sabato 6 febbraio 2010

Lo spazio bianco

9
2009, Francesca Comencini.

Sono scosso. La mia non sarà una recensione obiettiva. Se avrete la pazienza di leggere capirete le ragioni.

Sinossi in brevissimo: Maria è "primipara attempata", come viene definita nel film. La figlia, non accettata dal compagno occasionale con cui l'ha generata, nasce a 6 mesi di gestazione,
quindi gravemente prematura. Dovrà trascorrere un lungo periodo in incubatrice, potrà morire, avere seri problemi, essere cieca, o sorda. Tutto è possibile...

La storia viene alleggerita ed arricchita dalle vicende personali di Maria, insegnante in una scuola delle 150 ore per adulti sempre in cerca di un'aula dove andare, coi suoi casi umani. E' vicina di casa di una donna magistrato che vive blindata con la scorta e non vede i figli da 3 anni. Altre piccole cose, tra cui altri amori, raccontate sul prima e sul dopo della nascita.

Il cuore della trama è però la bambina in ospedale, Irene, che appena s'intravede tranne nel toccante finale.
E' di questo che voglio soprattutto parlare, se ci riesco.

Ho avuto personalmente questa esperienza. I miei 2 primi figli, i gemelli Leonardo e Lorenzo, sono nati gravemente prematuri a 6 mesi, esattamente come Irene. Spesso, in occasione di altre recensioni dove l'argomento era la diversità della disabilità, ne ho parlato, ma mai ho descritto l'esperienza in ospedale della loro nascita. Non è un caso, mi ha minato la vita irreparabilmente nel bene e nel male.

Contrazioni improvvise. Corri in ospedale, alla Mangiagalli di Milano, convinto che basti un po' di farmaco e vedi tua moglie piangente uscire dal pronto soccorso su un lettino diretto alla sala parto. Uno dei 2 ha rotto la placenta. E' troppo presto, lo sai, cominci a chiedere informazioni. Gli devono ritardare il parto per almeno 24h, giusto il tempo di dare un farmaco che aiuta i polmoni a svilupparsi. Monitor, perdite di sangue, lei che il panico supera i dolori.
Nascono vivi, il primo passo. Faccio appena in tempo a prenderne uno in mano, Lorenzo mi sta proprio sopra una mano, sembra un piccolo marziano. Pesano 700gr prima del calo fisiologico. Via di corsa in Terapia Intensiva, in incubatrice. Mia moglie li vedrà dopo 2 giorni, appena riuscirà ad alzarsi dal letto dopo il cesareo. Io ero già stato lì dentro.
C'è uno stanzino dove bisogna lavarsi le mani fino al gomito. Poi indossiamo camice, sovrascarpe, cuffia per capelli e mascherina. Apri la porta e sei accolto dai ticchettii dei monitor. Si entra un genitore per figlio, noi entriamo entrambi perché sono due. Si va all'incubatrice da quell'esserino con gli occhi quasi sempre chiusi. Ci sono 2 aperture dove poter infilare le mani per poterlo accarezzare, toccare, dargli il latte che le donne si sono tirate prima in un'altra stanza. 4 volte al giorno: mattina presto, pranzo, pomeriggio, sera.
Torni a casa, ceni e vai a letto. Non ci sei, sei là, non sai cosa ti aspetta quando arriverai la mattina, la notte è la pausa più lunga tra una visita e l'altra. Arriviamo trafelati con fare apparentemente calmo. Vestizione poi entri, e basta un minimo dettaglio a scatenare il panico. La prima volta che hanno spostato l'incubatrice di uno dei miei figli m'è andato il cuore in gola. Entro e non lo trovo. Dov'è? Dottore! Infermiera! Calma, è lì. Ah, grazie. Gli vai vicino e sfoghi un pianto a fiume.
I monitor, altro fattore di panico. Misurano battiti, pressione, saturazione di ossigeno nel sangue. Quest'ultimo indice è quello che procura più allarmi. Il loro suono è ancora nei miei incubi. Se non era quello di tuo figlio era quello di un altro, ogni 5 min partiva un allarme, scene di agitazione, che succede? poi arrivava qualcuno e quasi sempre si risolveva la cosa. Gli occhi si fissavano su quei monitor certe volte senza staccarsi. Quando partiva un allarme era come un risveglio improvviso da un sonno nero, di assenza.

