venerdì 8 marzo 2013

Zivot i smrt porno bande – Life and Death of a Porno Gang

9
2009, Mladen Djordjevic.

Dalla Serbia con furore, anzi con orrore. Dopo l'involontaria cesura di A Serbian Film, pellicola discutibilissima nei modi, ma imprescindibile nello spirito iconoclasta che ne animava le forme, ecco che un'altra piccola generazione di macellai balcanici, probabilmente avvezzi alle atrocità belliche e alla cadute di bombe all'uranio impoverito, raggiunge la pubertà filmica. Sottolineando, forse senza una precisa volontà politica o ideologica, uno iato sicuramente decisivo tra un ipotetico (e misconosciuto) “prima” nel recente cinema serbo, e un più chiacchierato ma internazionalmente celebre “dopo”.
Mladen Djordjevic, classe 1978, capito come girano le cose dalle parti di Belgrado, e oltre a regalarci l'allegoria di un paese allo sfascio, ben rappresentata da una turca traboccante di stronzi marroncini e belli composti, condivide con il coevo Srdan Spasojevic il medesimo (cattivo) gusto in fatto di perversioni a sfondo sessuale e atrocità effigiate con amore barocco per il particolare. Anzi, si potrebbe azzardare che tra i due ci sia stata un'intesa gemellare, che ha spinto l'uno a influenzare l'altro, fino a che entrambi, in una sorta di ritorno di immagine incrociato, sono assurti a icona riconosciuta a livello istituzionale della moderna scuola serba, suggestionando forse il più recente ma altrettanto estremo Klip di Maja Milos. Eppure, a differenza del complementare A Serbian Film, Life and Death of a Porno Gang ha meno sbavature, vanta una regia di sicuro più elegante (forse anche per la maggior esperienza di Djordjevic) e di certo, pur affondando le radici in un retroterra condivisibile, molto più sobria dal punto di vista narrativo. Diciamo che le due opere si incastrano in una giuntura delicata ma complementare, andando comunque alla ricerca di un rinnovamento di linguaggio e di nuove strutture semantiche grazie alle quali (ri)pensare il cinema. Non è un caso che in entrambe le pellicole il protagonista sia qualcuno che ha a che fare con la settima arte, un porno attore nel caso di Spasojevic, un regista di film estremi in quello del coraggioso camerata.

In realtà il giovane Marko (Mihajlo Jovanovic) non ha nemmeno le idee ben chiare sul proprio ruolo di filmmaker indipendente, semmai il vago sentore di dover lasciare un segno indelebile nell'ambiente underground di una nazione post-bellica e ormai post-comunista. È per questo che quando fuori infuriavano le bombe, il ragazzo sbarcava il lunario girando film a luci rosse in squallidi appartamenti e con una macchina da presa pressoché amatoriale, fino al momento in cui, colto da illuminazione sulla via di Belgrado, comprende quale sarà la sua missione: coniugare la “verità” del porno all'arte socialmente impegnata del teatro e quindi del cinema. Ed è quello che viene ben effigiato da un video in cui un tizio, simulando un antico rituale pagano, si accoppia con la terra, inserendo il pene in un pertugio scavato alla bisogna tra le zolle e “ingravidando” simbolicamente la campagna per favorirne la fertilità. Stessa cosa che, guarda caso, la connazionale Marina Abramovic ha inscenato nel suo Balkan Erotic Epic, segmento del film scandalo Destricted (2006), omaggiando poi a sua volta, altro caso, il film di Djordjevic, o il suo alter ego Marko, con lo spettacolo teatrale The Life and Death of Marina Abramovic di Bob Wilson.


