venerdì 14 dicembre 2012

Moonrise Kingdom

17
2012, Wes Anderson.

Eccolo qui, l'ultimo Wes Anderson, il registucolo da Sundance eletto per votazione plebiscitaria di stampo radical nume inconsapevole del (contro)cinema americano riformato; il prescelto tra i chiamati, il delegato favorito tra le liste di proclamazione redatte in carta pergamenata dai più fini giornalisti, l'ambasciatore della resistenza cinematografica il cui titolo nobiliare eccelle tra i consimili poiché stampigliato in suggelli di ceralacca da pennivendoli domenicali al soldo dei circuiti d'essai.
Eccolo, il conte a stelle e strisce delle pellicole “oltre” e “altre”, il barone incoronato re e santificato dal pubblichino sinistrorso ma democratico con tanto di turibolo papale e acquasantiera propiziatoria. Venga il suo regno, sia fatta la sua volontà; sua e quella della ciurma cavalleresca che fedelmente lo accompagna in battaglia, da Bill Murray, volto nel marmo scolpito dai tempi dei Tenenbaum (2001), e presto riconfermato ne Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004), a Jason Schwarzman de Il treno per Darjeeling (2007), passando per gli alfieri rettamente ricompensati tra i quali Bruce Willis, Edward Norton, Tilda Swinton, Frances McDormand e persino Harvey Keitel. Una corte tanto fastosa da far invidia a Ludovico il Moro Sforza, così rimpolpata da primeggiare con gli Este e i Gonzaga, a tal punto onorata da rivaleggiare con la supremazia cardinalizia dei Colonna e Piccolomini.

Con una confezione di tal fattura, aperta da movimenti di macchina morbidissimi come giochi nell'acqua, sublimata da rifrazioni ad incastro e mirabolanti effetti ottici, contornata da delicate scenografie anni Sessanta nonché cesellata su carta da Roman Coppola, figlio di Frances Ford, il plauso è d'obbligo, lo stupore una necessità, il fascino un imperativo perentorio senza deroghe alla categoria. E non parliamo della bella fabella colà affrescata tra ludi circensi e tornei galanti all'insegna dell'amor cortese, ovvero quella di Sam e Suzy (Jared Gilman e Kara Hayward), boy-scout undicenne orfano e occhialuto lui, lolita dodicenne cresciuta in una famiglia di avvocati disfunzionali lei, che decidono di scappare da casa per arenarsi tra i faraglioni di una caletta, galeotto il pio desiderio che unisce le anime (e anche un po' i corpi) di questi preadolescenti ribelli ma simpatici. Ne passeranno di cotte e di crude, inseguiti da poliziotti dal cuore tenero, legislatori dalla favella ardita, assistenti sociali sotto mentite spoglie, e tante cattivissime Giovani Marmotte convertitesi inspiegabilmente verso il finale alla giustezza della causa. Tutto frizza, scoppietta, borbotta e gorgoglia nelle fiale alchemiche di un regista furbaccione, che pastrocchia formulette scaricate da internet, prepara le sue lenze per pesci boccaloni e getta nei mari esche dal sapore sciropposo.

Moonrise Kingdom, a dispetto del titolo ancor più altisonante delle sue grancasse, degli oboi e dei fiati arrangiati da un Purcell e sapientemente orchestrati da Alexandre Desplat, resta il tentativo volgarissimo e altrettanto volgarmente pacchiano di ricostruire un'epoca (per fortuna) tramontata e che nessuno, tranne i diretti interessati, vorrebbe per davvero né con nessun mezzo restaurare. E lo si fa nel modo più becero e laccato che un regista pur tecnicamente capace come Anderson riesce a concepire: immergendo il suo film in un ricettario take away ebbro di salse amarognole e carni bovine troppo cotte in alcuni tratti, crude in altri e lasciate marcire alle estremità; frullando ammennicoli d'antan con un pizzico di cattivo gusto e una sfarinata di kitsch per poverelli; mescolando in una teglia di prevedibilità e servendo infine in un tripudio rococò di piattini, tazzine e forchette intagliate, tra una saliera del Cellini e le chincaglierie arcimboldesche di una camera delle meraviglie asburgica. La pietanza sedurrà pure gli occhi, ma l'intingolo è talmente rozzo da appiccicarsi alla lingua e compromettere con inesorabile sventura i piaceri di una buona cucina. Si ingoia per educazione per la prima mezzora, quindi si corre al gabinetto... pardon, alla toilette, a rigettare quanto ormai lo stomaco (e il buonsenso) non riescono più a trattenere.
Marco Marchetti


