giovedì 14 marzo 2013

Abraham Lincoln: Vampire Hunter – La leggenda del cacciatore di vampiri

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2012, Timur Bekmambetov.

Timur Bekmambetov, kazako con una simpatia tutta particolare per il dollaro americano, non è mai stato un grande regista, con buona pace per quelli che, seguendo chissà quale arzigogolo mentale, lo hanno a più riprese definito una specie di Tarantino dell'est o qualcosa di simile, e dopo i risultati, oltremodo disdicevoli, de L'ora nera (da lui soltanto prodotto, ma pur sempre orribile), anche il più fervido estimatore non potrebbe che sentirsi costretto a fare un passo indietro nel suo giudizio.
Se però Abraham Lincoln: Vampire Hunter (La leggenda del cacciatore di vampiri qui da noi) è un piccolo capolavoro scaturito dalle acciaierie dello zio Sam, non è certo per merito esclusivo del baldanzoso regista (ex)sovietico, piuttosto per lo zampino appena nascosto di Tim Burton, che tirando fili e spostando pedine dietro le quinte, ha approntato con estrema garbatezza di modi un allestimento, appunto, decisamente più orientato alla filosofia del regista di Burbank: scenari cupi, notti di plenilunio, magniloquente sperperio di valuta a stelle e strisce per arrangiare un apparato scenografico che ha dell'eccezionale. Che c'entra Bekmambetov? Niente, è solo l'amichetto di Burton, ma dopo il successo de I guardiani della notte (2004) e del più convenzionale Wanted (2008) bisognava pur inserirlo da qualche parte, e così ha pensato di fare bella figura rimaneggiando l'omonimo romanzo di Seth Grahame-Smith (lo stesso di Orgoglio, pregiudizio e zombie, tanto per intenderci), e farne per il grande schermo un'epopea in bilico tra l'horror e il fantasy più scanzonato.

Il risultato forse non sarebbe nemmeno fenomenale, ma senz'altro almeno pregevolissimo o forse qualcosa in più, certo che a doverlo confrontare con l'ultima coccolata biografia di Lincoln, presidente per antonomasia, la pellicola dell'impronunciabile Timur assurge all'olimpo dei magnifici. Peccato che la critica d'oltreoceano, altrimenti ben disposta ad appuntare stellette sui fuochi d'artificio, abbia forse ritenuto indecoroso ipotizzare una vita segreta di Lincoln, politicante scaltrissimo in età adulta, e spietato assassino di vampiri in gioventù; cosa che allo stesso modo potrebbe, almeno in via del tutto speculativa, aver sospinto la distribuzione italiana a divulgare il film in sordina verso la fine di luglio, di modo che a ben pochi sarebbe stato conferito il piacere di intercettarlo in sala. La leggenda del cacciatore di vampiri, di caratura almeno quattro volte superiore al biopic rigorosamente autorizzato di Steven Spielberg, mostra ciò che ben pochi patrioti americani vorrebbero davvero veder rappresentato nelle tradizionali forme della fiction cinematografica: un Lincoln (l'interprete è Benjamin Walker, uscito vincente da un tiremmolla tra Adrien Brody, Josh Lucas e James D'Arcy) che, ancor bambino, è costretto ad assistere alla morte della madre, anzitempo deceduta per un morso di vampiro, e a volerne chiedere vendetta. Una sera un presidente ancora imberbe va in una bettola, si ubriaca ed ecco che viene avvicinato da un tizio ombroso, Henry Sturgess (Dominic Cooper), che presto si rivelerà il più prezioso alleato del futuro capo di stato, essendo egli non soltanto un vampiro dotato di immensi poteri, bensì colui che lo aiuterà a salvare la pellaccia dal perfido Jack Barts (Marton Csokas): il tanto invocato omicida della madre che quella sera, però, approfittando sia dell'ebbrezza del giovane, sia dell'ingombrante imperizia nel combattimento, quasi rischia di portarsi a casa la sua testa a mo' di macabro trofeo. Fortuna che il buon Abraham è abbastanza sveglio da piantargli una pallottola in un occhio, ma questo non è sufficiente per vincere la diabolica stirpe. Comincia così un estenuante allenamento fisico, basato su un misto di pugilato, arti marziali, mosse acrobatiche che rendono l'ormai esercitato Lincoln uso al maneggio di vecchie spingarde e soprattutto di un'ascia placcata d'argento, pronta per ogni occasione, utile a scapezzare mefistofelici succhiasangue. I quali, estremamente cool con i loro vestimenti eleganti e l'aplomb da aristocratici amanti del rosso, sono perlopiù latifondisti negrieri, riparatisi nelle belle tenute del sud tra paggetti color cioccolato, tanto verde e aria pulita. Saranno loro, fervidi secessionisti, a fornire truppe ausiliarie all'esercito sudista ormai prossimo alla disfatta, permettendogli di segnalare qualche punto aggiuntivo dalle parti di Gettysburg poco prima che l'Unione, confiscata l'argenteria di mezza nazione per farci proiettili e baionette, ne sbaragli le fila.


