martedì 5 gennaio 2010

Paradise now

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2005, Hany Abu-Assad.

Siamo a Nablus...
Il film è la storia di Said e Khaled, nati e cresciuti nei territori palestinesi occupati da Israele, immense prigioni. Entrambi martiri volontari per compiere un attentato in rappresaglia di un attacco israeliano. Raccontata nuda e cruda.
M'è piaciuto moltissimo, non fa sconti a nessuno. Il film parla solo dei palestinesi, non giudica, non condanna, indaga, illustra una realtà che, vedrete, mostra aspetti che, almeno a me, erano sconosciuti, come la compravendita (questa cosa è allucinante!) delle cassette con gli ultimi saluti dei martiri o con le immagini di torture ed esecuzioni dei collaborazionisti.
Non voglio raccontare altro in modo diretto, preferisco farci sopra qualche considerazione.
Premio "Amnesty International" a Berlino, meritato.

Noi qua, da lontano, ne facciamo un gran mucchio, li chiamiamo kamikaze ma è una delle tante cazzate che ci insegnano i nostri media, un po' perché ormai sono sboccati e volgari come chi li possiede e dirige ed iperbolizzano ogni fenomeno, un po' perché stupidi ed ignoranti non sanno con che altra parola chiamare questi uomini che immolano la loro vita nella sola forma di combattimento che riescono a concepire, molto e soprattutto per disprezzo ché ormai questo termine connota e solo i giapponesi, che conoscono invece il reale significato della parola Kamikaze, non li chiamano così ma li chiamano tecnicamente "terroristi autoesplodenti". I media più neutrali li chiamano similarmente "terroristi suicidi".
Loro in Palestina si proclamano Martiri, sono uomini e donne che puntano dritti a conquistare il Paradiso con un gesto eroico e significativo. Sì, ci sono anche donne da un po' di tempo.

Io ormai sono abbastanza arrogante da sentirmi in grado di coniare una definizione personale. L'attribuisco solo per i palestinesi che è una realtà che conosco meglio di quella afghana o irachena, ora anche grazie a questo film.
Li chiamo Guerriglieri Suicidi.
Terrorista è un termine sbagliato, questi guerriglieri non vogliono destabilizzare o semplicemente diffondere terrore. Loro combattono, senza avere né esercito né mezzi, come meglio possono e noi che abbiamo una storia partigiana, per certi aspetti paragonabile, alle spalle dovremmo un minimo comprendere questa cosa. I civili uccisi da un militare israeliano non sono meno morti dei civili uccisi da un guerrigliero palestinese, la divisa non è un'anestesia. Quindi, se i combattenti palestinesi non possono essere chiamati soldati per un problema puramente istituzionale, non essendo inquadrati in un esercito, io li chiamo guerriglieri.
Mi limito ad un discorso qualitativo, perché sul quantitativo non c'è confronto. Tanto meno giustifico od approvo!, cerco solo di capire, di usare il giusto linguaggio.

Il Giusto Linguaggio, ecco il miglior complimento forse che faccio al film, per quello che racconta e per come lo racconta.

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