Comincia così una spedizione di reclutamento interpreti per il “porno cabaret”, una specie di vaudeville per soli adulti ma, geniale intuizione, aperto a qualunque fascia della popolazione: gli attori si denudano sul palco, e a seconda dell'esperienza di ciascuno e delle specialità che ne hanno reso per così dire popolare la vita o la carriera, si esibiscono in folli siparietti conditi da letture, video-proiezioni, e sopratutto tanto sesso “alternativo” perlopiù non simulato con partner etero ed omosessuali. Alla chiamata rispondono infatti individui tra i più beceri che la suburra metta a disposizione, dalla coppia gay sieropositiva a quella di tossicomani con figli e debiti a cui pensare, fino alle starlette del porno di bassa taratura, la bionda Una (Ana Acimovic) e la mora vecchia conoscenza e amica di Marko. Dapprima i baldi (contro)eroi della nuova Serbia ci provano in un teatro cittadino, ma nel giro di qualche minuto, tra urla e schiamazzi disgustati da parte di un pubblico esterrefatto, giunge la polizia ad arrestare i caporioni di tale indefinibile rivolta artistica. Marko non demorde, però, e una volta rimesso in libertà, pur con qualche dente rotto e diversi lividi a ricordare gli abusi delle autorità, carica l'intera combriccola su un furgoncino rosa ricoperto di graffiti per inaugurare subito dopo una tournée nella campagna più arretrata e zoticona. Dalla padella alla brace. Accampandosi dove capita, i porno cabarettisti approntano spettacoli assurdi dinnanzi a un pubblico questa volta variegato e, forse perché cresciuto lontano dalla televisione, internet e ogni stimolo moderno proveniente dal mondo esterno, tutto sommato ben disposto ad accoglierli. Come può non far ridere, o perlomeno suscitare una certa svagata curiosità, un recital infarcito di tette e culi, falli molli e posticci, zombi che sbucano da mucchi di terra e castrano i partecipanti in un guazzabuglio di frattaglie macellate alla meglio nel backstage? Appunto, la gente ride di gusto, il sindaco meno, la polizia si incazza. Purtroppo Marko ha fatto i conti senza l'oste, dimenticandosi o ignorando del tutto che nelle aree più rurali della Serbia, proprio in quegli appezzamenti scenari di atroci barbarie e fosse comuni, non valgono le stesse regole né le medesime leggi che, tutto sommato, hanno permesso ai provocatori di cavarsela con qualche ginocchio sbucciato nella capitale. Lì si fa sul serio, e così la compagnia viene stuprata nei modi più selvaggi, uomini, donne e persino travestiti (un ragazzetto che, dopo aver sgozzato l'unica amica che aveva, una capra, abbandona la famiglia per esibire pubblicamente la propria omosessualità con una curiosissima parrucca alla Blondie). A quel punto, povero, derubato e umiliato, a Marko non resta che accettare la proposta di un misterioso contatto tedesco, coronando il suo sogno di una raffigurazione estrema ed esasperata dell'arte, e ai sopravvissuti della banda seguirne le decisioni per raggranellare soldi a sufficienza: girare uno snuff movie, un film in cui si muore per davvero. Ma attenzione, non sarà uno snuff tradizionale, il finanziatore teutonico su questo è molto preciso: gli interpreti saranno tutti volontari, sulla loro testa viene posta una lauta assicurazione che permetterà alle famiglie impoverite dalla guerra di sistemarsi economicamente. Ognuno ci guadagna, Marko e la sua sete di gloria artistica, i soldi facili e immediati promessi al gruppo di spiantati, i morituri, chi malato terminale, chi depresso, chi bisognoso di denaro per curare le deformità della nipote provocate dall'uranio americano. Semplice e senza complicazioni. È Marko il regista, è lui che sceglie le location, le modalità, è lui che cura i dettagli.
Life and Death... è un monumento alla perversione che, grazie alle sue riprese mosse, da operetta quasi amatoriale, e a una fotografia grezza e naturale, riesce a rendere bene l'idea di un film sporco e autentico, dal taglio documentaristico come il precedente lavoro di Djordjevic, Made in Serbia (2005), inchiesta nuda e cruda sull'industria pornografica serba. Ma il merito di questo singolare e capacissimo regista resta comunque quello di aver saputo affrescare una nazione ributtante, trasformatasi in una vera e propria zona franca in cui, complice la liquidità di pochi privilegiati, ci si compra la vita di chiunque. E in cui, soprattutto, è lo stesso cittadino a vendersi consenzientemente all'occhio della cinepresa, secgliendo la propria morte e il relativo premio da ritirare all'adempimento del contratto. Quella di Life and Death... è una Serbia corrotta e marcia fino alle fondamenta, la cui crudeltà non viene mai incarnata sotto forma di imperscrutabili macchinazioni di potere, intrighi e ruberie, ma sempre e soltanto dal grado zero del cinema, ovvero lo sfoggio virulento di fluidi organici, sangue e budella. Una Serbia che mescola i simboli del pop (la già citata Blondie, cantante americana arcinota nei Settanta), la Coca Cola e il rock occidentale con un retroterra patriarcale, omofobo e oltremodo restio ad aprirsi alle blandizie “perverse” del capitalismo liberale di stampo europeo. È vero, siamo dalle parti della mattanza gratuita, ma non è mai una questione di pornografia, pure esibita nel titolo e dignitosamente squadernata nella proiezione, bensì di una concezione estetica che utilizza la violenza esasperata, caricaturale, ingombrante per veicolare un concetto altrimenti destinato a restare sopito nell'inconscio collettivo: stimolare, con urgentissimo zelo stilistico, una riflessione lucidamente irrazionale, e al contempo freddamente autoptica, sulla necessità di introdurre e sostenere determinati paradigmi rappresentativi nel contemporaneo cinematografico. Non basta confrontarsi con la morte, occorre sviscerarne (in tutti i sensi) le dinamiche, poco importa che sia la merda imbrattante di un bagno pubblico, una vecchia che si fa pisciare in bocca da un partner più giovane o un guitto fuori di zucca che eiacula in un buco del terreno per farvi nascere una piantina di grano. È doveroso vedere, esplorare, dare corpo alla paura anche se a farlo si rischia di impazzire.