17 commenti:

  1. Marco, m'è parso di capire che il film non ti sia piaciuto, ahah! con ricche metafore, hai reso il senso del perché... sono fermo ai Tenenbaum e Zissou, mi avevano divertito, ma poi non ho visto altro. in ogni caso, se qualche serata non permette altro, penso lo guarderò, per curiosità

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    1. Guarda, è una gran chitarronata, un film di una volgarità laccatissima, inutilmente noioso, una bambinata senza né capo né coda che si nasconde dietro la patina di cinema d'autore per elevarsi al pulpito supremo del cosiddetto "indie". Lascia perdere che poi ti arrabbi; I Tenenbaum era carino, e anche Le avventure di Steve Zissou, questo è una porcata e basta. Non è neanche cinema, per quel che mi riguarda. Non mi ha detto proprio niente, solo un'ora e mezza di cagnara e sciocchezze ben musicate e dirette.

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  2. non ho visto questo per cui non entro nel merito..posso capire non ti piaccia il buon wes,ma mi sembri un tantino,come dire,livoroso..mi pare che spari un pò troppo pesante,tutto sommato..non vedo,nel buon wes,più ipocrisia o furbizia che in tanti altri sedicenti "alternativi",anzi...dano ai suoi fim il peso che meritano,mi sembrano opere assolutamente oneste,tutto sommato non altisonanti,e spesso(non sempre)godibili..nella tua categoria di furbetti predestinati e baciati da una presunta grazia vedo molto di più una coppola,per dire..

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  3. Màh...Anderson è certamente molto sopravvalutato e "di moda", non ho mai visto neppure tutti i suoi film, ma è innegabile che abbia un suo stile riconoscibile seppur possa non piacere. Di questi tempi è già parecchio. Ed è innegabile che utilizzi molto bene la musica e tante belle canzoni, appropriatamente alla storia e alle sequenze.Da appassionato musicofilo quale sono,può già bastare.
    La rece non ho capito se parla del film o di araldica delle famiglie aristocratiche di Roma e Milano.
    Anch'io non credevo che esistessero davvero le "Giovani Marmotte" se non nei fumetti di Qui, Quo, Qua. Poi lo scoprii ancora bambino, quando già sapevo riconoscere una filiera di bambini vestiti da cretini comandati da cretino adulto vestito da bambino. Con i pantaloncini corti all'inglese anche se fa 15 sotto zero(forse perchè è così più facile da parte dell'istruttore immancabilmente pedofilo fargli il buciolo del culo "alla zuava", dati gli enormi scandali che l'organizzazione ha avuto nei paesi anglosassoni. Naturalmente le GM di "indirizzo" più cattolico, sempre i più depravati.)

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  4. pochi cazzi, Moonrise Kingdom è una bomba, un film squisito, delicato e leggero, e Wes Anderson sarà anche di moda ma ci sa fare dietro la macchina da presa, e anche di brutto.

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  5. Al di là della solita architettura estetica e del suo manierismo, l'ho trovato godibile. La rappresentazione di un mondo laccato, ipocrita e imbalsamato, prossimo al disfacimento e alla ribellione giovanile (flower power alle porte). Mi sono immaginato in un flashforward i due protagonisti sedicenni a Woodstock.
    Come si ricorda un paio di volte quando entrano in ballo I servizi sociali, c'era sempre pronto un elettroschock per chi non seguiva vla retta via...

