendo un pulsante sul telecomando, prescrive medicinali componendo un messaggio di testo dal cellulare, fornisce soluzioni col suo plumbeo silenzio e mostra, nello iato sudato di un applauso, il pollice recto a chi ne giustifica i vizi e il verso a chi ne contesta la validità. Siamo noi tutti Rene Rupnik, racchiusi nello studio ovoidale di uno spazio televisivo, utilizzati come segnali di interpunzione tra una pausa pubblicitaria e la successiva. E se siamo così ossessionati dal sesso, è perché esso è l'unica cosa che ci resta da sognare.

Alla fine, l'immagine più potente, più edipica e soprattutto più universale che Ulrich Seidl ci regala è quella del suo protetto, lo sguardo assorto in imperscrutabili pensieri, che a bordo di una tazzina a misura d'uomo, su una giostra sorprendentemente vuota, rotea su se stesso ascoltando le note disneyane de I sette nani versione disco: Ehi oh, ehi oh, andiamo a lavorar... È l'unica coloritura musicale, dai sottotesti freudiani lampanti, che esplode durante la pellicola, riprendendo e facendo al contempo da contrappunto alla medesima melodia in apertura: che i sette nani, con i loro cappellacci peninei, rappresentino la concupiscenza fallica per antonomasia, non ha nemmeno bisogno di essere sottolineato, con buona pace dei moralisti e del loro proverbiale cattivo gusto in fatto di decorazioni da giardino; così come non andrebbe nemmeno precisato, a conti fatti, che la Biancaneve/Senta Berger tanto intensamente bramata dal pirandelliano Rupnik simboleggia un po' quello che ognuno di noi va cercando nel suo subconscio: l'archetipo ragionato di una Venere di Willendorf, un'evanescente Gea (cinematografica?) dai risvolti maternali e in qualche modo connessi alla memoria collettiva.
Ehi oh, ehi oh...


Il favoloso mondo di Rupnik (estratti, dialoghi, opinioni e frammenti):

Questione di gusti:
“Bene, per me il seno è la parte centrale del corpo di una donna, la mia preferita, che guardo sempre per prima; ma c'è anche un seno secondario, un seno di second'ordine: il posteriore, che comprende due sfere, l'una vicino all'altra, ma che non hanno capezzoli. Uno ama baciare il sedere perché è morbido e ha un odore gradevole. I sederi non hanno un buon odore ma ci sono certi intenditori che amano baciare i sederi, i quali devono essere responsabili del modo di dire, baciami il culo. Questo può essere detto quando una donna è accavallata su un uomo, e vuole lanciargli qualcosa di grosso dritto in faccia”.

La donna ideale:
“Penso che una persona debba poter assemblare una donna-Frankenstein, una bella donna-Frankenstein; si potrebbero usare i pezzi di donne famose, e assemblarli in un'unica donna ideale. Senta Berger non avrebbe bisogno di ulteriori parti, perché lei è molto più che l'ideale Frankenstein. Si avvicina molto a questo concetto, così forse lei è una donna-Frankestein. Ma la maggior parte delle altre donne, come Ursula  Andress per esempio, ecco lei aveva un bel corpo ma la sua testa era troppo pesante. Mi ricordava quasi un teschio: era brutale e praticamente si vedeva attraverso la pelle. Di conseguenza, la sua testa era impressionante, ma il corpo di prima classe. Dunque sarebbe stato bello se qualcuno avesse messo la testa di Uschi Glas sul corpo di Ursula Andress”.

Ricordi d'infanzia:
“Mia madre era una donna ossuta, piuttosto piatta nella parte alta; mia zia al contrario era una donna con un busto fantastico, di conseguenza non era molto attraente nelle parti basse, anche se c'era parecchia roba là, morbida e bella per strisciarci contro. Per me era veramente una figura materna, ero solito strusciarmi addosso a lei quando veniva a farci visita, il che avveniva in genere nei week-end. Quando faceva caldo, la prima cosa che faceva era spogliarsi, togliersi gli abiti da città, i vestiti che usava per uscire, in modo che non si impregnassero di sudore; si sentiva sempre molto più libera, indossando biancheria intima e a volte nemmeno quella. Vederla in quel vestito trasparente... Per me quel vestito era veramente un vestito femminile, morbido, setoso e rosa (in genere era rosa e trasparente), e quando uno lo toccava aveva una tessitura di morbida seta. Bene, io lo abbracciavo, e praticamente sentivo quanto bello doveva essere [quel vestito] attorno al suo corpo. Anche a lei piaceva, alle donne piace, sono creature feline, amano i gatti”.

Fantasie giovanili:
“In inverno, ero sempre triste per gli abiti che dovevo indossare. Ero invece felice quando arrivava l'estate, perché voleva dire che potevo liberarmi di tutto, e indossare leggeri costumi da bagno. Dunque, mi piaceva strusciarmi contro gli abiti femminili, perché rappresentavano una fuga da un ambiente chimico e aggressivo. Certamente i venti freddi e la polvere sono molto spiacevoli, pungenti, e provocano un prurito su tutto il corpo. Qualcosa mi spingeva sempre là dentro, in quel calore: volevo strisciare tra quelle gambe e anche più in là, praticamente nel ventre di quella donna. È quell'umidore che toccavo, quell'umidore muschiato che è eccitante, refrigerante e morbido. Così, persino nelle mie fantasie, quando alla sera andavo a letto, sotto una coperta o una trapunta in inverno, immaginavo sempre di darmi a un ventre caldo e soffice, un po' bagnato, un po' umido e un po' muschiato”.

