mercoledì 6 marzo 2013

Stay – Stay, nel labirinto della mente

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2005, Marc Forster.

Marc Forster è uno di quei registi che si sentono nominare spesso ma che non si capisce bene a cosa servano, un po' come l'indice Mibtel o il Dow Jones, e che nonostante il senso di mistero a cui sono collegati riescono sempre a condizionarti forse non la vita, ma di sicuro la percezione del denaro che hai nel portafoglio e quella del cinema, rispettivamente. Forster è un mestierante più che un uomo di spettacolo, e se da uno svizzero non c'è da aspettarsi molto più che cioccolato e orologi a cucù, almeno il nostro elvetico trapiantato sin da giovane nella Grande Mela ha saputo tenere alto l'onore patrio con qualche film di un certo livello tecnico; è stato lui, per chi l'avesse scordato, a regalare l'Orso d'Argento e l'Oscar ad Hale Barry con Monster's Ball (2001), ed è sempre a lui che si devono imputare i piuttosto celebrati successi di pubblico come Neverland (2004), Il cacciatore di aquiloni (2007), Quantum of Solace (2008) e il (parrebbe) più interessante e ormai prossimo all'uscita World War Z. Insomma, il nostro è uno bravino e con cui non si scherza, anche se con questo Stay – Nel labirinto della mente, il germanico regista ha pisciato di qualche spanna fuori dal vaso, regalando al pubblico un pizzico di avversione per il gesto assai maleducato e, come spesso capita in casi analoghi, quell'empito di fastidio per l'ineluttabilità della pulizia. D'altronde non è certo colpa dell'avventore se la pellicola parte come un ottimo thriller “a puzzle”, si sviluppa nell'anticamera dell'orrore preternaturale a cui forse, però, è sottesa ancora una spiegazione di ordine psicologico, e si inalbera infine nel guazzabuglio svergognato della libera interpretazione. Lasciando tutti a bocca asciutta, con molti interrogativi, pochissime risposte e ancor meno soddisfazione.

Forster non lesina in attori di grosso calibro, com'è nel suo stile, che fanno comunque tutti il loro lavoro, com'è nel loro stile: Ewan McGregor è Sam Foster, psichiatra di una certa caratura professionale, fidanzato e convivente con Lila Culpepper (una sempre bellissima Naomi Watts), una sua ex-paziente con manie suicide all'apparenza superate che ha trovato la strada della realizzazione personale nella pittura; un giorno il bravo dottore deve fare i conti con un caso stranissimo, che in un primo momento tenta di padroneggiare, in un secondo tempo non riesce più a gestire e come epilogo finisce per farsi condizionare a tal punto da vanificare le consuetudinarie barriere tra medico e paziente: la spina nel fianco si chiama Henry Letham (Ryan Gosling), uno psicotico che sente le voci, soffre di simpatie dinamitarde, è dedito all'autolesionismo (quando un tizio in metropolitana gli chiede di spegnere la sigaretta, il ragazzo non esista a premersi il mozzicone sull'avambraccio) e soprattutto ha pianificato il suo suicidio: la mezzanotte di sabato venturo. La storia che racconta è molto curiosa, piena di contraddizioni, elementi confusionari, stralci di incoerenza frammischiati a farfugliamenti e discordanze di varia entità: sostiene che i genitori siano morti, quindi che li abbia uccisi lui, allora riconosce il padre in un collega non vedente dello psichiatra, che di conseguenza lo allontana ritenendolo giustamente matto, perciò consente a Sam di far visita alla sua casa; un'elegante abitazione in cui si muove, tra stanze enormi e spettrali, una donna altrettanto malata che presto si scoprirà essere la “defunta” madre di Henry. Forse, almeno, perché Sam non è più sicuro di niente, e mentre indaga sulla vita del singolare paziente, setacciandone bugie, menzogne e insensatezze, scopre che la follia può diventare una malattia altamente infettiva, e che a quanto pare il medico ne è oramai stato contagiato. Che fine hanno fatto i genitori di Henry? Sono davvero periti come il ragazzo sostiene, o si tratta invece di una elaborata macchinazione? O magari è tutto nella mente di Sam, e quel che sente, vede e percepisce non è altro che un'illusione raffinatissima dei suoi sensi, una proiezione dell'inconscio nel mondo reale e che, come tale, non conserva niente al di fuori dell'apparenza?

