martedì 6 novembre 2012

The Chronicles of Riddick (aka: Pitch Black 2)

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2004, David Twohy.

Una pellicola suo malgrado e inaspettatamente elevata a oggetto di culto, e come tale collocata sul piedistallo eburneo al solito riservato ai numi sacri (e profani), conserva in sé, altrettanto inaspettatamente, le estensioni spermatiche di un'ipotetica pletora di seguiti che, evolvendosi spesso in declinazioni quanto meno bizzarre, costringono l'altrimenti nobile capostipite a fare i conti con discendenze ora tralignate, ora similmente aristocratiche.

Era in qualche modo prevedibile che Pitch Black, modernissimo e revisionista epigono di Alien, si mutasse in qualcosa di tanto diverso dal modello di riferimento da rendere quasi superflua una qualche ipotesi di comparazione tra originale e prosecuzione, così come era immaginabile che David Twhoy, per la seconda volta timoniere, orchestrasse le cose in grande per deflagrare infine in un arzigogolato cri de guerre. A dispetto del genitore comune e del patrimonio genetico condiviso (il Richard Riddick aka Vin Diesel che qui ritorna ancora braccato, nell'ouverture, dal solito stormo agguerrito di mercenari intergalattici), The Chronicles of Riddick, più che una filiazione, è una malformazione partogenetica; tra le due creature, pur intercorrendo un qualche sedimentoso cordone ombelicale, capace di contaminare la seconda con i bacilli della prima e ingravidare la prima con l'ineluttabilità della seconda, scorre un icore pestifero fatto di intermittenze brulicanti, di fessure e fratture dello sguardo cinematografico che, come les yeux dell'apolide Riddick, geneticamente predisposti a scrutare nelle tenebre, rendono i due film gemelli speculari l'uno dell'altro. Tanto il primo capitolo dell'epopea era concepito secondo i criteri di un survivalismo essenziale, con uno spettro estetico che spaziava dal meraviglioso all'orrido, e dalla vendetta alla remissione delle colpe, tanto il seguito si presenta come opposto complementare, in grado di espandere cineticamente i vuoti del predecessore e riempirne le lacune. Se Pitch Black era un monile garbato, un bijou élégant per palati fini, The Chronicles of Riddick è al contrario un diadema intarsiato (e forse anche un po' cafone come tutto ciò che è concepito per essere volutamente debordante, regio o perlomeno principesco). Essenziale l'uno, arabescato di squisitezze rococò l'altro. Classico e morigerato il padre, modaiolo e beone il figlio.

Che poi il casato non segua nemmeno le più lineari modalità ereditarie è testimoniato invero da quelle ramificazioni laterali, che un po' come i gangli estinti di un diagramma evolutivo, si frappongono tra le due metà, e finanche prima e oltre la sostanza che le compone: è sempre del 2004 un Dark Fury, regia di Peter Chung a soggetto ancora di David Twhoy, mediometraggio d'animazione che, tentando di ricostruire un'ipotetica linea cronologica tra seguiti e antefatti, andrebbe a incastrarsi nel mezzo delle vicende che, con altrimenti impareggiabile salto temporale, traghettano la rocambolesca fuga di Riddick e dei superstiti della Hunter Gratzner ai sulfurei deserti della Nuova Mecca; qui i nostri eroi sono catturati da una collezionista di criminali, tale Antonia Chillingsworth, che dopo averli surgelati li espone come sculptures vivantes fino a quando il baldo ricercato, spezzato il giogo che lo tiene incatenato all'aguzzina, fa mattanza di cattivi e scappa su un preistorico avamposto dagli umani disabitato, tale planetoide U.V.VI. Proprio lungo i frastagliati crinali siberiani prende avvio The Chronicles of Riddick, secondo chapitre “ufficiale” della saga (il terzo è atteso per l'anno venturo, senza obliare la necessaria citazione, seppur en passant, che vede il nostro, trasmutato in interattivo saltarello da videogioco, in fuga dal carcere di Butcher Bay, quindi alle prese con la ciurma piratesca del vascello stellare Dark Athena, rispettivamente nei due prequel di Pitch Black, 2004 e 2009, The Chronicles of Riddick: Escape from Butcher Bay e The Chronicles of Riddick: Assault to Dark Athena): un inedito Vin Diesel barbuto, neutralizzando il branco capitanato dal cacciatore di taglie Toombs (Nick Chinlund), abbandona l'esilio forzato per ritrovare, nella già citata Nuova Mecca, l'imam Abu al-Walid (Keith David), il quale, dedicatosi ora ai piaceri della famiglia e dell'orazione, introduce l'esule appena giunto alla saggia Aereon (Judi Dench), profetessa dell'eterea razza degli Elementali. Un po' sibilla, un po' vestale, la velata signora rivelerà al altrimenti individualista Riddick di essere l'ultimo esponente della genia Furiana, una stirpe fino ad allora creduta estinta e unica in grado di combattere le pericolose armate di Necromonger, orribili demoni guidati dal perfido Lord Marshall (Colm Feore). L'incredulo Riddick avrebbe altro per la testa che salvare l'universo dall'insidia di costui, almeno fino a quando una divisione necromonger non devasta la città di cui è ospite, uccidendo l'imam e costringendo i superstiti dell'agglomerato a convertirsi alla fede nemica oppure a morire, sia fisicamente che spiritualmente (questi strani diavoli dello spazio, chimici e alchimisti dell'anima, hanno appreso l'arcana abilità di separare l'essenza dell'uomo dal suo sarcofago di carne, il fantasma dal corpo, l'esistenza dai tessuti a cui essa è ancorata, lasciandosi dietro soltanto un contenitore vuoto e comatoso).