Ormai noi "genitori della terapia intensiva" ci conoscevamo tutti, eravamo una piccola comunità di disperati. All'inizio non sai nemmeno bene se e come raccontare le quotidiane buone o cattive notizie, per paura di influenzare menti sensibili, ci sono reazioni imprevedibili, tue e degli altri. Poi diventi esperto.
Un giorno arriviamo e ci dicono che non si può entrare. C'è stata un'infezione diffusa ed hanno dovuto, in emergenza, somministrare a tutti, per evitarne la morte, un antibiotico ad ampio spettro. Nella sala d'attesa c'è un silenzio assoluto. Alcuni bambini, tra cui i miei, ne pagheranno qualche conseguenza, quegli antibiotici sono tremendi. Per la prima volta, dopo questo fatto, dovranno intubare i miei figli per qualche giorno.
Potrei scriverne ancora molto, quasi ogni giorno ne capitava una. Ma non ce la faccio più, mi fermo qua.

Hanno già un nome ma non sai se sono ancora nati, nemmeno li hai presi in braccio con serenità. Nascita incerta e morte sempre possibile, sono una situazione che non avresti mai immaginato. 50 giorni così, prima che uscissero dalla condizione di pericolo. Sono venuti a casa dopo 90 giorni.
Io e mia moglie non siamo più tornati gli stessi.

Il film è di un realismo straordinariamente perfetto, fatto con grande sensibilità. L'interpretazione di Margherita Buy non me la dimenticherò mai.
In più di un episodio la Comencini ha dimostrato di saperci molto fare, ci sono piccole scene oniriche belle e struggenti, significative, simbolo irreale di una situazione inimmaginabile se non la si vive. La "danza" delle donne dentro il reparto. La ragazza sul tetto dell'ospedale, sola, che guarda giù. Maria che torna in ospedale il giorno, e lei lo sa, che toglieranno la respirazione pilotata ad Irene, che cammina in una inesistente Napoli silente e glabra di cose e persone, lei è sola di fatto, e la stessa inesistente Napoli quando per le doglie improvvise si accascia in strada, con quel vestito nero che pare anticipare un possibile lutto. Sono scene davvero bellissime, misurate col calibro nelle dosi, che addolciscono col Cinema senza distrarre dall'argomento.

Nel mio personale Olimpo, un grande e coraggioso film italiano, ne sono orgoglioso.

9 commenti:

  1. Che emozione tellurica leggere questo post, Roby... Non so davvero che dire, a parte che guarderò senz'altro questo film. Credo che sarà una bella storia da conoscere.
    Per il resto ho apprezzato tanto il modo in cui hai raccontato questa vostra esperienza.

    A poi...

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  2. non potevo fare diversamente, temevo solo di non valorizzare il film che invece ha valori assoluti, indipendentemente dalla mia esperienza personale. il fatto che lo guarderai mi consola.
    sarà una splendida visione, garantito.

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  3. Ciao, posso dire solo dire "sì" :-) Betty

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  4. oh che bello, anche Betty qui, un grande piacere. :)

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  5. Wow, grazie davvero. Ieri ho guardato il trailer, e già ho pianto come una fontana. Forse in questi giorni riuscirò a guardare l'intero film. E' vero, quando un film va a toccare delle corde profonde della tua esperienza, non può che entrarti irreparabilmente nel cuore. E l'argomento tocca anche le mie, di corde.
    Non ti ringrazierò mai abbastanza per la segnalazione!!

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  6. manu, sono in partenza per una brevissima vacanza, un po' inacidito dai soliti nervosismi del caso per i preparativi, e col tuo commento mi hai fatto rileggere questa particolare "recensione". sono tornato umano...
    quindi grazie anche a te per avermela ricordata.

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  7. Beh, sai, sono fermamente convinta che siano i film, esattamente come i libri, a venirti a cercare, e non vice versa. In questo caso per me è stato così!
    Buona vacanzina

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  8. Brividi Roby. Non aggiungo altro sarebbe solo retorica. E comunque il tuo racconto mi ha toccato dentro, per altri motivi...ma quando ci trova in certe situazioni...sì, è dura.

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  9. io fatico persino a rileggerla questa rece.
    ora cerca "il figlio della luna" ;-)

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