Le premesse erano interessanti, se non altro perché Forster partiva in quarta con una variazione sul tema dei vari Il sesto senso (1999), Memento (2000) o Shutter Island (2010), ma poi dirige la copia appena più accurata di Campfire Tales (1997), che se non fosse un horror per ragazzini si potrebbe addirittura definire un ipotetico modello di riferimento dalla cui costola il regista ha progettato un plagio più o meno dichiarato. La forma è diversa, ma la sostanza non cambia se non di poche gradazioni, e senza il bisogno di rivelare troppo, basti accennare al fatto che il finale è il solito twist scritto mille volte, ormai annacquato nell'uso, edulcorato dalla convenzione, imbalsamato quindi nelle maglie di formule abusate, ma che al tempo di Campfire Tales costituiva ancora un unicum; con la differenza importante, però, che in altri casi la pellicola si chiudeva in bellezza con una firma in calce alla coerenza, in questa al contrario il mistero non si risolve se non per intuizioni disordinatamente predisposte e squadernate in una pedissequa imitazione di un film di Lynch, o perlomeno alla sua maniera. Tanto fumo e niente arrosto, per così dire. È infatti ciò che si evince ai titoli di coda, quando lo “spiegone” non spiega un bel niente, la storia che abbiamo appena visto potrebbe essere il delirio di un pazzo, un'opera di collisione tra mondi paralleli (in questa eventuale situazione, essa sarebbe comunque approfondita in modo ben poco meritorio) o forse un miscuglio tra le due cose, dove non importa chi tifa per cosa, perché tanto alla fine è sempre questione di punti di vista.

Difficile capirci qualcosa, perché lo sceneggiatore e romanziere, David Benioff, è un pezzo da novanta, ed è a lui che si devono i copioni di pellicole di grande rilevanza come La 25° ora (2003) o Troy (2004), eppure in questo caso manca l'obiettivo pur cadendo tutto sommato abbastanza in piedi. Peccato, perché infatti il ritmo non mancava, la tensione neppure, così come la volontà di lasciarsi stupire da una rivelazione fuori dagli schemi ma abbastanza profonda da colpire duro. Invece Stay è come una bella donna che sul più bello si rivela un transessuale dal sedere peloso: si parte con un certo indefinibile desiderio, che allo svestire del corpo diviene voluttà, ma che subito si volge in raccapriccio una volta assodato il fine inganno. Per qualcuno la situazione potrebbe anche rivelarsi una piacevole sorpresa, ma per molti altri sarebbe un colpo troppo pesante da incassare: ecco, il film di Forster è sconsigliato ai secondi piuttosto che ai primi, cioè a coloro che ancora seguono le vecchie mode, onorano le usanze magari superate, si divertono con poco e preferiscono i bei film di una volta alle conclusioni allucinate di quel contenitore etichettato come modernità. Punti di forza? Almeno due (a cui si aggiunge, come terza opzione, la faccia da culo di Gosling, per chi è fan di questo attore): il montaggio straniante, curato da Matt Chesse (nome che ricorre in tutte le produzioni targate Forster), capace da solo di giocare a rimpiattino con lo sguardo, sottraendo e aggiungendo particolari, facendo apparire e scomparire personaggi ed elementi periferici un po' come un prestigiatore con il proverbiale coniglio; e da ultimo l'apparato scenografico (curato da George DeTitta Jr. e Jonathan Arkin), un po' da videoclip, che senza né ordine né rigore permette ai personaggi di passare da una stanza arredata in stile minimal futuristico all'interno barocco di un mausoleo o di un acquario. Che ci azzecchi uno stanzone alla Bernini con un ospedale non è dato di sapere, ma d'altronde è un film surreale, tutto è concesso.
Marco Marchetti






2 commenti:

  1. vero quanta roba ha diretto forest ^_^

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  2. condivido il giudizio, piacevole, anche intrigante come film, forse un po' troppo confuso e per quanto possa affascinare è la teoria, sugli attimi che precedono la morte, meno plausibile che mi sia mai capitata.
    bravi gli attori, decisamente

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