Ecco, è proprio a questo punto che il film comincia, progressivamente, a sfrangiarsi, a divenire un oggetto magmatico, che nel tentativo di assumere una definizione strutturale, si rifà a una costellazione pellicolare pullulante di intuizioni trasversali, riferimenti mitopoietici e cinematografici, in grado di riecheggiare l'humus ellenico, o perlomeno le sue più ghiribizzose varianti eufoniche (Dark Athena, Helion Prime ecc), e persino di scomodare la cosmogonia di un Frank Herbert. Il modello sembra anzi essere proprio quello di Dune, con le sue dinastie fratricide, gli intrighi di corte, le ritorsioni intestinali (basti pensare alla congiura escogitata da Vaako, Karl Urban, e la di lui consorte, Thandie Newton) e un sistema concentrico di involontarie allusioni che, pur collocandosi a debita distanza dall'epopea lynchiana, ne ricalcano l'eroismo leggendario. Ma la classificazione mitologica si spinge oltre le flessibili barriere dell'universo, inteso come notorio concetto di spazio fisicamente esperibile, per intrufolarsi nelle incrinature de l'underverse, o oltreverso nell'edizione italiana, cioè il cosmo aldilà del cosmo. Una spiegazione specifica non ne viene fornita, se non per vaghi rimandi, ma parrebbe trattarsi di una dimensione alternativa, alla quale si accede soltanto dopo lunga preparazione mentale e riservata, appunto per conseguenza, agli “eletti” necromonger; in particolare, a Lord Marshall che dopo esservi penetrato anzitempo, ha acquisito medianiche capacità e poteri straordinari (tra cui la tecnica estraniante del summenzionato Dune). E proprio come nell'oltreverso, dove le leggi in grado di regolamentare il moto perpetuo tra i corpi sono totalmente adulterate, così come le norme atte a disciplinarne le in altro modo sfalsate simmetrie, anche le vicende epiche cui andrà incontro Riddick vengono sparpagliate nello spaziotempo, e collocate ora su un planetoide, ora lungo una catena di stelle: dagli avamposti necromonger, ove l'antieroe furiano dovrà resistere alle sirene della conversione coatta (e ben effigiate dai “quasi-morti”, entità a tratti lovecraftiane, che pur dotate di poteri medianici mantengono sembianze liquide e trasparenti) fino al carcere di Crematoria, una miniera scavata nella roccia ai confini della galassia in cui il nostro ritroverà la giovane Jack di Pitch Black, detenuta espertissima nel corpo a corpo e che ora ha assunto il nome di battaglia Kyra (Alexa Davalos).

