domenica 10 marzo 2013

Educazione siberiana

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2013, Gabriele Salvatores.

A scandagliare lo sparuto ventaglio di titoli italiani distribuiti negli ultimi mesi, verrebbe quasi da azzardare che la cinematografia nostrana stia subendo una specie di lento, imperscrutabile processo rivoluzionario, intendendo con tale termine non l'aspetto eminentemente politico della questione, piuttosto il senso etimologico; cioè il (ri)volgersi verso un territorio altro, sia esso geograficamente circoscritto a uno spazio storico e nazionale diverso (e avverso) al nostro, oppure ritagliato, a mo' di delimitatissima enclave, addirittura all'interno della cultura domestica.
Non ci sono margini di errore, le pellicole più interessanti dell'anno appena concluso, Reality di Matteo Garrone ed È stato il figlio di Daniele Ciprì, rientravano ancora nella seconda categoria (quella dei film “sudamericani” più che italiani), mentre le più notevoli in apertura d'annata, La migliore offerta di Giuseppe Tornatore e questa di Gabriele Salvatores, ricadono nella prima sezione, rappresentata direttamente dalle quote estere, ovvero l'America e la Siberia. Sembra che la formula persegua flessioni ricorrenti, e che pur con qualche variabile nella disposizione degli addendi, senza però che il risultato finale ne sia inficiato, sono gli attori stranieri a dettare le regole di questo cinema ad “ampio respiro”: definire italiani i protagonisti degli italianissimi lavori di un Garrone sarebbe un insulto alla lingua di Dante, così come di italiano non hanno nulla le star dell'ultima fatica firmata da Salvatores, John Malkovich in primis, uno stuolo di misconosciuti attori russi in secundis. Insomma, per fare un buon film italiano, bisogna innanzitutto levare ogni riferimento alla madre patria, svuotarla da riferimenti iconografici, semantici e linguistici che non siano la sfumatura vernacolare, la riserva del campanilismo oppure, nel tentativo ormai collaudato di rivolgersi al mercato internazionale, lo spostamento di ambientazione ben oltre le frontiere alpine. La scelta del regista era quasi obbligata, perché tra tutti questo singolare partenopeo era forse l'unico capace di mutare forma e faccia a seconda dell'occasione, di passare dalla fantascienza all'amatriciana al noir-poliziesco, dal dramma impegnato di un Niccolò Ammaniti alla commedia interpretata dai più blasonati feticci del genere. I risultati non sono mai stati spettacolari, anche se una certa parte della critica ha pensato bene di coccolarlo e collocarlo sul piedistallo eburneo dei maestri, e forse è proprio per questo motivo che Educazione siberiana odora di capolavoro; perché Salvatores, camaleontico e paradossale per natura, ha girato forse senza preciso senso della consapevolezza un film di dimensione tornatoriana, ovvero di grande monumentalità registica, cura maniacale per i dettagli, location estere e storia adattata dalla narrativa russa (il romanzo omonimo di Nicolai Lilin è edito da Einaudi) anziché da un qualche trattatello patrio. Le maestranze sono comunque di casa, dagli sceneggiatori Stefano Rulli e Alessandro Petraglia, fino alle musiche epiche ed etniche al contempo di Mauro Pagani e una fotografia lugubre e invernale ad opera di Italo Petriccione. Eppure il risultato è lontano anni luce da un mediocrissimo lavoretto approntato lungo lo stivale, seppur da più fonti (parrebbe) orientato a una semplificazione del romanzo.

Educazione siberiana è ambientato in epoca di perestrojka, in una comunità rurale della Siberia, poco oltre il fiume Nistro', la cui peculiarità è che i cittadini sono tutti criminali “onesti”; rubano, ammazzano e delinquono, hanno corpi coriacei ricoperti di tatuaggi, come dei libri perfettamente leggibili in cui ogni segno corrisponde a un preciso avvenimento biografico, ma fanno del male soltanto a poche categorie di persone: poliziotti, usurai e banchieri. Non tengono mai il denaro rubato in casa, perché nonostante tutto sanno che è una cosa sporca, detestano lo spaccio ed educano la famiglia nel rispetto delle tradizioni, unendo la preghiera a sedute di combattimento corpo a corpo, e insegnando ai ragazzi a usare il coltello per ammazzare a sangue freddo e nel modo più veloce. È in questo ambiente che crescono due cugini, Kolima (Arnas Federavicius) e Gagarin (Vilius Tumalavicius, sosia di Silvio Muccino), amici (e nemici) per la pelle, che sotto l'egida di nonno Kuzja (John Malkovich) cominciano a dedicarsi alla violenza e alle rapine, condividendo la refurtiva per il bene della famiglia, fino a quando Gagarin non viene catturato e si fa sette anni di prigione. Una volta uscito, il ragazzo è cambiato, è avido di potere, non rispetta più le usanze degli avi, e presto, con grande disapprovazione dei compagni, si dedica al commercio della droga facendo comunella con i membri di un clan rivale, il famigerato Seme nero. Ecco che a complicare la situazione giungono in città un medico e la sua giovane figlia, Xania (Eleanor Tomlinson), una ragazzina mezza matta che si invaghisce di Kolima scatenando (forse) l'invidia di Gagarin. La situazione si fa presto insostenibile, e tra i due amici di un tempo, altrimenti legati da vincoli profondissimi, nascono rancori ormai impossibili da perdonare.


