lunedì 10 maggio 2010

Hukkle

9
2002, György Pálfi.

Un serpente, credo una vipera, dà la sveglia ad un piccolo villaggio contadino ungherese. Lo guarda dall'alto, carica di veleno. E' inquadrato così da vicino che senti le placche della pelle strisciare. Forse un presagio di morte? Certamente un incipit inquietante.

Un vecchio, stravecchio, con un singhiozzo (hukkle) a percussione che fa da metronomo, travasa del latte da un tino, ne riempie una gamella e si siede davanti al rustico ad osservare la vita del villaggio scorrergli davanti. Senza dialoghi, solo rumori precisi e definiti, sembra di assistere ad uno dei meravigliosi film documentario di Franco Piavoli, ma qua incombe costante la sensazione, la presenza di una forza maligna e spesso la telecamera va là dove solo un serpente può arrivare.

Immagini bellissime, girate e montate con maestria assoluta, con una originalità che porta stupore in certi momenti, punti di vista che non sospetti, solo che la situazione ti distrae, rischi di non prestarci attenzione. Cosa succede? Il paese è abitato soprattutto da anziani, i giovani vengono dalla città a trovarli, normale che qualcuno muoia, ma muoiono uomini, solo ed unicamente uomini. Cominciano a morire con sospetta frequenza, al punto che un poliziotto comincia ad indagare. Si abbattono letteralmente a terra, senza preavviso.

Alcune donne le vediamo armeggiare con strane boccette, non casualmente identificate da una croce rossa a pennarello segnata sul fondo. Queste boccette circolano, passano di mano in mano sempre di donne, ed uomini muoiono. Le scene finali, il maiale da monta che vaga solitario senza padrone, l'uomo da solo sul campo di bocce, parlano da sole. Un matrimonio. Finalmente delle parole seppur cantate che raccontano qualcosa, s'intuisce un disagio delle donne verso gli uomini, ma ancora non chiarisce tutto.

Meraviglioso, un Capolavoro per le sensazioni che fornisce, per come è stato realizzato. Si può amare un film anche senza capirlo fino in fondo? Sì, le emozioni trascendono la comprensione. Già in Taxidermia ebbi modo di amare la creatività di questo regista, ora lo eleggo immediatamente a Genio.

La trama in fondo è semplice, l'avvelenamento operato dalle donne diventa evidentissimo. Quello che non si riesce a cogliere è la ragione alla base di ciò. Allora con pazienza e grazie a quella risorsa immensa che è internet si scopre che il film è ispirato ad una storia realmente accaduta: "The Angel Makers of Nagyrév". Interessantissima, tutta da leggere e come sempre la realtà propone storie horror che superano quelle di fantasia.


9 commenti:

  1. Geniale e inquietante.
    Volendo provare a sorriderne, mi fa anche venire in mente l'amico-blogger ReAnto e il suo tormentone delle Viper-Galline... :D

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  2. mmmm, devo visitare ReAnto :)

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  3. ciao ReAnto, appena riesco a capire la faccenda delle viper-galline mi faccio sentire da te :)

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  4. Eh, Roby, hai presenti quando ti (mi) domando: "Ma dove li peschi?!?"
    Beh, ecco...non me lo chiedo più.

    E' un'evoluzione, you know..

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  5. P.S. Ma sai che a Faulkner mi sto interessando proprio attualmente? Miseramente confesso di non aver letto nulla di lui finora... Poi dimmi, eh!

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  6. io "dirti" di Faulkner? mi lusinghi ma anche sovrastimi. troppo difficile l'urlo e il furore, tra quello e l'ulisse di joice le mie bestie nere, però che fascino!

    è un'evoluzione, hai detto benissimo: catena casual-causale ;-)

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  7. Sto aspettando I'm not your friend di Pálfi, pare che sia bruttino però.

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  8. vedremo... :)
    sarà difficile non guardarlo, la curiosità che ispira Pálfi è troppa

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