martedì 26 marzo 2013

Snowtown

5
2011, Justin Kurzel.

Come molti altri ragazzi di Salisbury North, quartiere “borderline” dell'omonima (e anonima) provincia australiana, City of Salisbury, anche Jamie viene da una famiglia problematica: è orfano di padre, la madre vive di lavoretti saltuari e al giovane appena adolescente non resta che trascorrere le giornate bighellonando di rione in rione e prendendosi cura dei fratelli. Un giorno la donna affida i tre figli alle premure di un amico, che approfitta della situazione per abusarne sessualmente. Quando la verità viene a galla, la madre si lascia guidare dai consigli di un vicino di casa, l'apparentemente bonario John Bunting, un uomo vecchio stampo che dà ancora pane al pane e vino al vino, e che dinnanzi ai ritardi della giustizia tradizionale preferisce applicare la legge del taglione a chi commette reati su minori.
Tra pacche sulle spalle e affabili suggerimenti, l'uomo mostra un'influenza sempre maggiore sul timido Jamie, che in breve lo segue in ogni sua spedizione punitiva: dapprima gli improvvisati vendicatori si dilettano a pittare la casa del molestatore con scritte volgarissime e altrettanto volgari allusioni, quindi ne riempiono il patio di canguri morti e mutilati, fino al momento in cui l'uomo, colto da crisi di nervi, si lancia in una fuga precipitosa. Un pedofilo va trattato come si merita, tenteranno di discolparsi, ma presto il gioco sfugge di mano, e alle riunioni serali di Bunting partecipano sempre più persone arruolate tra conoscenti e vicini: l'argomento della discussione è come sostituirsi allo stato, e soprattutto quale pena comminare a ogni deviato e pervertito della zona. Ecco che in base alle voci, ai pettegolezzi, a degli informatori improvvisati votati al momento alla fedeltà della causa, un Bunting ormai sulla via del fanatismo trascina i suoi seguaci in una spietata caccia all'uomo, che non risparmia nessun diverso, dall'omosessuale al drogato al ritardato mentale...

L'hanno chiamata Snowtown, dal nome della cittadina australiana balzata agli “onori” della cronaca per i fatti delittuosi ivi compiuti tra il 1992 e il 1999 (nel caso specifico il ritrovamento, in un magazzino abbandonato, di un certo numero di barili contenenti resti umani), ma il titolo appropriato avrebbe dovuto essere The Master: non soltanto perché la pellicola di Justin Kurzel, esordiente, è più andersoniana dell'ipotetico, del tutto involontario, modello di riferimento, piuttosto per la sua quasi speculare similarità con l'ultima fatica del regista americano. Anche qui un maestro, lo straordinario Daniel Henshall, nella parte di John Bunting, omicida seriale nemico giurato di ogni forma di deviazione morale e sessuale, e anche qui un ottimo discepolo, James “Jamie” Vlassakis (un etereo e bravissimo Lucas Pittaway) che, pur combattuto da remore morali, finisce per calcare le orme del suo spietato mentore. Quella che Bunting organizza nel quartiere è una macchina perfetta di sterminio, fatta di tanta retorica, poca ideologia e ancor meno senso della misura, e all'interno della quale, come una gigantesca e viscosa ragnatela, ogni estremità è collegata con la successiva, un contatto (un travestito molto noto nella zona per le sue millantate frequentazioni di pervertiti e deviati) legato a doppio filo con una schiera di presunti colpevoli. La motivazione di queste battute è la preservazione dell'identità di gruppo, la verginità “etica” di una comunità già fin troppo vessata da abusi e molestie, ma quando Jaime e gli altri della combriccola (o della confraternita) si rasano la testa, è evidente che il retroterra culturale non è ascrivibile soltanto alla necessità di pensare da sé alla propria incolumità. C'è qualcosa di molto più grande, alla base, una missione che consiste nel liberare il mondo da tutto ciò che è diverso e quindi potenzialmente eversivo.

Kurzel inscena il suo dramma con una leggiadria piena di frastagliature, che comincia con una fotografia sporca, quasi amatoriale, a cui s'accompagna, per contro, una regia estremamente dimessa e minimale, fatta di sguardi più che parole, di cenni dissimulati e fragori nascosti tra mura domestiche sempre troppo spesse. È in questa consuetudine, così piena di tedio provinciale, di lontananza dal mondo civile, dagli stimoli come dalle opinioni, che esplode una violenza ancor più plumbea della vita di Jamie e della sua famiglia. Kurzel non risparmia nulla, dalle gole strangolate, ai soffocamenti alle torture di unghie strappate e carni peste e maciullate dalle botte. È cinema sovraccarico, il suo, carnefice di un'estetica “realista” che lavora per addizione all'interno di una cornice desaturata, di apparente (ma costruita) semplicità, e che al contempo si subordina alle esigenze di una recitazione paradossalmente equilibrata e ben concepita. Ciò che eleva il prodotto dalla mera capacità tecnica al podio del capolavoro è però l'aver saputo inscenare, in modo pressoché perfetto, la “teoria della rana”, una specie di metafora che non di rado viene sollevata quando si parla di lavaggio del cervello e/o reclutamento in sette religiose o gruppi di discussione a struttura clanica: se prendi una rana e la getti nell'acqua bollente, questa schizzerà lontana non appena il suo corpo entrerà in contatto con il calore, ma se prendi quello stesso animale, lo immergi nell'acqua fredda e pian piano lo lasci bollire accendendo un fuoco sotto la pentola, come per magia la rana non si accorgerà di nulla. Ed è ciò che fa Bunting con le sue vittime: le ammalia e le ipnotizza, si fa dapprima compiacente, allora decisamente ostile e, trattando chiunque con il pugno di ferro in guanto di velluto, dispensa promozioni e punizioni, riconoscimenti e biasimi con il medesimo criterio distributivo di un insegnante. Fino a quando il pupillo non condivide la stessa insania del maestro.

Snowtown non è importante per il suo (non) essere biopic movie, o per la possibilità che sottende di ricostruire un evento omicida con le fregiature ben intagliate del cinema d'essai, piuttosto per la straordinaria volontà di effigiare la logica, sottilissima ma estremamente persuasiva, che spinge l'uomo a giustificare il delitto per ragioni morali. E soprattutto a fare della giustizia una questione privata più che di stato, dietro la quale, in uno spazio infinitesimale, si cela il risolutivo senso di onnipotenza della follia.

Marco Marchetti








5 commenti:

  1. Capolavoro.
    Freddo, spietato, inquietante, disturbante.
    Complimenti per il parallelo con la rana, rende benissimo l'idea alla base del film.

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  2. che crudeltà per le povere rane....comunque il film ha entiusiasmato anche me...

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  3. La sequenza dell'uccisione in bagno è veramente disturbante, per sensazioni mi ha ricordato molto Kinatay di Brillante Mendoza. Complessivamente però è un film che non mi ha convinto del tutto, dovrò approfondire.

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  4. all'inizio si rimane un po' freddi, poi il film sale con un progressione lenta e cominci a pensare che non ci sia limite al peggio. eccezionale! e molto ben descritto. non conoscevo la teoria della rana, veramente molto interessante

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  5. Un vero e proprio inno alla lucida follia.

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