sabato 2 marzo 2013

Gangster Squad

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2013, Ruben Fleischer.

Los Angeles, fine anni Quaranta: il perfido Micky Cohen, pugile ebreo convertitosi per avidità di denaro e potere al crimine organizzato, ha ormai costruito un solidissimo impero mafioso, in grado di gestire in contemporanea ogni tipo di traffico illecito sul territorio, dalle bische clandestine al meretricio, passando per strozzinaggio, rapine ed efferati omicidi. La sua più grande ambizione è spodestare la concorrenza di Chicago nella conduzione delle scommesse, in modo da costruire un unico centro gestionale nel cuore di L.A., e da lì controllare l'intero mercato illegale della costa ovest. Fortuna che a contrastarlo viene approntata un'apposita squadra speciale, segretissima e costituita da poliziotti rigorosamente sotto copertura, i quali, rinunciando a distintivo e uniforme, dovranno contare soltanto su se stessi per espugnare la fortezza politica ed economica di Cohen. Su se stessi, e sull'integerrimo senso dell'onore che nonostante le avversità accomuna sempre i giusti e gli incorruttibili, permettendo loro di combattere contro istituzioni vendute, giudici prezzolati e un sistema di poteri forti e favoritismi che ha del leggendario.

Gangster Squad di Ruben Fleischer, già regista del simpaticissimo Zombieland (2009), è una pellicola cangiante e indefinibile, i cui frammenti si incastrano l'uno dentro l'altro per determinare un'armonia sublime, perfettamente accordata in ogni suo passaggio, e in cui ogni strumento duetta alla perfezione con il compagno, fino a quando l'idea della singolarità dei componenti si perde in un unico, garbatissimo concerto. Tutto sembra essere stato approntato per delineare il capolavoro, dalla sceneggiatura assolutamente impeccabile, di un'intransigenza letteraria quasi stupefacente, di Will Beall (e a sua volta tratta da una serie di racconti pubblicati sul Los Angeles Times a firma di Paul Lieberman), fino alla recitazione di grosso calibro; comprendente, tra l'altro, una serie di big già di per sé destinati a far parlare sia per quantità che per qualità del lavoro svolto. Sean Penn veste i panni di Micky Cohen, diabolico gangster realmente esistito e al pubblico italiano misconosciuto se non fosse per le gesta criminogene decantate da James Ellroy, mentre a Josh Brolin e Ryan Gosling, rispettivamente l'irlandese John O'Mara e Jerry Wooters, spetta la parte degli agenti speciali incaricati di sgominare le fondamenta imperiali di Cohen. Nick Nolte è il capo della polizia, l'unico onesto per quanto prossimo alla pensione, e che proprio per tale caratura morale sarà al centro di un vespaio politico e giornalistico che ne chiederà le dimissioni, mentre tra i seguaci di O'Mara ricordiamo Conway Killer (Giovanni Ribisi), ex-agente dei servizi segreti esperto di intercettazioni ed elettronica in generale, il pistolero baffuto Max Kennard (Robert Patrick), e gli “immigrati” Navidad Ramirez (Michael Peña) e Coleman Harris (Anthony Mackie), messicano il primo, nero il secondo. Tutti diversi per censo, razza, idee politiche e abitudini di vita, eppure tutti uguali nella perseverante volontà di sconfiggere il male che sta infettando l'intera metropoli. E lo faranno nel modo che Cohen meno si aspetta, ovvero confondendosi tra i ladri e assaltando casinò, locali alla moda e altri punti strategici fondamentali per il business dello scellerato magnate. Se a questo si aggiunge una bellissima informatrice (Emma Stone), amante del boss e fidanzata di Jerry, il cerchio si chiude alla perfezione tra ritorsioni, femme fatale (immancabili in una pellicola di simile fattura) e inenarrabili faide tra conoscenti, famigliari e gruppuscoli tra loro in competizione.