Il film parte benissimo, destreggiandosi tra due momenti temporali, la (contro)educazione di Kolima e Gagarin da parte del nonno e, molto tempo dopo, il reclutamento di Kolima nell'esercito della neonata federazione russa che, lungo le inospitali montagne di qualche distretto periferico, è impiegato in una importante operazione anti-droga. Inutile dire che il capo dei malavitosi è niente meno che Gagarin, ormai abbandonato da tutti, braccato tra le foreste, ancora dedito all'immaginarsi re criminale di un impero sgretolatosi sul nascere. Se fosse rimasto su questa lunghezza d'onda, il film di Salvatores sarebbe stato perfetto, ma purtroppo si lascia spesso cadere tra piccole sbavature, niente di particolarmente grave, ma abbastanza per sviare l'attenzione dello spettatore dall'impalcatura generale della pellicola: l'idea centrale era infatti quella di dispiegare la vicenda a flash-back, con un continuo gioco di rimandi tra la Siberia anni Ottanta e la Russia dell'età di mezzo, appena uscita, timida e formicolante dal socialismo, ma non ancora proiettata in pieno nell'economia occidentale. Il meccanismo funziona, almeno fino a quando la simmetria tra i tre principali blocchi narrativi (l'infanzia di Kolima, la sua adolescenza, la sua esistenza dopo il crollo dell'URSS) non perde la propria indefinibile unitarietà, permettendo a un percorso di accavallarsi sull'altro anziché seguirne lo sviluppo, soffocando personaggi e motivazioni che spesso risultano poco chiare e di sicuro non risolte. Per esempio, perché dare così tanto spazio alla storia d'amore/amicizia con Xenia e pochissimo all'anelito criminale di Gagarin, che pure uscito di prigione si rivela sin da subito l'antitesi del più composto Kolima? Oppure, che fine ha fatto nonno Kuzja? A un certo punto scompare senza un perché, nonostante i dissapori tra lui e l'ormai ribelle Gagarin facciano supporre che fra i due si possa apertamente consumare un qualche conflitto generazionale. Spunti interessanti, anzi fondamentali, che però Salvatores non approfondisce, così della storia di Gagarin come imprenditore del crimine non sappiamo nulla, della fine di Kuzja meno che meno, e soprattutto continuiamo a chiederci, pur senza ottenere risposta alcuna, come Kolima sia finito sotto le armi. Insomma, c'è uno spazio cronologico insoluto, tra la fine tragica di Xenia (non si dice altro per evitare anticipazioni), periodo che chiude l'adolescenza dei cugini, e quello invece della maturità, con un Kolima in divisa e l'avversario che combatte ormai solo e disperato dall'altra parte della barricata. La resa dei conti tra i contendenti è comunque d'obbligo, ma le modalità non soddisfano affatto, vedere per credere.

Educazione siberiana è un grande film, che si avvale di ottime interpretazioni, scelte registiche straordinarie (evidente la lezione de La promessa dell'assassino), ma che sfortunatamente inciampa troppo spesso nell'ambiziosa complessità delle sue premesse. Fa niente, da un film italiano ci saremmo aspettati molto di meno, eppure resta sempre quel fastidio per non aver levigato le piccole asperità, le brutture, le scivolate stilistiche che se non si potevano evitare, almeno sarebbe stato lecito camuffarle. Aggiungendo per dire qualche pestaggio in più, rimuovendo qualche pecca di sentimentalismo di troppo. L'indice di appagamento è una mezza tacca sopra i tre quarti.  
Marco Marchetti









6 commenti:

  1. insomma, ci sono pezzi di vicende insoluti, ma parrebbe un film di una certa qualità a leggerti. altro segno di ripresa del nostro cinema.
    lo guarderò sicuramente :)

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    1. Proprio così, manca forse quella coesione tra le parti, almeno a livello eminentemente narrativo, eppure la regia è lontana anni luce dal prodotto medio italiano; di sicuro è un film che potrà competere sul piano internazionale.

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  2. Ho amato il libro di Lilin (anche se devo capire quanto sia vero e quanto inventato, e se non si vuole approfittare dell'occasione per creare un personaggio) ma non ho ancora avuto modo di veder eil film. Sono molto ansioso...

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  3. dopo il romanzo certamente amerò anche il film.....

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  4. Sono curiosa! Bellissima recensione.. complimenti

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  5. Ho visto il film e non mi ha convinto del tutto... leggedo la tua rece ho capito il perchè. In effetti, Salvatores si conferma l'autore che è, ma manca qualcosa nell'economia del film. Doveva osare qualcosa di più, e non fermarsi al minimalismo, forse... è solo un'idea. E, tornando ai film italiani, trovo che quello di Garrone sia immenso. Un cult assoluto, da vedere e far vedere ...

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