Ma The Chronicles of Riddick non è meritevole soltanto per i suoi intrecci picareschi, per i parapiglia narrativi, per le sottotrame e le più atrabiliari macchinazioni, ma soprattutto per l'arrangiamento scenografico, lo spettacolare concerto polifonico che la pellicola di David Twhoy riesce sempre a comunicare. Sarebbe d'altronde riduttivo limitarne la qualità a qualcosa di vagamente accattivante, aggettivo ombrelliforme che, accogliendo nella sua multipla apertura ogni screpolatura semantica, finirebbe per ridurre le geometrie lineari e metalliche dei suoi visual artists (Holger Gross, Kevin Ishioka, Mark W. Mansbridge, Sandi Tanaka) a una tendenza più che un'estetica, a una volgarità modaiola piuttosto che alla quintessenza di un mondo, pur con tutti i dovuti cascami, gli ammennicoli e gli orpelli, strutturato da un Bernini futurista. Anzi, si potrebbe essere finanche più esasperati, e scomodare persino le debordanti scenografie, che so, di un Hunting o di Non avere paura del buio, non certo per similitudine o assonanza di intenti, ma per la medesima indigesta espansione concettuale che, benché ripetiamo profondamente diversa, finisce per infondere alle rispettive pellicole un che di enfatico e bizzarro. E The Chronicles of Riddick, visivamente, artisticamente e armonicamente, è un tripudio delirante e altrettanto fastoso di connessioni ingegnose, prospettive slanciate e accostamenti di siderale farneticamento architettonico. Siamo a un passo dal cattivo gusto, eppure è giusto questa demenza visionaria, questa immensa operazione di follia congiunturale, ad aprire il lungometraggio di David Twhoy ai più fini spiragli, a intarsiarlo di delicatissimi sapori che, pur sul baratro scosceso della baruffa odorifera e cromatica, mantengono una trabeazione strutturale capace di sorreggere l'impalcatura. A qualcuno tale eccesso di abbondanza procurerà pure i crampi addominali, ma in tempi di vacche magre (per il cinema americano e per la fantascienza), sognare di tuffarsi in siffatta traboccante cornucopia di splendore è e resta dannatamente lecito. E se poi viene il mal di pancia, consoliamoci facendo nostri i precetti del pensiero cataro: è liberatorio purgarsi di qualunque (cine)colpa.

Marco Marchetti
























11 commenti:

  1. Vin Diesel ormai tra gli eletti di questo blog, e grazie a Marco. chi l'avrebbe mai detto? ahah! il nostro cultori di autoriali extreme che s'è intubato nei tamarro-movie! :D
    scherzo, tamarri non sono poi, almeno i Pitch Black... come ho scritto anche su fb, questo rispetto al primo è meno autoriale e un po' "oversize", ma ancora Vin Diesel alla grandissima.

    più che meritevole di visione anche secondo me, me lo sono proprio goduto

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  2. Ah ah, non ti preoccupare che io sono e resto fedele alla linea della cinematografia ortodossa; ogni tanto mi concedo qualche vizietto privato, come tutti :-) L'importante è non prenderci troppo gusto!

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  3. ah mi preoccuperei del contrario! noi qua amiamo l'eterogeneità :)

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  4. Marco, poi devi confessare, ammettere, usa il verbo che preferisci, che scrivere rece su questi film è mediamente molto più divertente che non su quelli del "cinema ortodontico", o no?

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  5. Mi hai colto con le mani nel sacco! Confesso che è proprio così! ah ah ah :-)

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  6. "Cornucopie"...? Un figlio di Cammarota! Jr. o Sr...?? Comunque "Pitch Black" ebbe una sorta di "prova generale" dalla durata di ca. 1hr., con Vin Diesel nel medesimo ruolo di Riddick, e sempre diretto da Twohy, per la tv australiana. Poteva essere un pilot o chissa' cosa, per sua fortuna e nostra di spettatori, riusci' a divenire un film con la medesima Rhada Mitchell, ivi presente.
    P. S.: "Dark Fury" comunque e' favoloso, ho il dvd uscito a settembre del 2004, top del top dell'animazione.

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  7. Mi è piaciuto anche questo, anche se il primo è meglio. Dark fury lo guarderò presto

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  8. bravo Gus! anch'io lo guarderò. a propo'... mi han chiesto la rece de "Il quinto elemento" di Besson. qualche volontario? :)

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  9. ahah! ok, capito il messaggio...

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  10. boomba! ma uscirà prima o poi il sequel?

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