Sin dall'inizio, Gangster Squad è un tripudio di follia inchiavardata in una cornice di grandissima accuratezza formale e storiografica, cosa tipica d'altronde del cinema americano, quello che ancora si scrive con la maiuscola, e che sempre più spesso vede i suoi virtuosismi effigiati in giochi registici di assoluta bravura tecnica: la scena d'apertura, con un Brolin audacissimo e sprezzante oltremodo del pericolo, che si intrufola nel bordello del nemico per salvare una ragazza colà attratta con l'inganno, è già una lezione autoconclusiva da scuola di cinema: una volta penetrato nel palazzo, il poliziotto riesce a sopravvivere all'agguato di due scagnozzi di Cohen picchiando duro e rompendo ossa, e non appena fa irruzione nell'appartamento in cui si sta per consumare una brutale violenza sessuale, pestando a mani nude un numero sproporzionatamente elevato di sgherri e tirapiedi, allora capisci che per tutta la durata del film la violenza di scena si accompagnerà alla ricercatezza di stile, e che a ogni declinazione della prima corrisponderà una precisa raffigurazione della seconda. Gangster Squad segue la toponomastica del genere ma ne supera subito le eventuali limitazioni e, evitando strutture pedisseque o già viste, trasfonde le sue atmosfere suburbane in qualcosa di rigorosamente astratto, che inserisce le radici nella geometrica proporzione della classicità, ma che al contempo ne rinnova le arie e i siparietti rendendo tutto più videoludico e casinaro. Le sparatorie sono più simili a mattanze targate Sam Peckinpah che a scontri a fuoco tra sbirri e bande armate, con lo scarto sostanziale di una migliore, quasi paradigmatica, leggiadria di forma che permette ai poliziotti di contorcersi tra pallottole e mitragliate mantenendo saldo il copricapo ed elegantissima la capigliatura altrimenti scarmigliata. Tra corpi dilaniati di piombo, segati tra due autovetture in trazione o semplicemente spappolati a pistolettate o arsi in ascensore, è sempre il ritmo generale a dettare la signorilità di una regia aggraziata e “ballata” in punta di piedi con tanto di scarpette apposite, e quando la tensione cala, è solo per conferire allo spettatore il tempo necessario per pulirsi i polmoni dall'odore di polvere da sparo e catrame. Affinché si prepari allo scontro finale, quello che vedrà coinvolti i sei eroi da un lato, e un intero, maestoso e gigantesco albergo dall'altro, zeppo di gangster armati fino ai denti, cattivissimi e più che decisi a uccidere chiunque tenti di arrestare il capo dei capi. L'interpretazione di Sean Penn è magistrale, tutta giostrata su cenni e sopracciglia alzate, muscoli aggrottati e marcatissime movenze da pugilatore, e per quanto sia sovente penalizzata da un doppiaggio vergognoso (ad opera di Massimo Rossi), che dà al gangster una voce scimmiesca, l'efficacia della performance è comunque garantita a tutti i livelli. Ryan Gosling ha una faccia come il culo, e il fatto che in tutti i film reciti allo stesso identico modo fa ragionevolmente supporre che il nuovo idolo di Hollywood sia nato davvero così, mentre Josh Brolin, uno degli attori più belli e bravi sul mercato, concentra su di sé buona parte dell'attenzione.

Il film ha forse un'unica pecca, e cioè quella di rinunciare al bianco e nero, che se invece fosse stato usato, avrebbe ricordato così tanto i chiaroscuri post-espressionisti del poliziesco d'epoca da rendere la silhouette pressoché perfetta di Josh Brolin, cappellaccio, trench e brillantina, l'equipollente di Dana Andrews; Fleischer invece fa le cose in modo più apertamente commerciale, e preferisce inserirsi piuttosto in quel filone preceduto dal prefisso “neo”(noir) e rendere saturo quanto altrimenti giocava soltanto sulla scala intermedia del grigio. Siamo più dalle parti di pregiatissime pellicole quali la mai citata a sufficienza L.A. Confidential, la recentissima e straordinaria Broken City, nonché quel nugolo di film, oggi caduti nel dimenticatoio e costretti come tutte le cose belle o quasi a macerare tra le rovine del cinema che fu, quali Il lungo addio (1973), Chinatown (1974), oppure Marlowe poliziotto privato (1975). Tutte opere che si rifacevano alla tradizione, ricodificando l'estetica secondo variabili di significato quasi sempre modernissime e di finissima profondità recitativa e di scrittura. Gangster Squad è un film obbligatorio, da proiettare nelle scuole, in famiglia, in luoghi pubblici e in tutti quegli spazi, architettonici, sociali e affettivi, in cui ormai non si discute più di cinema.
Marco Marchetti







2 commenti:

  1. Questo mi manca ancora ... ma non per molto.

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  2. Molto bello. Ha praticamente le stesse atmosfere di un gioco interattivo per la PS3: "LA NOIRE", non so se qualcuno lo conosce. Meriterebbe anche quello di essere recensito, perché è un film a bivi più che un gioco. Con attori veri prestati alla video ludica.

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