domenica 4 aprile 2010

Storia di Piera

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1983, Marco Ferreri.

Da un libro scritto a quattro mani in forma dialogica da Piera degli Esposti e Dacia Maraini che collaborano alla sceneggiatura. Opera sostanzialmente autobiografica, in particolare per la vita di Piera, da cui il titolo del romanzo e del film.

Piera cresce negli anni '60-'70 in una famiglia decisamente atipica, per usare un eufemismo. Il padre Lorenzo è un funzionario del PCI. La madre Eugenia, mentalmente instabile e sessualmente insaziabile, è la sua preoccupazione costante, col padre spesso assente ed un fratello minore cresciuto all'esterno, da amiche di famiglia. Eugenia si porta spesso con sé la figlia nelle sue "avventure"...

Piera crescerà con un rapporto complesso con entrambi i genitori. Avrà fino anche all'età post-adolescenziale una sorta di complesso di Edipo e complesso di Elettra coesistenti, sempre in bilico e ad un passo dall'incesto. Quando comincerà a lavorare nel teatro le sue prime relazioni saranno omosessuali, poi cambierà ma è chiara la confusione. Alla scomparsa dei genitori, psichica nella senilità ben prima che fisica, Piera troverà stabilità ed anche una grande ricchezza d'animo, ma il giudizio o meglio il parere può variare, dipende con che occhi e mente si guarda la Storia.

Consiglio occhi e mente aperti, almeno più del censore che all'epoca vietò il film ai minorenni. Qualche esposizione di genitali diede motivo di non mostrare che potevano esistere famiglie dove il sesso non era un tabù e la religione non era un faro. Al di là dello sbando familiare che provoca Eugenia (strepitosa Hanna Schygulla, premiata a Cannes), il suo comportamento è una continua ricerca della gioia di vivere più pura e certo anche animalesca, la famiglia è una Struttura che le sta stretta. L'atteggiamento comprensivo e tollerante di Lorenzo è di una modernità da restare basiti, non è semplice rassegnazione. Risultato: Piera ama entrambi follemente, ne è certamente un po' succube da infante, ma poi cresce destrutturata nell'etica e quindi Libera da moralismi e preconcetti.

L'esposizione è estremamente dura e poetica. Da Bologna la storia è stata portata nel minimalismo architettonico dell'Agropontino, in strade deserte e linee tese di edifici e chioschi, colori pochi e netti, litorale marino disadorno con sapore selvatico. Una scelta felice, con una fotografia eterea bellissima. Nulla distrae dai protagonisti.

E' stato ammirato più all'estero, Francia su tutti, che in Italia. Siamo ancora in tempo per rimediare.
Film fantastico e particolarissimo, dove emerge il Genio di Ferreri.

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