Life and Death... sarebbe un grande, magnifico film, se non fosse per quella musica pazzesca, ostentatamente cantata, performata, divulgata dalle radio nelle scene più innocenti come in quelle più crudeli, e che ai titoli di coda ti resta conficcata nella testa. In un film convenzionale non succederebbe, si perderebbe dopo qualche minuto, o al massimo si conserverebbe annacquata alla memoria per poi sfilacciarsi nelle ore seguenti. Invece no, resta lì bella forte, a battere contro i timpani, a trascinare sulle note di un ballo vivace ma al contempo melanconico uno spettatore che si è ormai assuefatto al suo ritmo. Strappandogli forse una folle e incontrollabile risata, la stessa che Marko e i suoi improbabili amici, mentre vengono violentati dagli zappaterra di campagna, sono costretti, per avvilimento o forse per amore di quella contraddizione che è la loro stessa esistenza, ad offrire come un ennesimo, ultimo spettacolo. Allora si è obbligati ad ammetterlo, l'opera di Djordjevic è un capolavoro dal quale non si prescinde.
Marco Marchetti









9 commenti:

  1. Devo assolutamente vederlo. Per la mia ricerca di antropologia, ovviamente.

    RispondiElimina
  2. Non ne resterai deluso, t'assicuro che è molto bello anche esteticamente. Per così dire... :-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Molto bello. E' una bomba! Ispirerà molti sceneggiatori ... almeno spero.

      Elimina
  3. bellissimo... sconvolgente per una serie di cose che ti lasciano di sasso, molto ben descritte da Marco. la "vita in vendita", quegli snuff... incredibile per come appare realistico per non dire realista.

    RispondiElimina
  4. su "a serbian film" non saprei dire, devo ancora vederlo

    RispondiElimina
  5. ma davvero sta roba si puo' considerare cinema? Domattina mi sveglio e faccio un film pure io va'

    RispondiElimina
  6. non conosco il tuo talento Max, ma se riesci a fare un film del genere hai una carriera assicurata.

    RispondiElimina
  7. a serbian movie mi era sembrato un buon film che, con un poco di capacità in più del regista e un poco di pretenziosità in meno (o anche solo un 5% di voglia di stupire in meno) sarebbe potuto essere un grande film. Se questo me lo supera... beh devo recuperarlo a breve

    RispondiElimina