Prima che i conflitti tra vampiri conservatori e umani progressisti deflagrino al Campidoglio, un Lincoln di umile origine, convertitosi alla bisogna all'ars oratoria ma per il resto commesso di drogheria, approfitta dei suoi contatti “notturni” per stilare una lista dei pericolosi demoni capaci di mimetizzarsi alla luce del sole, complice un paio di occhiali, e attirare in trappola le ignare vittime. Onesto venditore chino dietro il banco di giorno, preciso sicario di vampiri dopo il crepuscolo. Le incombenze dell'attività lavorativa gli permetteranno di conoscere la moglie, Mary Todd Lincoln (Mary Elizabeth Winstead), oltre che stringere sincera e duratura amicizia con un altro valevole complice della lotta clandestina, Jimmi Simpson (Joshua Speed), e ritrovare del tutto casualmente il compagno d'infanzia Anthony Mackie (William Johnson). Di notte, invece, dovrà fare i conti dapprincipio con i primi, inesperti nemici, quindi con un esercito sempre più potente e all'apparenza invincibile, capeggiato dal ricchissimo possidente terriero, Adam (Rufus Sewell), schiavista per vocazione e in particolare per necessità alimentare (il vantaggio precipuo del servilismo nero, nell'ottica vampirocentrica, è appunto l'assicurarsi per vie legali ampi approvvigionamenti di sangue umano), e della sua attillata sorella Vadoma (Erin Wasson).


Le scene splatter non mancano, tra teste spappolate come angurie, denti da pescecane che affondano in innocenti ma succose giugulari, combattimenti volanti e pestaggi pensili in stile arte giapponese, ma La leggenda... non è né un tripudio di carneficine, peraltro edulcorate da un look abbastanza modaiolo e morigerato dei vampiri, né un cacciucco confusionario di karate spruzzato da operetta a disamina sociale. Il film di Bekmambetov è molto più delle sue parti, e se è anche vero, come hanno fatto notare molti, che i binari della storia si (con)fondono a quelli dell'invenzione soltanto nella misura in cui la prima giustifica le repentine variazioni della seconda, è altresì innegabile che lo spirito ne resta puntualmente invariato. La qualità registica è da mestierante, eppure la direzione magistrale di alcuni momenti trasforma la pellicola in un finissimo pezzo di cinema ragionato (ad esempio Lincoln caduto nel tranello di una botola che, appeso a testa in giù, afferra al volo con la bocca un coltellaccio scivolatogli dalla cintola, e menando un fendente sempre con l'ausilio della sola dentatura, sgozza al volo il vampiro che gli vuole fare la pelle); c'è anche un inseguimento da vecchio west, con una mandria imbizzarrita di cavalli e i due contendenti, Abraham e Jack Barts, che gigioneggiano saltando da una schiena all'altra, da puledro in puledro, chi colpendo chi incassando, chi contrattaccando chi correndo sulle difensiva, le bestie che scorrazzano sotto i loro piedi come il tappeto di una sala da ballo. Pura follia, che si ripresenta nel grande finale, quando un treno assaltato dai vampiri casca da un ponte incastrandosi alla perfezione nei binari sottostanti e continuando la sua corsa inerziale e precipitosa verso il nulla. Sì, perché Lincoln, come una sorta di modernissimo Leonida, in questo film è tutto fuorché un morigerato uomo politico, avvezzo a consultare polverose cartine e ponderare ardimentose strategie belliche nel chiuso delle sue residenze; è piuttosto un eroe a tutto tondo, come si addice giusto a un film americano, capace di questionare in parlamento con la fermezza di un integerrimo deputato dedito alla causa e subito dopo afferrare ascia e rivoltella per sistemare chi ancora ritiene i neri un popolo indegno di libertà. Ma è anche un uomo estremamente equilibrato e modesto, che a più riprese rifiuta l'immortalità offertagli, prima con la minaccia del cattivissimo Adam, quindi con le amichevoli lusinghe dell'alleato Henry Sturgess. Quest'ultimo, costretto allora a “invecchiare” in solitudine, lontano dai fragori della storia e dai suoi riconoscimenti, apparirà oltre un secolo e mezzo dopo in un bar di una qualche non meglio precisata città americana, abbordando un ubriaco proprio come aveva fatto con il suo celeberrimo pupillo. Un ubriaco che, sarà pure per il potere della suggestione, almeno inquadrato di spalle a tratti ricorda la fisionomia dinoccolata di Barack Obama. Non è lui, ovvio, ma il film di Bekmambetov riesce a impressionare, a plagiare le percezioni, a ricordare a uno spettatore piacevolmente divertito che forse in ogni personaggio di rilevanza storica si nasconde un che di leggendario, e che dietro ogni leggenda, come la tradizione insegna, si cela un briciolo di verosimiglianza.

Inutile dire che l'Asylum ha realizzato in fretta e furia una copia di questo film destinata al mercato home video: Abraham Lincoln vs. Zombies, directed by Richard Schenkman and starring Bill Oberst jr.
Marco Marchetti






4 commenti:

  1. Una tamarreide quasi inguardabile, mi basta pensare alla battaglia a colpi di cavallo per sentirmi male.
    Più che di Bekmancoso però la colpa è di Seth Grahame Greene e della sua sceneggiatura sconclusionata...

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  2. Dopo la saga "cristiano - democratica" di twilight, ci voleva proprio una scorpacciata di vampiarazzi vecchia maniera!
    Tanto di cappello al Burton produttore, che dopo quel gioiellino di "9", è riuscito a fare centro di nuovo.

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  3. a me non è piaciuto, l'ho trovato finto e pretenzioso...

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  4. Il kazako alla fine è un tamarorne, si sa. Qui ha fatto molto pimpumpam, che è quello che gli riesce meglio. Personalmente l'ho trovato un filmetto gradevole.

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