martedì 5 gennaio 2010

Ma come si può uccidere un bambino?

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1976, Narciso Ibañez Serrador.

Forse i titoli di testa più lunghi che mi siano capitati. Una serie d'immagini di repertorio che narrano dei massacri avvenuti in particolare ai danni dei bambini durante eventi sanguinosi del XX secolo: olocausto degli ebrei, guerra in Corea, Vietnam... .
Un incipit davvero strano, visto che poi il film propone un netto ribaltamento dei ruoli, una specie di vendetta.

Una coppia di stranieri, lei incinta, va in Spagna per una breve vacanza, e giungono su un'isola poco battuta dal turismo da lui conosciuta in precedente viaggio. All'arrivo la trovano sinistramente deserta, tranne qualche bambino che compare qua e là.
Non impiegheranno molto a capire che per qualche sconosciuta ragione in realtà l'isola non ha più adulti per il semplice fatto che tutti i bambini, persino i più infanti, sono pervasi da una strana follia collettiva e si comportano come un branco di sadici che non solo uccide gli adulti ma lo fa come se fosse una festa e poi infierisce anche sui cadaveri.

Ho tralasciato qualche dettaglio ed il finale che, anche se recitato in spagnolo, con un minimo di fantasia si può ben comprendere ed è agghiacciante quanto il film.

Tranquillizzo subito che non si tratta di uno splatter e truculenza ve n'è davvero poca. Ciò che inquieta è il capovolgimento delle posizioni sociali abitualmente ricoperte da adulti e bambini. Questi giocano molto sul fatto che gli adulti, pur consapevoli della loro insana pericolosità, faticano ad ucciderli persino per difendersi sotto palese minaccia di morte. La domanda nel titolo compare spesso.

Il valore del film sta proprio nella trama particolarissima e stramerita d'essere visto.

Una piccola riflessione, che forse è parte di quanto il regista ha voluto provocare, me la concedo.
E' indubbia l'istintiva difficoltà per un adulto di uccidere un bambino, voglio pensare che siamo portati mediamente a difenderli. Eppure, tornando alle immagini dei titoli di testa, con quelle incredibili masse di bambini morti, pare che tutta questa "difficoltà" per gli adulti non ci sia.
E' la solita storia degli "effetti collaterali" e vorrei maledire chi mai ha coniato questa stigmatizzante definizione.

Un ultimo pensiero a quegli uomini che per decenni hanno lavorato nelle fabbriche italiane (oltre la metà della produzione mondiale!) che hanno prodotto le peggio mine antiuomo che si possano immaginare. Gente con famiglia e figli immagino. Mi chiedo, quando le truccavano da bambole o giocattoli, perché anche questo facevano!, cosa stavano pensando di fare.
E' la solita storia del "non è colpa di chi produce le armi ma di chi le usa" che è stata finalmente sbugiardata con la messa in mora della produzione di questi orribili ordigni (Legge 29 ottobre 1997, ratifica del Trattato di Ottawa, definitivamente in vigore dal 1999, quest'anno è quindi il decennale).

Questo quello che penso io. Poi cercavo un link da proporre e guardate che brano tratto da un libro che ho trovato. L'autore non ha bisogno di presentazioni.
"Guarda, questo e' un pezzo di mina giocattolo, l'hanno raccolto sul luogo dell'esplosione. I nostri vecchi le chiamano pappagalli verdi..." E si mette a disegnare la forma della mina: dieci centimetri in tutto, due ali con al centro un piccolo cilindro. Sembra una farfalla piu' che un pappagallo. La forma della mina con due ali laterali serve a farla volteggiare meglio.

In altre parole non cadono a picco quando rilasciate dagli elicotteri, si comportano un po' come volantini, si sparpagliano qua e la' su un territorio molto piu' vasto. Sono fatte cosi' per una ragione puramente tecnica, affermano i militari, non e' corretto chiamarle mine giocattolo. Ma a me non e' mai successo di trovare tra gli sventurati feriti da queste mine un adulto, neanche uno in piu' di dieci anni.

La mina non scoppia subito spesso nono si attiva se la si calpesta. Ci vuole un po' di tempo: funziona, come dicono i manuali, per accumulo successivo di pressione. Bisogna prenderla, maneggiarla ripetutamente, schiacciarne le ali. Chi la raccoglie puo' portarsela a casa, mostrarla nel cortile agli amici incuriositi che se la passano di mano in mano, ci giocano.

Poi esplodera'. Ho visto troppo spesso bambini che si risvegliano dall'intervento chirurgico e si ritrovano senza una gamba o senza un braccio. Hanno momenti di disperazione, poi, incredibilmente si riprendono. Ma niente e' insopportabile per loro come svegliarsi ciechi. I pappagalli verdi li trascinano nel buio, per sempre. Dicevo queste cose a Nestor e lui scuoteva la testa e la rabbia lasciava il posto alla tristezza, quella che riempie la mente quando non c'e' piu' la possibilita' di capire, quando e' svanita la ragione ed e' solo follia.

Cosi' abbiamo immaginato -sapendo che era tutto maledettamente vero- un ingegnere efficiente e creativo, seduto alla scrivania a fare bozzetti, a disegnare la forma della pfm-1. E poi un chimico, a decidere i dettagli tecnici del meccanismo esplosivo, e infine un generale compiaciuto del progetto, e un politico che lo approva, e operai che in officina ne producono a migliaia ogni giorno. Non sono fantasmi purtroppo, sono esseri umani: hanno una faccia come la nostra, una famiglia come la abbiamo noi, dei figli.

Probabilmente li accompagnano a scuola la mattina poi se ne vanno in ufficio, a riprendere diligentemente il proprio lavoro, per essere sicuri che le mine funzionino a dovere, che altri bambini non si accorgano del trucco, che le raccolgano in tanti. Piu' bambini mutilati, meglio se anche ciechi, piu' il nemico soffre, e' terrorizzato, condannato a sfamare quegli infelici per il resto degli anni. Piu' bambini mutilati e ciechi, piu' il nemico e' sconfitto, punito, umiliato.

da "Pappagalli verdi", di Gino Strada, edito da Feltrinelli.

2 commenti:

  1. certe volte film all'apparenza banali sono carichi di significati.

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