venerdì 7 dicembre 2012

Kotoko

12
2011, Shinya Tsukamoto.

Una ragazza madre, sola col figlioletto e con le sue tremende psicopatie: vede doppio in modo particolare; pericolosamente schizofrenica per sé e per gli altri; autolesionista, con lame affilate si procura ferite e sanguinamenti. Affideranno il bimbo alla sorella e nel mentre conoscerà uno scrittore che da una parte s'infatuerà di lei, dall'altra sembrerà volerla plagiare. Il figlio le ritornerà, ma per poco, dovranno toglierglielo ancora, e stavolta per sempre... per lei nessuna salvezza possibile.

Difficile dire se Kotoko era già così anche prima della nascita di Daijiro. Ora percepisce un mondo ostile, a partire dall'uomo che l'ha abbandonata, passando per i cinegiornali che frequentemente parlano di crimini contro i bambini. Il suo corpo le è ostile. Il dolore, e l'odore delle ferite che si provoca la fanno sentire viva in un modo che è quasi una condanna. Vede doppio perché vede le persone sdoppiate in una copia buona ed una cattiva della stessa; la paura la spinge ad aggredire quella cattiva. Vive in un costante stato allucinato.
Quando rimane senza il figlio conosce Tanaka, scrittore di successo interpretato dallo stesso Tsukamoto (il quale si autocita, presentandosi come l'autore di "Bullet Ballet"). Questi comprende le particolarità della ragazza e anche se questa lo ricambia con inaudite violenze ci si lega ma il suo non è un fare puramente benevolo. Lei vive, sì, un momento di particolare riflessione, riversando su di lui le violenze e sembra migliorare, tanto che le ridaranno il figlio, ma... lascio qualche spoiler alle immagini. E' un film che "parla" soprattutto con quelle, con poche e affatto ermetiche simbologie, di sintesi.

Un Capolavoro del grande Shinya Tsukamoto il quale deve dividere l'encomio solenne con l'eccezionale Cocco, cantautrice nella vita e qua attrice protagonista (sua la o.s.t. di "Vital"), in un film da lei particolarmente sentito, struggenti le sue canzoni durante la vicenda. Cocco ha vissuto l'esperienza di perdere un figlio, seppure in circostanze - immagino - più "ordinarie". Non di meno dimostra presenza di spirito ed empatia totale col personaggio, talmente tale da far sembrare alcune scene riprese di rapina, in uno spaventoso documentario.

Seppure in una forma sconvolgente, Kotoko riversa su di sé tutte le paure di una donna per il figlio. Non controllandole si distrugge. L'abilità ipercinetica della macchina di presa comandata da Tsukamoto ci ubriacherà nei momenti di pazzia e, senza alcun taglio netto, rallenterà sui ritorni alla realtà di Kotoko, a primi piani di un pianto irrefrenabile sul corpo del bimbo, prima di un quasi infanticidio. Pur vedendola quasi sempre esternamente, siamo su di lei in soggettiva, emotivamente, e il film è un viaggio dentro una mente complessa, dissociata dalla realtà. E se fosse, non solo a tratti ma tutto il film, la rappresentazione della realtà prodotta da una mente allucinata? Il finale lascia sconcertanti dubbi, tranne uno: che Kotoko è una mamma.

La mente va a diversi film per alcuni punti in comune. Il primo è sicuramente il misconosciuto "Diario di una schizofrenica", capolavoro di Nelo Risi. Inevitabile citare un'altro film poco noto quanto impressionante, "Dans ma peau" di Marina De Van, che tratta del medesimo autolesionismo attuato da Kotoko ma in forma molto più estrema. Del mio amatissimo Genio di Danimarca, Lars von Trier, me ne vengono in mente addirittura tre: "Medea", "Dancer in the dark" e soprattutto "Antichrist". Ma questi son solo miei pensieri, "problemi" personali da risolvere. "Kotoko" è un film meraviglioso di per sé, non ha bisogno d'alcun sistema di riferimento.

A Venezia 2011 ha vinto il premio Orizzonti per il miglior lungometraggio. Devo ancora vedere il Leone d'Oro, "Faust" di Aleksandr Sokurov, non riesco a fare paragoni per il momento. La mia massima curiosità, in termini di confronto, è per la vincitrice del premio Coppa Volpi migliore attrice: Deanie Yip, in "Tao Jie (A Simple Life)" di Ann Hui. Cosa avrà mai fatto più dell'immensa Cocco/Kotoko?
Robydick






























12 commenti:

  1. dopo alcune prove mediocri, il nostro è tornato..

    RispondiElimina
  2. un film schizofrenico e disturbante. non ho ancora capito se mi sia piaciuto o meno, forse non lo capirò mai... :)
    comunque merita sicuramente una visione

    RispondiElimina
  3. brazzz, io di roba mediocre di Tsukamoto non ne ho vista, ma forse mi son perso qualche tappa...

    RispondiElimina
  4. eh Marco, capisco cosa intendi... dipende come ti prende un film del genere. le sparate tachicardiche sono parte di quel tipo di personalità però, anche se sicuramente il regista ha dato spazio al suo estro. non a caso cita Bullet Ballet

    RispondiElimina
  5. Mandamelo Roby, sottotit., uno Tsukamoto che mi e' colpevolmente sfuggito. Anch'io facevo il parallelo obbligato con il film della De Van. Dici che lei possa essere piu' estrema di Tsukamoto, conoscendolo?

    RispondiElimina
  6. il film della De Van è interamente centrato sull'autolesionismo, e da quel punto di vista è molto più duro - e sanguinolento - di questo, senza dubbio

    RispondiElimina
  7. mi avete fatto salire una scimmia incredibile, credo che sarà una delle mie prossime visioni appena mi riprendo da Holy Motors...

    RispondiElimina
  8. dopo lo scivolone del terzo tetsuo (orribile e irriconoscibile) Shinya torna alla carica alla grande cazzo!

    RispondiElimina
  9. ecco robi..il terzo tetsuo..a quello mi riferivo..ciao amicominatore

    RispondiElimina
  10. a me non è dispiaciuto l'ultimo Tetsuo, anche se certo non del livello dei primi 2

    RispondiElimina
  11. Non conosco moltissimo questo regista [ho visto solo i primi due "Testsuo" e "A snake of June"], però fa delle opere veramente particolari, e questa non è da meno. Non un capolavoro a mio dire, ma disturbante quanto basta. Può piacere o no, ma non lascia indifferenti, pertanto merita un visione.

    RispondiElimina
  12. io li ho visti quasi tutti Giacomo, e non ne ho buttato nemmeno uno.

    RispondiElimina