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  6. Visto stò filmetto. E' solo un filmetto, auto indulgente ed estremamente manierato e anodino come spesso è Anderson, noiosetto e inconcludente finanche insignificante, nella sua durata risicata di 86' senza titoli di coda.Ma da qui a sfoderare una tale rissosità, il Martelli farebbe bene a risparmiarsela e serbarla per noi e per ben altro di stomachevole produzione italica( dove e chi altri sennò),la quale ha proditoriamente menato al massimo con un piumino da cipria.

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  7. penso che Marco avesse qualche conto in sospeso con Anderson, ahah!
    visto che dopotutto questo film non ha avuto alcun riconoscimento in termini di premi (mi sembra), effettivamente... giusto apostrofare invece la monnezza che - capita - vince a festival ecc..., vedi belatarrate, kimkidukkate, e via scorre(gia)ndo.
    ovviamente, sempre opinionando in proprio.

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  8. visto... concordo con brazzz (anche sulla coppolina insignificante) e napoleone su quel che dice sia a riguardo dei boyscouttoli che del filmetto... è proprio un filmetto da niente, forse adatto a ragazzi pre-puberali.

    Marco, se l'avessi recensito probabilmente non avrei scritto più di 10 righe, questo per dirti che a mio parere, anche se per biasimarlo, ti ci sei impegnato fin troppo :)

    mi stupisce Lorant che definisce questa robetta una bomba. allora Holy Motors cos'è, iperspazio intercelluloidare?

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    1. l'ho definito "una bomba" perchè nel suo genere è davvero un film fatto bene, fighissimo, poi ovvio de gustibus, però non accetto che sia definito solo un "filmetto" perchè lo sapete anche voi detrattori che non è così.
      Holy Motors è DIO in confronto ovvio, un'altra galassia.

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    2. ok Lorant, si tratta di definire le sfumature degli aggettivi... però dirmi che sono un "detrattore" perché dico che è un filmetto e che "so che non è così" è come darmi del mentitore, questa cosa se permetti mi dà fastidio. fammi capire, cosa me ne viene a me di esprimere giudizi per principio?
      io penso tu sia più che sincero nell'esprimere il tuo parere, ti prego perlomeno di pensare altrettanto di me e di altri che non la pensano come te su questo film

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    3. assolutamente rob, ci mancherebbe altro, qua tutto è opinabile, può piacere o meno, come ho già detto. Nessun problema.

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  9. Il filmetto difatti è scritto dal fratello di Sofia, Roman Coppola.

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  10. Per me nella critica avete trascurato alcuni elementi essenziali (che ho già sottolineato), forse perché trascinati dalla prevenzione o dal divertimento di stroncare un regista che, badate bene, neanch'io amo particolarmente. Per me ad esempio Steve Zissou, notevole esteticamente, è di una noia mortale. Iniziare una recensione con: "registucolo da Sundance" mi sa da sentenza già scritta prima di vedere il film.

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  11. tutto quello che vuoi Lucien, ma lascia stare il plurale. sono contento di ospitare più "voci", ma ognuno scrive di suo pugno senza alcun mio intervento e ne risponde personalmente.
    e poi questo film è veramente una cagatella da niente per pischelletti, non facciamone un caso eclatante per dare addosso a Marco, non è proprio il caso

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  12. Wes Anderson è uno a parte, quasi direi che fa sempre lo stesso film, con variazioni, slapstick, follie, a volte mi sembra che stia per scivolare verso la boiata pazzesca (anche "Ubriaco d'amore", di un altro Anderson, mi ha fatto lo stesso effetto), poi naturalmente Anderson (entrambi) riprendono le fila e la sinfonia è compiuta e ha un senso e anche è bella, ma qualche attimo di spavento te lo prendi.

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