Cattive abitudini:
“Ciò che mi piace dei quadri di Rubens è il fatto che sia stato il primo grande pittore a mostrare una donna per intero. Sfortunatamente era un'abitudine per le donne mangiare troppo, allora; erano troppo grasse e sembravano gelatinose. Distruggevano l'estetica della donna: le loro pelli cellulitiche, sui loro posteriori o in qualsiasi altro luogo, inibiscono il desiderio, e quando il flaccidume diventa eccessivo, nella parte alta delle braccia o altrove, ti dimentichi del tutto dell'estetica. Quando il seno, che dovrebbe essere l'unica cosa tonda di consistenza gelatinosa in una donna, è coperto e circondato da altre forme gelatinose, questo inibisce ogni impulso erotico. È sempre triste. E poi ci sono i piccoli Buddha che Rubens amava esporre: devo dire che rovinano il quadro dal punto di vista dell'estetica sessuale. Questi bambini piccoli mi ricordano in parte dei neonati, che sono antiestetici. I bambini piccoli non sono sessualmente sviluppati, sono al contrario sottosviluppati, semi-embrionali, e devo ammettere che non sopporto gli embrioni: è un elemento sottosviluppato, la mancanza di sviluppo, la non-esistenza del seno, che in una ragazza per esempio mi infastidisce. Il seno è una questione di “essere o non essere”. È Shakespeare. Una donna con un grande seno può fare carriera, come moglie, segretaria, prostituta, ma una donna con un seno piccolo è molto deprimente”.

Sui cani:
“Se fossi un dittatore, o almeno il sindaco, la prima cosa che farei sarebbe rimuovere quei dannati escrementi di cane. Devono scomparire dalle strade, quando cammino per i marciapiedi è come fare lo slalom, devo sempre guardare dove metto i piedi, mi sento come un podista impegnato nello slalom. Quindi, per cominciare, assoluto divieto di cani: i cani possono essere tenuti soltanto da coloro che possiedono il loro personale appezzamento di terra; devono avere almeno una fattoria dove i cani possano girovagare, dove possano cagare e pisciare a volontà. Ma nessuna strada pubblica deve essere toccata da una zampa di cane. Non hanno diritto di stare lì, e se un cane dovesse essere portato da qualsiasi altra parte, allora dovrebbe essere condotto attraverso la strada soltanto in una scatola, quindi caricato in macchina e portato ovunque debba essere portato da un taxi. La zampa dei cani non deve toccare l'asfalto pubblico, perché se ciò dovesse succedere, la merda seguirebbe subito quella presenza. Non puoi impedire che i cani caghino e piscino; ho litigato diverse volte con donne che portavano in giro i cani, li portano persino sul tram. Appena entra in scena, un cane caga e piscia. Si è abituato a tutto ciò nel corso dell'evoluzione, è un'attività di base”.

Der Busenfreund è disponibile su YouTube in lingua originale con sottotitoli opzionabili in inglese. Affrettatevi a vederlo, prima che le eminenze grigie del sito, colta l'invereconda violazione dei diritti d'autore, si scapicollino a rimuoverlo.
Marco Marchetti


4 commenti:

  1. grande rece Marco! e che film assurdo e affascinante... quell'inizio sul seno e coseno ti tiene in bilico per un attimo, pensi sia solo un professore bizzarro, poi diventa subito tutto chiaro.

    ma davvero è un personaggio reale? sono sconvolto. non dal fatto che esistano personaggi così, ma dal fatto che si mostrino in tal guisa davanti a una macchina da presa.

    mi son fatto delle risate planetarie!

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  2. In effetti me lo sono chiesto anch'io, se esista o meno, ma penso proprio di sì; sul web non ho trovato informazioni, sembra che non ci siano nemmeno recensioni esaustive sull'argomento, eppure questo Rupnik è presentato col suo nome reale; poi non sembra che legga un copione, quindi direi che si tratta di un documentario vero e proprio. Seidl infatti ha sempre lavorato nel documentario, purtroppo da noi non s'è mai visto niente... e non si vedrà mai niente, i suoi lavori sono delle rarità pazzesche!

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  3. secondo me, puro parere personale, siamo nel mokumentary e dintorni. il tipo mi pare reciti decisamente, e lo fa anche bene ;)
    ciò non toglie che possa essere la trasposizione precisa della sua vita, o di quella di qualche bizzarro personaggio conosciuto dal regista in qualche modo

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  4. Già, è un bel mistero; è da parecchio che ho la tentazione di scrivere al regista per una bella intervista onnicomprensiva e per farmi spedire i suoi lavori precedenti. Ci sono cose curiosissime da sapere al riguardo e da divulgare, sarebbe bello trovare un editore per un libro-intervista... disposto a sostenere le spese di pubblicazione... ma questa è fantascienza eh eh :-)

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