giovedì 3 giugno 2010

Achille e la tartaruga

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2008, Takeshi Kitano.

Il titolo prende spunto dal notissimo Paradosso di Achille e la tartaruga, e lo spiega persino nei primi frame con un'animazione. Dove vuole andare a parare comincerà ad essere chiaro già a metà film.
Assisteremo all'intera vita di Machisu, in 3 fasi: bambino, adolescenza fino al matrimonio, mezza età. Nell'ultima ci sarà Kitano in persona ad interpretare il protagonista.

La prima parte, a mio parere la meno riuscita ma fondamentale a comprendere il personaggio, illustra Machisu ancora bambino che ha la fissazione di dipingere. Non fa altro che dipingere, ovunque, anche a scuola durante le ore di lezione. Nessuno osa contraddirlo, è figlio di un uomo ricco e potente, è introverso, non apre quasi mai bocca e non gli importa nulla degli altri, non per superbia ma proprio per carattere: pensa solo a dipingere. Ci saranno non pochi problemi per lui quando per una disgrazia economica si ritroverà orfano...
Da ragazzo si mantiene con modesti lavori, sempre però pensando a dipingere, vuole diventare un pittore a tutti i costi. Un critico titolare di una galleria d'arte diventa il suo riferimento, ma quest'ultimo non è mai soddisfatto delle opere di Machisu, esige maggiore cultura e meno improvvisazione. Nel frattempo si iscriverà ad una scuola d'arte e si sposerà.
L'adulto, ancora privo del benché minimo riconoscimento delle sue qualità d'artista, sarà ancora spronato dal critico, ma adesso c'è una costante spinta a cercare cose nuove, mai viste prima. Tutti i pochi guadagni che realizza la moglie finiscono in colori e tele, mai un'entrata dai quadri, diversi problemi anche di tipo legale per combinare quello che combina con la complicità passiva della moglie, la sola persona che crede in lui.

La storia del Machisu bambino è piuttosto noiosa e prolissa, apparentemente ho detto molto anche delle altre 2 fasi ma in realtà ho detto poco. La parte del bambino appare abbastanza convenzionale e tranne qualche "kitanata" è la classica favoletta drammatica del bambino chiuso, semimuto e talentuoso.
E' poi così talentuoso il bambino? Da giovane quando comincia a frequentare il critico e la scuola d'arte non pochi dubbi insorgono. E' sicuramente molto influenzabile, si fa trascinare in ogni iniziativa, copia di fatto opere di altri. Se da bambino perlomeno seguiva un Suo Proprio percorso poi crescendo il desiderio di affermarsi, magari non per arricchirsi ma solo per trovare un riconoscimento gratificante diventa prioritario.
Da adulto cresciuto il bisogno di affermazione lo porta addirittura a compiere gesti ed azioni folli, degni di un pazzo che però pazzo non è solo che vorrebbe esserlo. Ormai completamente dimenticato il proprio talento fanciullesco, la ricerca di qualcosa che riesca ad impressionare il critico diventa il centro della sua vita, a livello patologico, chiunque ruota intorno alla sua vita ha senso solo se funzionale al suo scopo. Le gag che già col ragazzo cominciavano a diventare importanti qua nell'ultima parte, la più bella per me, sono drammaticamente esilaranti.

Cos'è questo film, una critica o un'autocritica? Tante le interpretazioni ed i significati attribuibili a questo particolare film, non unanimemente apprezzato anche se io, lo sottolineo, sono tra gli estimatori. A prescindere dal giudizio cinefilo, mette in evidenza tanti aspetti del mondo dell'arte, non solo della pittura, e lo fa in modo semplice e diretto, alcune didascalie spiegano persino cosa accade in alcune situazioni.
Il "voler compiacere", tema principe, non è un'esclusiva degli artisti, è un problema di vita per tutti. In qualunque mestiere, hobby o qualsiasi attività, compreso ad esempio queste recensioni che scrivo in sostanziale libertà il rischio di condizionare il proprio modo di comportarsi o di esprimersi sulla base del gusto altrui è sempre presente. Anche senza arrivare al delirio di Machisu è difficile negare che inconsciamente subiamo il fascino del complimento altrui e che lo cerchiamo già a priori. Argomento molto sottile sul quale è difficilissimo essere obiettivi.
Visibile, anche per un profano come me, una certa critica all'arte moderna che cerca a tutti i costi un'inutile originalità portando in alcuni casi ad opere che definire bizzarre è riduttivo. Anche qua però l'arte è metafora di vita comune, nel senso che molti cercano un tratto distintivo, di essere e fare qualcuno o qualcosa che non s'è mai visto, cosa affatto sbagliata e che certo è fonte di progresso solo che quando non supportata da talento e spinta solo da ambizione porta a risultati deplorevoli quando non estremamente dannosi. Altro argomento sottile.

Un film facile, anzi facilissimo, che porta a cento, mille pensieri e qua c'è la grande lezione di Kitano, nello specifico. Non ha fatto un film originalissimo, non ha fatto un film che cerca il plauso, che non ha ottenuto né dal pubblico né dalla critica (salvo rari casi, tra cui il mio), eppure ha fatto un film "alla kitano", dove si parla di argomenti importanti (ne ho omessi alcuni), senza iperboli, eccessi, in modo cristallino.

Non da Olimpo ma sicuramente un film di grandissima godibilità, che fa lavorare il capoccione a posteriori: solo quando finisce si capiscono molte cose.
Grandissima testa Kitano, uno dei miei miti tra i cineasti viventi.


2 commenti:

  1. me lo segno tra i film da vedere. Mi piace come hai impaginato il blog, ora è organizzato meglio. Ciao!

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  2. uh?!? m'ero perso questo commento! :)
    grazie Ale, ciao.

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